Un tripudio di applausi ed emozioni. Così il Teatro Regio di Parma ha accolto Alessandro Del Piero e poi lo ha salutato con una lunga standing ovation. Lo storico capitano della Juventus è stato premiato come Legendary Player al Festival della Serie A. L'ex numero 10 ha risposto alle domande del direttore di Tuttosport Guido Vaciago. Ricordi e retroscena sulla lunga carriera alla Juventus e con la Nazionale Italiana, ma anche un occhio al futuro e i tanti insegnamenti per i giovani in sala: Del Piero non si è sottratto, affrontando gli argomenti a 360º e parlando anche del ruolo di presidente della Juventus tanto caldeggiato dai tifosi.

L'ultimo scudetto e il saluto alla Juventus
Il 13 maggio 2012 è terminata l'avventura di Alessandro Del Piero alla Juventus. A distanza di quattordici anni, le immagini e le emozioni del giro di campo, lo scudetto (il primo dei nove consecutivi) alzato al cielo nel primo anno dell'Allianz Stadium sono ancora vive. "Non ricordo cosa pensassi, se non una miriade di emozioni e la felicità dello scudetto. Il percorso di 19 anni alla Juventus è stato sempre speciale. Nell'ultima parte è stato particolare perché abbiamo avuto la piccola disavventura nel 2006... Ritornare è stato complicato come spesso accade quando hai un trambusto del genere. Completare la rimonta con la vittoria dello scudetto ha dato lustro a una stagione del tutto unica. È stato bello sotto tutti gli aspetti. Le emozioni sono state altalenanti. È stato tutto naturale. Ci siamo approcciati a quella partita sapendo due cose: che avremmo celebrato lo scudetto, e di quello eravamo tutti felici, e che sarebbe stata la mia ultima partita, con dentro anche molte domande su quello che sarebbe poi successo", ha esordito Del Piero.
Il giro di campo all'Allianz Stadium
Il giro di campo, pochi minuti dopo la sostituzione, ha fatto calare un velo di tristezza sullo Stadium, con i tifosi che non hanno nascosto le lacrime: "È stata una reazione naturale di tutti, compreso me stesso. Quei momenti lì per me hanno un valore diverso dalla vittorie. 19 anni insieme sono tantissimi per me. Sono sempre stato un tifoso della Juventus, quindi quelle emozioni hanno un significato doppio. Siamo andati incontro alle cose più belle ma anche alle più brutte: è stato un percorso anche umano. I 41mila dello Stadium rappresentavano tutti i 19 anni alla Juventus".
Un atto dovuto, anche se il numero dieci avrebbe voluto non farlo, ha ammesso. "Il giro di campo è stato complicato. Non volevo farlo perché non sono molto propenso alle autocelebrazioni e non volevo farlo nel giorno del ritorno dello scudetto. Ho sempre reputato che la cosa più importante fosse mettere davanti gli interessi della squadra e quello era uno unico. È stato un momento dovuto perché sono stato chiamato dall'immenso amore che ho ricevuto anche negli anni più critici. È stato assurdo".
L'amore costante dei tifosi della Juventus
Gol e vittorie, ma anche l'amore costante dei tifosi. Più delle vittorie, è questo quello che Alessandro Del Piero porta nel cuore. "Un sentimento così grande? È dovuto alla consistenza, alla tenacia e alla scelte fatte. Ho attraversato questi alti e bassi sempre fondamentalmente a testa alta e con orgoglio, anche nei momenti difficili. E senza la sfrontatezza quando eri il più forte o vincevi tutto. Penso che debba sempre esserci equilibrio e bilanciamento nei nostri comportamenti, soprattutto perché siamo degli idoli o persone ben viste".
Pinturicchio è diventato l'idolo di milioni di tifosi. E questo Alex lo sapeva bene, per questo ha sempre cercato di essere un esempio e un modello da seguire, come aveva appreso dalle persone che, a sua volta, stimava: "Quando ero piccolo, guardavo i giocatori migliori, cercando di capire un po' tutto per vedere cosa traspariva dai gesti, dalle interviste e dal campo. È quello ho cercato poi di trasmettere a mia volta".
