“Distrutti e disperati, dopo 41 anni non trovo spiegazioni”: dentro l’incubo Heysel

Bonini: "La vita non ha più senso per chi perde un figlio. Come a Basilea, quello stadio non era all’altezza di una finale. Solo in albergo capimmo tutto. C’era chi aveva trovato il biglietto all’ultimo e poi è morto: assurdo"

Domani saranno 41. Sì, gli anni da una tragedia che ha scosso il calcio e che per il mondo Juve è una ferita aperta. Impossibile da suturare. La finale di Coppa Campioni col Liverpool è diventata la pagina più nera nella storia della competizione. La ricorda ancora Massimo Bonini.

La tragedia dell’Heysel raccontata da Bonini

Bonini, lei 41 anni fa c’era. «Sì, c’ero, ma mai avrei immaginato di vivere un incubo del genere. Non si può perdere la vita per guardare una finale di Coppa Campioni, non si può. L’errore più grande è stato fatto a monte: quello stadio non era adeguato ad ospitare una finale del genere. C’erano già stati dei tafferugli al mattino a Bruxelles, c’erano troppi segnali che ci fecero pensare. Ma come potevamo immaginare che degenerasse tutto così?».

Ha mai avuto paura prima di quella giornata? «Sì, onestamente, perché anche a Basilea in finale di Coppa delle Coppe contro il Porto non abbiamo giocato in un impianto idoneo: ricordo persone che guardavano la partita arrampicate sopra gli alberi. Tutto il contrario rispetto ad Atene contro l’Amburgo due anni prima: era tutto perfetto lì, tranne noi, che perdemmo una finale inspiegabilmente. Eravamo i più forti del mondo, eppure perdemmo. Ecco perché nel 1985 avevamo un fortissimo desiderio di riscatto».

Come si convive col ricordo di quel 29 maggio? «Rivedere le immagini mi fa male, è allucinante. In quella curva c’erano famiglie. C’era chi aveva trovato il biglietto all’ultimo minuto. Nella fuga sono andati incontro ad una tragedia assurda. Se fossero entrati in campo non sarebbe successo nulla, ma la polizia a cavallo li respinse. Ci sarebbero stati molti meno morti, tutti si spingevano contro il muro ed è stato quello l’inizio della fine».

Bonini e il dolore per la tragedia dell’Heysel

Ha mai avvertito un senso di colpa, inconsciamente, nei confronti di tutte le vittime che volevano solo guardare una partita della Juve? «No, un senso di colpa no, ma una profonda disperazione sì. Quando coi miei ex compagni siamo andati a Reggio Emilia al monumento dedicato all’Heysel ci abbiamo più volte ripensato. È andato tutto male, non conta più nulla quella coppa. Ci siamo sentiti impotenti quel giorno, non si capiva niente. Solo quando siamo andati in albergo abbiamo capito».

E avete dovuto giocarla, quella maledetta partita. «Non avevamo i mezzi per opporci. Ma soprattutto non sapevamo, non ci rendemmo conto. Quel giorno abbiamo perso tutto, altro che vincere».

Come ricorda il ritorno a Torino? «Triste. Noi dovevamo portare gioia alla gente, ma siamo tornati distrutti. Ci hanno scosso le immagini di tutti quei morti».

 

 

Vi sarebbe servito l’aiuto di uno psicologo per superare quel trauma? «Forse sì, ma in realtà ci siamo semplicemente guardati dentro. Abbiamo convissuto col dispiacere, con l’amarezza. All’Heysel abbiamo perso un pezzo di noi. Non ci sono spiegazioni, non le trovo ancora adesso dopo 41 anni. Non si può fare niente».

Ha trovato le parole per confortare le famiglie delle vittime? «Non ci sono mai riuscito perché non ci sono parole. Ho abbracciato tante persone, questo sì. Sono morti tanti giovani, persone piene di sogni e ambizioni. La vita non può avere più senso quando perdi un figlio. In quel modo, dentro quel mare di sofferenza, fa ancora più male: ora vorrei solo ricordare, cercare di tenere viva la memoria di tutte le vittime. Il 29 maggio è diventato parte di me».

WHATSAPP TUTTOSPORT: clicca qui e iscriviti ora al nuovo canale, resta aggiornato LIVE

 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus