"Più di 5000 sospesi nel vuoto. Mio fratello mi cercò tra i cadaveri": l'incubo Heysel vissuto da un tifoso della Juve

Gianni Carpitelli ha raccontato quella che è stata la sua esperienza vissuta in prima persona all'interno dello stadio belga in quel maledetto 29 maggio 1985

Sono trascorsi 41 anni da quella che è stata la notte più tragica nel mondo del calcio, quando a Bruxelles persero la vita 39 persone a seguito del cedimento di una gradinata dello stadio Heysel, causata dall'immane violenza dei tifosi del Liverpool. Persone, prima che tifosi, con una storia da raccontare, con un bagaglio di emozioni e di sensazioni che si erano portati da casa per seguire la loro squadra del cuore nella partita più importante dell'anno: la finale di Champions League. A sfidarsi c'erano la Juventus di Giovanni Trapattoni e di Michel Platini, contro gli inglesi del Liverpool di Ian Rush e degli "Hooligans". Già, perchè quella che doveva essere una partita di calcio si è trasformata in una vera e propria guerriglia, oltre che in una tragedia impossibile da dimenticare, con i supporters dei Reds che hanno cominciato a caricare quelli di fede juventina nell'ormai celebre, quanto tragico, settore Z, schiacciandoli letteralmente contro il muro che li separava dalle tribune, fino a far cedere una parte di esso. Le conseguenze furono devastanti, con i tifosi bianconeri che si ammassarono uno sopra l'altro nel tentativo di trovare una via di fuga, generando, inevitabilmente, una lunga scia di morti e feriti. Oggi, nel giorno del 41^ anniversario, il tifoso della Juve Gianni Carpitelli prova a raccontare, ma soprattutto a ricordare, attraverso un'intervista esclusiva concessa a Tuttosport.com, cosa ha vissuto in prima persona in quei drammatici momenti, quando era appena un 17enne partito alla volta della capitale belga insieme a suo fratello per seguire la Vecchia Signora. 

Partendo dalle origini di tutto, cosa rappresenta per te la Juventus? 
La Juventus è stata uno stile di vita. Negli ultimi anni ho perso un po’ la passione, non per la Juve ma per il calcio in generale, però diciamo che sin dall’inizio, pur stando in provincia di Firenze, io e mio fratello siamo stati dei tifosi molto appassionati. Questo ci ha portato, oltre che ad andare a vedere le partite a Torino, anche a seguire la Juve in tutta Europa. Partivamo con i pullman, con i gruppi organizzati e si andava in giro. Quella di Bruxelles è stata la seconda trasferta perché quella precedente, ahimè, fu quella di Atene contro l’Amburgo. Ci si era messi proprio di impegno per girare il più possibile, poi in quei tempi la squadra era veramente forte e abbiamo visto passare tantissimi campioni. Ti appassionavi anche più facilmente. Ormai le società di oggi sono diventate dei fondi di investimento, non ci sono più le gerarchie di una volta, con un presidente, la società e la squadra. Ora faccio fatica, è una cosa che è andata un po' calando e mi dispiace di questo perché il tifo per la Juventus c’è sempre”. 

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Le sensazioni dopo 41 anni e il ritorno allo stadio

Che sensazioni prevalgono dopo 41 anni? 
Io non ho mai vissuto di rabbia di alcun tipo. Fortunatamente non porto rancore, però fa male pensare che per una partita di calcio possano perdere la vita così tante persone. Questo è il pensiero più ricorrente che ho. Cosa abbiamo fatto di male per ritrovarci in una situazione del genere, dopo aver fatto oltre 1000 km per andare a vivere quella che doveva essere una giornata di felicità e di divertimento? Tu parti speranzoso di andare a fare una cosa bella e non sai se torni. Ora sono qui a parlarne, ma quello che ho rischiato a mia insaputa è stato tantissimo”.