Gli inizi e l'approdo a Padova
Hanno riavvolto il nastro, Vaciago e Del Piero. Dalla fine del percorso alla Juventus sono tornati indietro, fino agli inizi e a quando Del Piero ha lasciato la sua Conegliano per trasferirsi a Padova e iniziare la sua carriera. "Da bambino non ero convinto di farcela. Avevo il sogno e vivevo la provincia in maniera totale. Poi le cose sono cambiate da Padova in poi. Andarci a tredici anni è stato un passaggio delicato e molto importante. Anche di grande fiducia e responsabilità da parte dei miei genitori perché lasciarmi da solo trentotto anni fa...('Mamma mia', ride. 'Tagliate questa parte', dice scherzando tra gli applausi della sala, ndr)".
Lasciare casa e famiglia non è stato facile. Ma Alessandro ce l'ha fatta: "Non avevo un cellulare e per parlare avevamo degli orari: se non chiamavo alle 8 precise, alle 8:03 mia madre era a rischio collasso. È un classico. Oggi che sono genitore comprendo, anche se col cellulare è diverso. È stato un atto di grande fiducia nei miei confronti. Quando i miei genitori mi hanno detto se me la sentissi, non ho avuto il minimo dubbio. Non perché pensavo di essere grande, ma coltivavo questo sogno e volevo portarlo avanti. Ho dovuto affrontare dinamiche di un certo spessore, ma tutto il Calcio Padova mi ha aiutato. Ho trovato persone che guardavano al ragazzo oltre che al calciatore. C'era l'attenzione che per l'epoca doveva esserci".
Il talento e la crisi del calcio italiano
"Perché non nascono più Del Piero?", così il direttore Vaciago. Il calcio italiano non sforna più talenti come lo faceva in passato. Per l'ex capitano è un passaggio fisiologico: "Il talento nasce e non si crea. Poi dopo bisogna far sì che possa esprimersi nel migliore dei modi. Il talento continua a nascere e sono certo che in Italia siamo pieni di talenti. Oggi ne stanno godendo di più gli altri sport: non solo il tennis ma anche nei motori o alle Olimpiadi stiamo facendo cose eccezionali. L'Italia è rappresentata da atleti di ogni genere in maniera fantastica".
Le tre mancate qualificazioni ai Mondiali, però, sono un fallimento. Bisogna cambiare rotta per cercare di risolvere i problemi, ma ricordandoci sempre che gli italiani si compattano nelle difficoltà e trovano la forza per tornare alle vittorie: "Dobbiamo realmente cercare di risolvere i problemi. Il primo passaggio è rendersene conto e capire cosa funziona e cosa no. Non bisogna essere troppo negativi. Oggi è facile esserlo. Fuori da tre Mondiali di fila? Non c'è nulla da giustificare. Dal disfattismo abbiamo realizzato cose incredibili. Nel 2006 eravamo nel pieno di una crisi multipla. Nell'82 uguale. L'Europeo che abbiamo vinto recentemente, in mezzo a due mancate qualificazioni ai Mondiali... Noi italiani riusciamo a tirare fuori qualcosa di particolare, creativo e geniale e ci uniamo molto nei momenti di difficoltà. Mi auguro che accada anche stavolta".
Le sconfitte con l'Italia e gli alibi
Non solo Juventus, ma anche l'Italia. Il percorso in Nazionale di Del Piero è stato condito da momenti esaltanti e altri meno. Uno dei punti più bassi, forse, è il Mondiale del 2002. L'ex capitano bianconero vuole che si vada oltre gli alibi. "L'interpretazione che diamo alle cose crea il nostro stato d'animo e dove vogliamo andare. Se ci fermassimo sempre e solo agli alibi, che per il 2002 sono evidenti, non andremmo da nessuna parte. Ho sempre cercato non di fare Mea Culpa ma di guardare dentro me stesso. Non voglio alibi e non li ho mai cercati. È così che secondo me c'è un processo di crescita. È ovvio che ci sono abbastanza situazioni che ci sono capitate. Quella Nazionale era fortissima, come lo era quella del '98".
Prima del successo in Germania, Alessandro Del Piero ha vissuto pagine negative con l'Italia, anche se faceva parte di gruppi forti e ricchi di talento: "Abbiamo passato generazioni tremende. Nel '94 siamo arrivati a un passo dal sogno. Il Mondiale è unico. È corto, devi essere perfetto e devono allinearsi un sacco di cose. Per noi è successo nel 2006, ma poteva avvenire prima. Nel '98 siamo usciti ai rigori con la squadra che poi ha vinto il Mondiale. Nel 2002 siamo usciti per altre dinamiche. Se andassimo a rivedere la partita, sono certo che ci saranno dei momenti che potremmo dire 'lì potevamo far meglio, lì ho commesso questo errore'. Basta alibi e basta passato. È un peccato quello che è successo ma si guarda avanti".
La vittoria del 2006 in Germania
Dalle ceneri del 2002 e nel pieno di Calciopoli, l'Italia si è ricompattata, vincendo i Mondiali del 2006. Merito, ammette Del Piero, della forza e della coesione del gruppo azzurro: "Abbiamo affrontato delle difficoltà in quel periodo, anche durante le qualificazioni, ma abbiamo reso tutto molto facile grazie al talento e alla qualità che c'erano in campo, in panchina e nell'organizzazione che si muoveva in un certo modo. Tutti hanno fatto un sacrificio per essere a disposizione e al top per la Nazionale. Con questo senso di appartenenza, volontà di raggiungere il risultato e sacrificio, tutto unito a un talento straordinario, si è creata quella magia".
Ogni componente ha dato il massimo, contribuendo alla vittoria finale: "Lo staff tecnico era maturo e pronto. Lippi si era messo in discussione. È bellissimo poter pensare a quel percorso. Mi sono sentito completo come calciatore ovviamente ma anche come persona e come uomo. Alla fine abbiamo famiglie e amici anche noi. Tutte le persone che sono state attorno a te e che hanno fatto di questo percorso, ti vengono in mente e hanno avuto un peso nel risultato finale. Per questo è stata un festa per tutti".
Anche Alessandro Del Piero ha avuto paura. Sì, quando doveva battere uno dei calci di rigore nella finale contro la Francia. Ma ha voluto sdrammatizzare il momento, riuscendo a non farsi schiacciare dalle tensione del momento: "È un momento di tale tensione. Nella mia testa pensavo 'Ma dai, quante persone ci saranno a vedere questo momento? In più, rappresenti un Paese che se sbagli un rigore non se la prende... Che vuoi che succeda. Cosa può andare storto. Abbiamo le condizioni ideali per calciare un rigore contro la squadra che sei anni prima ci aveva battuti al Golden Gol. Prendendosela di più con te non si sa perché... Ho cercato di sdammatizzare. È un momento talmente assurdo che non puoi prepararlo. Poi il calcio di rigore è una prova mentale". E poi ha concluso: "Adesso che ho segnato posso dire quello che voglio. Potrei dirti che ho chiuso gli occhi tre metri prima di calciare, tanto sapevo come sarebbe andata a finire (ride, ndr). Il bello è questo. Siamo stati perfetti. Trezeguet ci ha condannati sei anni prima e poi ha sbagliato il rigore. Noi abbiamo vinto contro una Nazionale fortissima. Non dico più forte di noi ma poco ci manca. Aveva singoli strepitosi".
La vittoria della Champions League del 1996
Trent'anni fa, la Juventus vinceva la seconda e ultima Champions League della propria storia. Un cammino iniziato nel migliore dei modi per Del Piero, che aveva incantato nell'esordio proprio al Westfalenstadion di Dortmund: "All'epoca non ci pensavo, ero strafelice per un gol e due assist in una partita fondamentale e complicata per noi. Non avevano Vialli e Ravanelli. Io, Padovano e Di Livio eravamo esordienti in Champions League. Fuori casa e sotto dopo un minuto... Voglio pensare che quella partita sia stata un'ulteriore conferma di quello costruito l'anno precedente, quando siamo tornati alla vittoria dopo un settimo posto, passando momenti che ci hanno segnato come gruppo squadra e ci hanno elevato. Avevamo defezioni importanti per la prima di Champions League, ma ribaltare il risultato in quel modo penso sia stato importante per dire 'Guardate, noi veramente possiamo fare qualsiasi cosa, indipendentemente da chi era in campo'. E così poi è stato".
Partita da Dortmund, quella Juventus è arrivata alla vittoria a Roma contro l'Ajax, chiudendo un cerchio. "Con questo entusiasmo e questa inconsapevolezza siamo andati lontano. Nonostante sentissimo la grossa responsabilità. Vorrei pensarla così: è stata un'annata bella in cui abbiamo meritato in ogni partita. Finale vinta ai rigori? Alla fine conta il risultato. Noi ne abbiamo persa qualcuna negli anni dopo, fuorigioco, recriminazioni...".
Maglie, avversari e... Francesco Totti
Gli avversari diventano fonte di ispirazione. E le maglie diventano cimeli di battaglie e colleghi da stimare: "Non sono un collezionista malato. Ho scambiato maglie con Maldini, Zidane, Ronaldo... Ci sono giocatori iconici. Non lo faccio per avere la maglietta, ma per sugellare qualcosa di speciale: riconoscere chi è simile a me in qualche modo o che mi ha ispirato. Molte volte ho cercato ispirazione nei miei avversari, perché ti creano il senso di sfida. Le motivazioni sono essenziali. Ho anche diverse maglie di Totti".
Proprio Francesco Totti è stato rivale in campo, ma grande amico fuori: "Francesco è simpaticissimo, come Di Livio e Gattuso. Con tanti si crea quella confidenza e complicità per alcune tematiche. Totti ha avuto un percorso simile al mio e rappresentavamo due fazioni importanti. Spesso ci trovavamo a discutere di eventuali liti che scrivevano sui giornali e noi ce la ridevamo. Lì si crea il rispetto. Quello che avviene dietro le quinte, l'onestà e il rispetto sono fondamentali. Con molti di loro ho un rapporto meraviglioso".
Il Pallone d'Oro mancato, Champions e Mondiale 2006
Tanti trofei e tanti riconoscimenti, ma nessun Pallone d'Oro in bacheca, anche se l'assegnazione del 1996 grida ancora vendetta. Del Piero non ci pensa: "Da giocatore ambisci anche ai premi individuali e il Pallone d'Oro è un riconoscimento particolare. Adesso non me ne importa più di tanto, fai un'analisi un po' più completa. Non ho una bacheca di trofei a casa. Non amo collezionare queste cose. Mi piace sentirle mie e capire cosa hanno significato e cosa significano oggi e dargli la giusta importanza per il futuro. Non mi manca il Pallone d'Oro e sono in buona compagnia. Citiamo sempre chi l'ha vinto ma anche di chi non l'ha vinto abbiamo una lista pazzesca".
Champions League del 1996 o Mondiale del 2006? Pinturicchio non sa scegliere. Entrambi i trofei, infatti, hanno un significato differente, essendo arrivati in momenti diversi della carriera e della sua vita: "Ho vinto la Champions a 21 anni, il Mondiale a 32. Due momenti storici diversi da un punto di vista personale. Essendo juventino, la Champions ha un destino particolare. Non abbiamo potuto ovviamente festeggiare quella del 1985, quindi per certi aspetti era la prima. Per l'importanza che ha e per le difficoltà che abbiamo a vincerla, è stata qualcosa di pazzesco. All'epoca, nel 1996, nessuno di noi pensava così tanto alla Nazionale. Io avevo appena esordito. Per me la Champions League era già il massimo. Poi è arrivato il Mondiale. Pensa che all'epoca erano solo 23 i convocati. Per certi aspetti siamo stati 'eletti'. Ci sono talento e lavoro, ma anche dinamiche che arrivano da incastri stellari. Mi piace pensare che siamo mossi da tante altre cose". E poi un siparietto con Guido Vaciago: "Se cambierei la standing ovation del Bernabeu con un'altra Champions? Non ha senso rispondere... (ridendo, ndr)".
Diventare presidente della Juventus
I tifosi della Juventus sognano di rivedere Alessandro Del Piero alla Juventus, come presidente. Un cammino alla Boniperti. L'ex numero dieci, per adesso, dribbla le domande come faceva in campo: "L'affetto e le aspettative nei miei confronti non sono mai un peso, ma al massimo una responsabilità. Quando penso alla Juventus, il mio pensiero è cosparso di emotività. Il legame che si è creato con i tifosi è dovuto al percorso di quei 19 anni e alle scelte fatte. Il legame con la famiglia Agnelli è sempre stato onesto e franco. Quello che ha fatto la proprietà è qualcosa di incredibile: è l'unica rimasta per così tanti anni e spesso ha guidato nei trionfi. Oggi ci sono momenti più difficili. La presenza di proprietà e tifosi è importante. La mia posizione? Devo avere la responsabilità di chi sono ed essere consapevole di quello che uno va a dire. Il titolo non te lo do... Ho grande rispetto per chi lavora alla Juventus oggi e so benissimo che vedi le cose in maniera diversa a seconda della posizione in cui sei. Ho fatto il giocatore, ho fatto il corso da allenatore, lavoro da tanti anni in tv, ho viaggiato tanto. Tutto questo mi ha portato sempre a non essere tanto critico o a giudicare, ma a essere più riflessivo e condividere opinioni e punti di vista. Credo che sia il mio modello di vita. Finché non ti trovi dentro, non puoi giudicare. Il legame con la Juventus, con la proprietà e con i tifosi bianconeri sarà sempre lo stesso e non cambierà mai".
E, infine, un commento sulla Juventus attuale e le difficoltà che sta attraversando: "Non mi metterei mai nella posizione di dover dire cosa fare o cosa non fare. È un momento decisamente complicato. Vorrei vedere anche il buono dietro alle cose e porre l'attenzione a quelle positive. Il campionato è stato combattuto fino all'ultima giornata con quattro squadre in corsa per la Champions, due per la retrocessione. Spesso siamo criticati come campionato. Le cose accadono. E bisogna voltare pagina, ammettendo gli errori. Sono certo che il mondo Juve sa quali sono stati. Ci sono professionisti di altissimo livello. Non sarebbe carino dire cosa fare, soprattutto dalla mia posizione. Il Como ha fatto un'annata strepitosa, la Roma uguale. Si prende quello che è e si migliora. Deve essere così quando vinci ma anche quando perdi. Le sconfitte hanno un'importanza maggiore nella crescita rispetto alle vittorie. È un concetto da tener presente sempre".
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Un tripudio di applausi ed emozioni. Così il Teatro Regio di Parma ha accolto Alessandro Del Piero e poi lo ha salutato con una lunga standing ovation. Lo storico capitano della Juventus è stato premiato come Legendary Player al Festival della Serie A. L'ex numero 10 ha risposto alle domande del direttore di Tuttosport Guido Vaciago. Ricordi e retroscena sulla lunga carriera alla Juventus e con la Nazionale Italiana, ma anche un occhio al futuro e i tanti insegnamenti per i giovani in sala: Del Piero non si è sottratto, affrontando gli argomenti a 360º e parlando anche del ruolo di presidente della Juventus tanto caldeggiato dai tifosi.

L'ultimo scudetto e il saluto alla Juventus
Il 13 maggio 2012 è terminata l'avventura di Alessandro Del Piero alla Juventus. A distanza di quattordici anni, le immagini e le emozioni del giro di campo, lo scudetto (il primo dei nove consecutivi) alzato al cielo nel primo anno dell'Allianz Stadium sono ancora vive. "Non ricordo cosa pensassi, se non una miriade di emozioni e la felicità dello scudetto. Il percorso di 19 anni alla Juventus è stato sempre speciale. Nell'ultima parte è stato particolare perché abbiamo avuto la piccola disavventura nel 2006... Ritornare è stato complicato come spesso accade quando hai un trambusto del genere. Completare la rimonta con la vittoria dello scudetto ha dato lustro a una stagione del tutto unica. È stato bello sotto tutti gli aspetti. Le emozioni sono state altalenanti. È stato tutto naturale. Ci siamo approcciati a quella partita sapendo due cose: che avremmo celebrato lo scudetto, e di quello eravamo tutti felici, e che sarebbe stata la mia ultima partita, con dentro anche molte domande su quello che sarebbe poi successo", ha esordito Del Piero.