Allegri sa come si vince: così Max ha guarito i mali del Milan. Ecco i pilastri della sua gestione

Se i rossoneri hanno svoltato è perché la truppa, sin dal giorno del raduno (7 luglio: prima squadra in Serie A) ha subito riconosciuto nell’allenatore un leader anche per il curriculum che portava con sé

MILANO - Settantanove all’alba. Prima della vittoria di Udine, Massimiliano Allegri l’aveva buttata lì: "Ci mancano 85 punti per arrivare in cima". Siccome quando parla di numeri l’allenatore non lo fa mai a caso, è evidente che a quota 91 sia posta per lui l’asticella a cui arrivare per vincere lo scudetto. In materia Max è un cattedratico, come certificano i sei campionati vinti tra Torino e Milano e, nonostante la stella polare per RedBird sia il ritorno in Champions, nessuno crede al fatto che Allegri, approfittando dell’assist dato dal non avere impegni infrasettimanali, non sia sfiorato dall’idea di poter entrare nella storia del club portando in dote il titolo della seconda stella. I primi a crederlo, sono i suoi calciatori. Se il Milan ha svoltato è perché la truppa, sin dal giorno del raduno (7 luglio: prima squadra in Serie A) ha subito riconosciuto nell’allenatore un leader anche per il curriculum che portava con sé. Dal canto suo Allegri ha trovato una rosa di qualità - forse addirittura più di quanto si aspettasse - e non è stato difficile per lui far scattare la scintilla nella testa dei giocatori. Allegri, oltre a vincere tanto, lo ha fatto pure al Milan, per giunta nella prima stagione in cui era arrivato dal Cagliari grazie all’intuizione di Adriano Galliani (che presto ritroverà al suo fianco). E negli anni le sue qualità sono quasi diventate un “brand” che è stato importato pure nel cuore di Milanello.

Come Allegri ha cambiato il Milan

Basta vedere la squadra in campo per capire quanto si sia imbevuta nel dna allegriano: il Milan ha ritrovato solidità difensiva (nonostante Gabbia, Tomori e Pavlovic fossero titolari pure nell’ultima, disgraziata, stagione), ha tra i punti di forza i senatori un tempo malpancisti (Maignan e pure Leao, destinato a giocare centravanti quando sarà di nuovo al top) e ha trovato due nuovi “senatori”, vale a dire Luka Modric, 40 anni compiuti a settembre, e Adrien Rabiot, 31 anni ad aprile. Rimarcare la loro età serve per capire quanto l’arrivo di Allegri abbia condizionato anche le scelte societarie (oggi l’età media della rosa è pari a 27 anni): l’allenatore ha fatto comprendere alla proprietà quanto conti l’esperienza e come per vincere - generando quindi guadagni e aumentando il valore dei giocatori - serva avere in rosa gente abituata a giocare a certi livelli. A corredo Allegri è intervenuto in profondità per favorire il processo di trasformazione da gruppo a “squadra” (termine che, non a caso, viene ripetuto come un mantra in ogni appuntamento con la stampa). L’allenatore ha inoltre reintrodotto alcune buone abitudini ereditate dagli anni berlusconiani, dal dress code da trasferta, all’obbligo di parlare italiano a Milanello fino alla maxi tavolata quadrata per evitare che si creassero gruppetti a pranzo e a cena. La cura, shakerata pure con lo shock per l’inattesa sconfitta alla prima di campionato con la Cremonese (molla per alzare ulteriormente l’attenzione), ha prodotto un Milan che ha saputo riconquistare i tifosi. Anche in questo caso determinante il credito che aveva Allegri con il popolo rossonero: da tempo veniva chiesto un “uomo forte” e Max - a differenza di altri - poteva giocarsi il jolly legato dal ricordo dei suoi anni di stanza a Milanello. Se la gara col Napoli doveva essere un esame di maturità per questo Milan, quella con la Juve ne offrirà un altro, per giunta in trasferta. Di certo qualcosa Allegri dovrà cambiare a Torino: Estupinan sarà squalificato, mentre Tomori è in dubbio per un problema all’adduttore e le sue condizioni vanno valutate giorno dopo giorno.

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