Sei ritornato allo stadio dopo Bruxelles? 
Si. Io si, a differenza di mio fratello, che è rimasto fortemente traumatizzato, fino ad andare dallo psicologo. Chiaramente lui l’ha vissuta in modo di maggior responsabilità perché era maggiorenne, mentre io avevo ancora 17 anni e quindi per la mia famiglia era come se io mi fossi affidato a lui. Era il guardiano della situazione. Lui l’ha passata veramente male, anche perché fu uno di quelli che cercò i suoi cari tra i cadaveri per vedere se io fossi tra loro. Io, invece, ho reagito meglio e sono ritornato anche all’estero. Ho visto le finali di Amsterdam, Monaco, Manchester e anche quella di Roma. Con tutte le conseguenze che ne sono emerse, sono stato tra quelli più fortunati, anche se essere arrestato a 17 anni senza aver commesso nulla non è una cosa positiva. Sapendo di non aver fatto niente di male la coscienza mi ha aiutato ad andare avanti”. 

Quali sono state le sensazioni vissute quando sei ritornato per la prima volta allo stadio dopo la notte dell’Heysel? 
Sinceramente, a livello di tifoserie, scontri o quant’altro devo dire di non essermi più trovato in situazioni tragiche. Fortunatamente mi sono ritrovato anche ad Amsterdam con i tifosi del Real Madrid, che devo dire, non ne ho mai visti di più corretti. Si beveva la birra insieme a loro prima della partita. A Bruxelles si immaginava a cosa si poteva andare incontro ma non in una misura del genere. Soprattutto, non sapevamo fino a poche ore prima di essere destinati a finire in quella curva maledetta. Ce lo dissero nel tragitto per andare a Strasburgo che quel settore era attiguo alla curva dei tifosi del Liverpool”. 

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Il settore Z e l'assalto degli Hooligans

Come avvenne l’assegnazione dei biglietti per il settore Z? 
C’era moltissima richiesta da parte degli italiani e non ce la facevano a soddisfarle tutte perché avevano riempito un’intera tribuna, oltre alla curva assegnata sin dal principio alla tifoseria della Juventus. A seguito di queste richieste, la federazione belga decise di elargire biglietti in eccesso, principalmente si trattava di toglierli ai belgi, perché quello era il settore destinato ai tifosi neutrali, per darli a favore degli italiani, con la federazione che faceva forti pressioni per far si che si procedesse in tal senso. Noi, decidendo di partire con il pullman da Firenze fino a Bruxelles, eravamo tra gli ultimi ad aver fatto richiesta e di conseguenza ci hanno riservato i posti dell’intero settore Z. Erano circa 5000 posti ed è stato anche facile ottenere qualche biglietto in più, ma si seppe dopo che la curva Z fu quella accanto ai tifosi Reds”. 

Nel momento in cui lo avete appreso avete avuto timori ancor prima di arrivare allo stadio o eravate tranquilli? 
Eravamo molto tranquilli. Soprattutto perché quando sei ragazzo non pensi che si possa arrivare ad un punto simile, quindi, magari pensi che si, sono pericolosi, ma se li lasci tranquilli non succede nulla. Si conosceva sicuramente la pericolosità di questi personaggi, anche perché bevevano come spugne dalla mattina alla sera e sono arrivati in condizioni pietose allo stadio. Erano veramente incontrollabili. La vera ansia è arrivata nel momento in cui ti trovavi li in mezzo e vedevi che ti arrivava addosso di tutto, loro che tagliavano le reti e cercavano di venirci incontro. Io non ho neanche avuto tempo di aver paura perché sono stati tra i pochi fortunati ad essere riuscito a passare nella pista di atletica. Eravamo circa una ventina, non di più. Gli altri che sono rimasti nella curva e che, tragicamente, sono rimasti anche schiacciati, hanno vissuto sicuramente attimi di terrore e di panico molto più forti dei miei”. 

Cosa ricordi di quei momenti? 
Fuori dallo stadio c’erano già stati dei sentori, perché i tifosi inglesi erano già pieni di birra. Quello che è successo è successo nell’apoteosi di quello che l’alcool ti può dare. A un certo punto trovi la forza anche di fare quelle cose li, come atti di violenza enormi. Quando siamo entrati dentro lo stadio saranno state le 17:30 / 18:00 e dopo circa mezz’ora hanno iniziato a rivolgerci i primi cori offensivi, senza però mai ricevere alcuna risposta da parte nostra perché nella curva Z erano quasi tutte famiglie, non c’erano tifosi facinorosi, come i Fighters, dato che erano tutti nell’altra curva. Nessuno di noi aveva intenzione di rispondere alle loro provocazioni, hanno fatto tutto da soli. Hanno cominciato a rompere i gradoni dello stadio e tirarci pezzi di pietra addosso, il passaggio successivo è stato quello di iniziare a rompere le reti dall'alto, che erano praticamente quelle che si usano nei pollai per le galline e quindi da poter rompere facilmente. Da li hanno iniziato a tirare giù tutto ed è partito l’attacco, che è stato quello di venirci incontro. Non mi risulta però che ci siano stati degli scontri fisici tra tifosi, infatti, i morti sono stati causati tutti dall’ammassamento a seguito del cedimento della gradinata. C’era gente talmente brava, talmente tranquilla, che non c’era il tifoso che gli andava incontro per cercare di contrastare questo loro arrivo, anche perché sarebbe stato un suicidio. Siamo stati delle vittime, ci sentivamo dei topi in trappola. Li chiamavano gli ‘Animals’, perché in effetti gli leggevi negli occhi la cattiveria e il fatto di non avere nulla da perdere. Nell'altra curva, sicuramente qualche pazzo scatenato tifoso della Juventus c’era, gente abituata alle risse domenicali allo stadio e non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere se ci fossero stati loro accanto ai tifosi del Liverpool”. 

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L'inizio di un incubo e l'arresto in Belgio

Hai percepito da subito la gravità di quanto fosse accaduto? 
No, assolutamente. Ho cominciato a documentarmi e a vedere le immagini solo alcuni anni dopo attraverso la televisione, prima non riuscivo a farlo. Ho avuto un incontro anche con Veltroni e ho fatto diversi approfondimenti sulla vicenda per capire quali fossero state tutte le reali responsabilità. Io non ho visto quello che è avvenuto dopo la carica dei tifosi inglesi perché sono riuscito a finire sulla pista di atletica, dove c’erano i gendarmi che provavano a respingerci e a rimandarci dentro per paura che potessimo invadere il campo e generare ulteriori scontri. Quando loro ci hanno attaccati c’erano circa 5000 persone italiane sospese nel vuoto, te non riuscivi ad andare dove volevi, avevi le gambe intrappolate e venivi trasportato dalla massa di persone che ti alzava di peso e ti trascinava indietro. La mia fortuna è stata quella di fare uno scatto giù e uscire dalla porta che dà sulla pista di atletica. Da li mi sono addentrato sulla pista e, non so per quale ragione, invece di andare dove erano tutti gli altri sotto la tribuna per essere soccorso, sono andato nel lato opposto, sotto la curva della Juve e sembrava che io chiedessi il loro intervento, invece, io ero li per chiedere aiuto e cercavo di dimenarmi il più possibile per farmi capire. Poi da li mi hanno preso due poliziotti e mi hanno portato all’esterno dello stadio per caricarmi su una camionetta insieme ad altri due tifosi inglesi per portarci in gendarmeria. Io non ho avuto il sentore di nulla, per me era finito li. Poi, la mattina successiva mi hanno raccontato quello che era successo ma non in maniera dettagliata. Ho incontrato due persone che mi hanno aiutato a fare il biglietto per Lussemburgo: erano un giornalista de La Stampa con suo figlio e un altro signore siciliano. Non avevano contezza della gravità della cosa perché era successo dalla parte opposta dello stadio rispetto a dove erano loro. Quando tornai a casa due giorni dopo appresi tutta la tragedia nel suo essere”. 

Cosa pensavi nel momento in cui ti avevano arrestato e come sei stato trattato dalla polizia belga? 
Loro mi hanno preso il braccio e me lo hanno tirato dietro fino a farmi cadere giù. Lì è stato l’unico momento in cui ho avuto realmente paura di morire, perché la camionetta era partita a 200 kilometri all’ora e io non sapevo il motivo. Ora, se contestualizziamo tutta la situazione, hai 17 anni, sei in un paese straniero, con tutto quello che stava succedendo nello stadio, la prima cosa che ho pensato è stata: “Questi mo ci portano da una parte e ci fanno fuori”. Però è assurdo se ci pensi, sei in Europa, sei in mano alla polizia, non ti può succedere nulla. Ho avuto quel presagio anche per il modo folle in cui sono partiti. Arrivati in gendarmeria, sapendo parlare anche un po' di francese sono stato più fortunato rispetto ai due tifosi inglesi, perché non potendo rispondere alle loro domande sono rimasti un bel po' di più dentro”. 

