Il megadirettore e lo spirito della Juve

I bianconeri sono sempre stati l’espressione di un collettivo, nel quale hanno brillato alcune delle stelle più luminose della storia del calcio mondiale, senza mai pretendere di essere il sole

Anche se doriano nell’anima, quel genio di Paolo Villaggio si sarebbe affezionato a questa Juventus che ha un megadirettore galattico che arringa i dipendenti. Milioni di tifosi juventini, invece, sperano che la deriva della loro squadra del cuore sia meno disastrosa dell’ultima stagione, nella quale Openda e David, a tratti, hanno ricordato proprio i film di Fantozzi. Damien Comolli, ieri pomeriggio, ha detto tante cose. Alcune molto belle, altre molto rassicuranti («Yildiz non si tocca» è il titolo di una canzone d’amore per il popolo bianconero), altre da verificare, come il fatto che il rapporto con Spalletti sia «eccellente». Dare la colpa ai giornalisti e alle loro indiscrezioni è sempre la strada più veloce per togliersi d’impiccio, ma la verità alla lunga viene sempre fuori. E, tra l’altro, il problema non è avere un rapporto eccellente, bensì proficuo. Quando lavoravano insieme, Antonio Giraudo, Luciano Moggi, Roberto Bettega e Marcello Lippi non si amavano alla follia, ma erano quattro professionisti pazzeschi e con loro la Juventus ha vinto letteralmente tutto, dominando l’Europa con il bilancio in pareggio.

I risultati deludenti della stagione bianconera

A Torino contano i fatti, non le parole. L’understatement della città è sempre stato anche quello dei suoi imprenditori (dagli Agnelli in giù) e delle sue due gloriose squadre. Quindi, in fondo, non è importante sapere che tipo di rapporto c’è fra Comolli e Spalletti, ma è importante che produca una squadra che torni a vincere. Questo chiedono i tifosi, questo chiede la proprietà. In questa stagione la Juventus è arrivata sesta, è uscita dai playoff della Champions (dopo un girone non esattamente esaltante e dopo aver preso cinque gol dal Galatasaray, in una delle più clamorose umiliazioni europee della sua storia), è uscita ai quarti di finale di Coppa Italia. Per trovare un risultato peggiore si deve risalire al 2010-11.

 

 

In questa stagione, gli acquisti estivi si sono rivelati inutili, se non addirittura dannosi in certe situazioni (i gol sbagliati da David e Openda pesano per tanti punti in campionato, quella ciabattata di Zhegrova contro il Galatasaray è costata un finale eroico di quella sfida di ritorno e la qualificazione agli ottavi).

Lo spirito della Juve e l’eredità del 1996

La Juventus è rinata da circostanze peggiori e in scenari più difficili, facendo sempre affi damento al suo spirito, alla concretezza, all’abbattimento di qualsiasi ego in nome della squadra, fosse quella in campo o quella in sede. Qualche giorno fa, a Torino, sono arrivati in visita alla Continassa i campioni d’Europa del 1996, forse la squadra più amata dai tifosi juventini. Se c’è una lezione che quelle leggende bianconere hanno dato e continuare a dare è quella dell’unità.

 

 

Nonostante avessero fenomenali giocatori come Gianluca Vialli, Alessandro Del Piero, Ciro Ferrara, Angelo Peruzzi e molti altri mostri nel proprio ruolo, la loro forza era il gruppo compattissimo, che comprendeva una serie di giocatori meno fenomenali sotto il profilo tecnico, ma fondamentali per il loro apporto. Il fatto che, nella finale vinta contro l’Ajax, il migliore in campo sia stato Moreno Torricelli è la rappresentazione plastica di quello spirito, forgiato da Marcello Lippi e da Vialli.

Il DNA della Juve e la necessità di ripartire

Lo spirito della Juventus è sempre stato quello e sarà sempre quello. Lo si è capito quando da queste parti ha bazzicato Cristiano Ronaldo, la cui mentalità era perfettamente coerente con l’attitudine vincente del club, ma il cui egocentrismo ha, talvolta, leggermente stonato. Nella Juve non ci sono prime donne. Non si sono permessi di esserlo Omar Enrique Sivori, Michel Platini, Zinedine Zidane e Alessandro Del Piero (705 presenze e 209 gol). La Juve è sempre stata l’espressione di un collettivo, nel quale hanno brillato alcune delle stelle più luminose della storia del calcio mondiale, senza mai pretendere di essere il sole.

 

 

Questa è la forza della Juve, il dna del club che non è mai cambiato anche perché da centotré anni appartiene alla stessa famiglia, unico punto di riferimento costante in un secolo di storia. La Juventus deve riprendersi. Lo deve a se stessa, al suo blasone e all’amore di milioni di tifosi che soffrono e sperano. Damien Comolli ha la responsabilità di rilanciare la Juve (e ha promesso di farlo); Spalletti ha una bruciante voglia di rilanciare la Juve; John Elkann sente quasi il dovere morale di rilanciare la Juve. Sono loro che devono trovare il modo di farlo attraverso un mercato adeguato, una convivenza professionale profi cua e quello spirito del 1996 che ha legato per sempre una generazione, fuori e dentro il campo.

WHATSAPP TUTTOSPORT: clicca qui e iscriviti ora al nuovo canale, resta aggiornato LIVE

 

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus