Sono trascorsi 41 anni da quella che è stata la notte più tragica nel mondo del calcio, quando a Bruxelles persero la vita 39 persone a seguito del cedimento di una gradinata dello stadio Heysel, causata dall'immane violenza dei tifosi del Liverpool. Persone, prima che tifosi, con una storia da raccontare, con un bagaglio di emozioni e di sensazioni che si erano portati da casa per seguire la loro squadra del cuore nella partita più importante dell'anno: la finale di Champions League. A sfidarsi c'erano la Juventus di Giovanni Trapattoni e di Michel Platini, contro gli inglesi del Liverpool di Ian Rush e degli "Hooligans". Già, perchè quella che doveva essere una partita di calcio si è trasformata in una vera e propria guerriglia, oltre che in una tragedia impossibile da dimenticare, con i supporters dei Reds che hanno cominciato a caricare quelli di fede juventina nell'ormai celebre, quanto tragico, settore Z, schiacciandoli letteralmente contro il muro che li separava dalle tribune, fino a far cedere una parte di esso. Le conseguenze furono devastanti, con i tifosi bianconeri che si ammassarono uno sopra l'altro nel tentativo di trovare una via di fuga, generando, inevitabilmente, una lunga scia di morti e feriti. Oggi, nel giorno del 41^ anniversario, il tifoso della Juve Gianni Carpitelli prova a raccontare, ma soprattutto a ricordare, attraverso un'intervista esclusiva concessa a Tuttosport.com, cosa ha vissuto in prima persona in quei drammatici momenti, quando era appena un 17enne partito alla volta della capitale belga insieme a suo fratello per seguire la Vecchia Signora.
Partendo dalle origini di tutto, cosa rappresenta per te la Juventus?
“La Juventus è stata uno stile di vita. Negli ultimi anni ho perso un po’ la passione, non per la Juve ma per il calcio in generale, però diciamo che sin dall’inizio, pur stando in provincia di Firenze, io e mio fratello siamo stati dei tifosi molto appassionati. Questo ci ha portato, oltre che ad andare a vedere le partite a Torino, anche a seguire la Juve in tutta Europa. Partivamo con i pullman, con i gruppi organizzati e si andava in giro. Quella di Bruxelles è stata la seconda trasferta perché quella precedente, ahimè, fu quella di Atene contro l’Amburgo. Ci si era messi proprio di impegno per girare il più possibile, poi in quei tempi la squadra era veramente forte e abbiamo visto passare tantissimi campioni. Ti appassionavi anche più facilmente. Ormai le società di oggi sono diventate dei fondi di investimento, non ci sono più le gerarchie di una volta, con un presidente, la società e la squadra. Ora faccio fatica, è una cosa che è andata un po' calando e mi dispiace di questo perché il tifo per la Juventus c’è sempre”.