In quel momento non eri ancora a conoscenza della gravità della situazione, sei riuscito a pensare alla partita anche solo per un istante, o eri totalmente in balia degli eventi? 
Sinceramente no. Io ho pensato solamente a tirare fuori le gambe. I gendarmi, da quanto mi era stato detto, avrebbero dovuto accompagnarmi a Charleroi, invece verso le 4 e 30 mi hanno buttato fuori dalla caserma, abbandonato a me stesso. In quel momento l’unico pensiero che ho avuto era quello di trovare la stazione, che non sapevo dove fosse ma che sono riuscito fortunatamente a trovare. Arrivato fuori dalla stazione mi sono trovato con circa 500 tifosi inglesi che dormivano e transitavano davanti all’ingresso, quello per me fu un grosso problema. Non ho avuto alcun modo di pensare alla partita o al risultato. Lì fuori, quando ho sentito parlare italiano, ho conosciuto questo giornalista e un signore di Messina che mi hanno offerto l’acqua e mi hanno aiutato a tornare almeno a Lussemburgo con il treno perché non avevo con me ne documenti, ne soldi. Volevo solo andare via dal Belgio e tornare a casa”.

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Il ritorno a casa e una tragedia da superare

Come è stato il ritorno a casa? 
I miei mi hanno creduto morto per circa due giorni. Ci sono ancora alcuni video di Linea Diretta con Enzo Biagi, che documentava la strage dell’Heysel e sullo sfondo si vedeva mio fratello che parlava e diceva che stava cercando suo fratello da Firenze. Sono riusciti a mettersi in contatto con il consolato che però, gli aveva comunicato che io non figuravo ne sulla lista dei morti, ne in quella dei feriti. Nessuno sapeva dove fossi. In quel momento hanno pensato al peggio e il giorno dopo volevano andare a Pisa a prendere l’aereo per poter venire a prendermi, ma erano convinti di trovarmi morto. Per i miei genitori fu devastante”. 

Nei giorni in cui sei rimasto solo hai mai pensato a dove fosse tuo fratello? 
Io non ho saputo dell’entità della situazione fino a quando non sono tornato a casa e lo avevo già riabbracciato. Questo mi ha aiutato molto a concentrarmi su me stesso e a cercare di venire via da li. Se mi avessero pagato il biglietto per la Norvegia piuttosto che per il Lussemburgo io sarei andato anche li pur di andare via dal Belgio. Per me il pensiero fisso era quello di uscire dal Belgio, perché in quei momenti pensi che: sei all’estero, in mano a un’orda di assassini, la tua testa pensa solo cose negative e l’unico obiettivo è quello di uscire da li. Questo è stato il mio pensiero fisso, è come se avessi vissuto in un film parallelo. Credo di essere stato l’unico italiano a finire in carcere quella sera. Quando sono tornato a casa i miei mi dissero di andare in camera a salutare mio fratello Enrico perché lui era convinto di non rivedermi più. Fu una serie di emozioni fortissime vissute nell’arco di tre giorni”. 

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La decisione dell'UEFA e le misure di sicurezza

