Chissà quante volte Emilio Targia ha letto, ripetuto, mentalizzato in tutte le sue forme il testo di “Dentro l’Heysel”. Eppure, anche la sera del 29 maggio scorso, nel 41° anniversario della strage, c’è stato un momento in cui il racconto è sembrato quasi impossibile da sostenere. Quando si compie il destino di Giovanni e Andrea Casula da Cagliari, padre e figlio, 43 e 10 anni, anche per il narratore sul palco per un momento sembra essere troppo, e ricaccia indietro un singhiozzo. Non tutti in platea hanno avuto la sua stessa prontezza, nella serata organizzata al Docks88 dall’Associazione “Quelli di… via Filadelfia”. “Dentro l’Heysel” è diventato un libro, un podcast, un reading teatrale con l’accompagnamento alla fisarmonica di Gianluca Casadei. Un testo che, in qualunque forma lo si veda, è diventato il fondamento di un lavoro di recupero della memoria in grado di mettere finalmente a fuoco la portata della strage
Il racconto
Il racconto di Targia parte dal vissuto personale di giovane tifoso della Juventus in partenza in treno da Roma a Bruxelles, in un viaggio pieno di entusiasmi e speranze per persone da ogni angolo d’Italia, a rimarcare una volta di più il radicamento bianconero nella Penisola. Ma l’occhio del giovane Targia era già quello del giornalista in nuce, non solo per l’idea di portarsi dietro una cinepresa Super8 con cui filmare immagini da una Bruxelles baciata da sole di fine primavera: immagini di festa inconsapevole, rimaste a lungo inedite e che adesso, proiettate nel carosello finale rendono ancora di più l’idea di straniamento. Un racconto incalzante, che parla del 1985 per far intendere agli appassionati di calcio del 2026, e che esige la presa di coscienza dei danni prodotti da una lunga rimozione della tragedia.
Un aspetto chiave che, spostando per molto tempo il focus della narrazione dalle vittime alla coppa, a un’insulsa, stramaledetta coppa, ha finito per piegare quella stessa narrazione quasi da invertirne le parti, creando le basi per infamare negli anni quella tragedia, pratica inaccettabile e purtroppo invece sin troppo presente, troppo tollerata nelle sue forme palesi e, peggio ancora, in quelle implicite e striscianti. La memoria dell’Heysel vive ora in tanti modi: attraverso monumenti, a Torino, a Liverpool e in molti altri luoghi, ma anche incontri, letture, libri, podcast, persino tesine scolastiche. Coltivare la memoria, l’unico rimedio per combattere l’imbecillità e far prevalere il rispetto.
WHATSAPP TUTTOSPORT: clicca qui e iscriviti ora al nuovo canale, resta aggiornato LIVE