Ritieni giusta la decisione della UEFA di far disputare la gara? Credi che dal campo si fossero accorti di cosa fosse realmente accaduto? 
La percezione è quella di un grosso pasticcio al quale si sono sommati altri fattori scatenanti. Io ho parlato con diverse persone che hanno indagato a fondo in questa situazione e sono emersi una serie di errori che hanno portato a tutto questo. Non escludo nessuno, a partire dalla scelta di uno stadio fatiscente, all’UEFA che ha dovuto far giocare la partita per tentare di calmare gli animi e tranquillizzare l’ambiente. Mi duole dirlo, ma credo che alcune responsabilità ci siano state anche da parte di Boniperti, nonostante l’ho sempre ritenuto un grande presidente. Credo anche che i giocatori sapessero tutto ed erano al corrente di cosa fosse successo. Basti vedere il momento in cui Scirea va sotto la curva con il megafono a parlare per tranquillizzare i tifosi per paura di creare uno scompiglio totale. Se scendevano tutti in campo sarebbe stato un manicomio. La scelta di far giocare quella partita era quasi obbligata. Mi trovi meno d’accordo nell’esultare al momento del rigore e ancora meno lo avrei fatto al ritorno all’aeroporto perché non c’era niente da festeggiare. Per me rimane una coppa intrisa di sangue. L’unica che ricordo con gioia è quella vinta a Roma. Io amo tutt’ora la Juventus e ho continuata a seguirla con la speranza di vederla vincere un’altra Champions in condizioni normali e fortunatamente a Roma ce l’ho fatta. Per andare a Monaco ho fatto 9 ore di treno all’andata e 9 al ritorno”. 

Credi che con i sistemi di sicurezza attuali si sarebbe potuta evitare una strage di questa portata? 
Secondo me si. Non credo assisteremo più ad una tragedia come quella dell’Heysel e lo spero vivamente. Il calcio è fatto dalle persone, essendo cambiato il mondo e le persone in generale, sono cambiate anche alcune cose all’interno del mondo del calcio. Spero che quello che è successo 41 anni fa sia servito a qualcosa e, fortunatamente, è difficile pensare che possa riaccadere una cosa del genere”.

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Sono trascorsi 41 anni da quella che è stata la notte più tragica nel mondo del calcio, quando a Bruxelles persero la vita 39 persone a seguito del cedimento di una gradinata dello stadio Heysel, causata dall'immane violenza dei tifosi del Liverpool. Persone, prima che tifosi, con una storia da raccontare, con un bagaglio di emozioni e di sensazioni che si erano portati da casa per seguire la loro squadra del cuore nella partita più importante dell'anno: la finale di Champions League. A sfidarsi c'erano la Juventus di Giovanni Trapattoni e di Michel Platini, contro gli inglesi del Liverpool di Ian Rush e degli "Hooligans". Già, perchè quella che doveva essere una partita di calcio si è trasformata in una vera e propria guerriglia, oltre che in una tragedia impossibile da dimenticare, con i supporters dei Reds che hanno cominciato a caricare quelli di fede juventina nell'ormai celebre, quanto tragico, settore Z, schiacciandoli letteralmente contro il muro che li separava dalle tribune, fino a far cedere una parte di esso. Le conseguenze furono devastanti, con i tifosi bianconeri che si ammassarono uno sopra l'altro nel tentativo di trovare una via di fuga, generando, inevitabilmente, una lunga scia di morti e feriti. Oggi, nel giorno del 41^ anniversario, il tifoso della Juve Gianni Carpitelli prova a raccontare, ma soprattutto a ricordare, attraverso un'intervista esclusiva concessa a Tuttosport.com, cosa ha vissuto in prima persona in quei drammatici momenti, quando era appena un 17enne partito alla volta della capitale belga insieme a suo fratello per seguire la Vecchia Signora. 

Partendo dalle origini di tutto, cosa rappresenta per te la Juventus? 
La Juventus è stata uno stile di vita. Negli ultimi anni ho perso un po’ la passione, non per la Juve ma per il calcio in generale, però diciamo che sin dall’inizio, pur stando in provincia di Firenze, io e mio fratello siamo stati dei tifosi molto appassionati. Questo ci ha portato, oltre che ad andare a vedere le partite a Torino, anche a seguire la Juve in tutta Europa. Partivamo con i pullman, con i gruppi organizzati e si andava in giro. Quella di Bruxelles è stata la seconda trasferta perché quella precedente, ahimè, fu quella di Atene contro l’Amburgo. Ci si era messi proprio di impegno per girare il più possibile, poi in quei tempi la squadra era veramente forte e abbiamo visto passare tantissimi campioni. Ti appassionavi anche più facilmente. Ormai le società di oggi sono diventate dei fondi di investimento, non ci sono più le gerarchie di una volta, con un presidente, la società e la squadra. Ora faccio fatica, è una cosa che è andata un po' calando e mi dispiace di questo perché il tifo per la Juventus c’è sempre”. 

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