Matias Soulé, dopo una stagione iniziata nelle retrovie della Roma e chiusa sempre più da protagonista, si è raccontanto nel corso di una lunga intervista in cui ha ripercorso tutta la sua giovane carriera nel mondo del calcio. L'ex Juve ha raccontato diversi aneddoti indetiti sul suo arrivo a Torino e sull'esperienza in bianconero, oltre che sull'esordio sfiorato con la maglia dell'Italia.
Soulé rivela: "Stavo per lasciare la Roma"
Soulé ha iniziato l'intervista parlando della sua prima stagione a Roma: "La verità è che è la città bellissima, il clima è molto bello. Adesso non piove quasi mai e ora con l’estate inizia a fare caldo. Siamo migliorati nel corso dell'anno. Avevamo iniziato un po’ male, però il nuovo allenatore Ranieri ci ha tranquillizzato e abbiamo fatto molti punti. Se ero nervso quando non giocavo? Un po’ sì, ovviamente so di essere giovane, ma tutti vogliono giocare. Quando è arrivato lui non giocavo molto, stavo per andare via, però poi mi ha detto: 'No, arriverà la tua occasione, resta'. E per fortuna ora sto giocando come volevo". Sul rapporto e l'aiuto dei due connazionali Dybala e Paredes: "Sono due geni, soprattutto come persone, li conoscevo già prima di venire qui. Parlavo con loro, non sapevo se sarebbero rimasti o no, ma volevo che rimanessero per l’adattamento e poi perché con la gente argentina è un’altra cosa".

Soulé, i primi ricordi con il calcio in Argentina
Spazio quindi ai suoi primi ricordi nel mondo del calcio: "Beh, mio papà mi raccontava che da piccolissimo prendevo la palla e la portavo sempre con me anche al mare. Mio papà è un grande tifoso di calcio. Ricordo che a 3-4 anni volevo già andare a provare a giocare, ma ero troppo piccolo. A 4 anni e qualcosa ho iniziato a giocare in un club di quartiere, l'Argentino del Sur, un club di calcio a 5, e poi sono passato al Kimberley dove ho giocato qualche anno fino al calcio a 11. Mio papà lavorava tanto, faceva il postino e guidava un camion, lavorava 10-14 ore al giorno, usciva alle 6 del mattino e tornava verso le 9 di sera. Arrivava sempre tardi, se poteva veniva alla fine dell’allenamento, altrimenti mia mamma mi portava e veniva a prendermi con il pullman. A un certo punto ha però incontrato un coordinatore del Kimberly e così ho potuto fare un provino a Buenos Aires. Avevo 9-10 anni, lì è iniziata la storia. Sono rimasto qualche settimana, poi mi hanno detto: 'Devi tornare tra un mese'. Sono tornato e mi hanno preso per giocare. Andavo a Buenos Aires, quando potevo con mio papà. A 11 anni sono andato in dormitorio da solo perché non potevo più tornare a casa ogni giorno. Non è stato facile, ma volevo farlo a tutti i costi. Ascoltavo storie di altri ragazzi che non potevano andare via perché la famiglia non li lasciava, io invece volevo andare a tutti i costi. Mio papà diceva: 'Guarda questo ragazzo come non è scappato via', ma volevano che facessi quello che volevo io. Stavo a Mar del Plata con il sogno di giocare in un club di Buenos Aires, tutti da piccoli lo sognano. Non mi immaginavo di poter arrivare dove sono arrivato, giocavo e mi divertivo, senza pensare troppo a cosa avrei potuto diventare. Gli allenatori non mi dicevano nulla di speciale, ma io sapevo di avere delle capacità".
Soulé e il trasferimento alla Juve
Quindi sul trasferimento in Italia, con la scoperta da parte della Juve: "Avevo 15 anni, stavo nella categoria Under 16, avevo giocato un torneo con la nazionale argentina in Portogallo. Sono andato abbastanza bene e mi hanno iniziato a seguire, hanno parlato con il mio agente e la mia famiglia. Poi ci sono stati problemi con il contratto, ma alla fine sono venuto qui. E' stato inimmaginabile, come dicevo prima, è un passo alla volta. All’inizio volevo solo giocare, poi ho iniziato a essere seguito da club importanti all’estero, è stato un sogno che si realizza molto in fretta. Trasferirmi in Italia? Non ci ho pensato molto, ovviamente sono andato con la mia famiglia perché ero minorenne, ma è successo molto in fretta". Invece sui problemi sorti con l'addio al suo club in Argentina: "Ovviamente è stato molto dura, all’inizio non volevo andarmene. Poi, quando sono successe alcune cose, ho scelto di andare e non ho esitato. Ero in nazionale, mi avevano convocato dopo il torneo che avevo giocato. All’inizio non sapevo niente, perché nessuno mi aveva detto nulla. C’era un altro torneo dopo, in Montenegro credo, qualcosa del genere. Mancavano non so, cinque giorni alla convocazione, e io stavo andando bene, pensavo: 'Mi chiameranno di nuovo'. Mi hanno chiamato per allenarmi, ho ricevuto la convocazione e mentre mi allenavo mi hanno fatto uscire dicendo che non potevo allenarmi perché il club aveva detto di no, che non voleva farmi firmare il contratto. È stato molto strano, non capivo niente perché non sapevo nulla di contratti, ero molto piccolo, avevo 15 anni. Non sapevo niente, non avevo mai parlato di nulla. Ho mandato una foto a mio padre, ero negli spogliatoi e non mi avevano fatto fare niente. Non avevo mai saputo nulla del contratto o di offerte, ero molto piccolo. In più volevo tornare con la nazionale al torneo, che poi hanno vinto i ragazzi. Dopo sono iniziate a uscire notizie che volevo andarmene, per la tv e tutto. La gente ha iniziato a parlarne, io ero nel dormitorio e mio padre si è spaventato, è venuto a prendermi e mi ha portato a Mar del Plata. E' stato imbarazzante perché avevo 15 anni e non capivo niente e se non vogliono che vai in nazionale non ti convocano, ma mi hanno convocato e poi hanno tirato fuori la storia del contratto, che io non conoscevo affatto".
Il legame con l'Independiente
Sul legame con l'Independiente trasmesso dal padre: "Ricordo che quando sono andato in nazionale per la prima volta, senza aver ancora giocato in prima squadra, mi hanno regalato un mate con il logo dell'Independiente e anche quella della Juve, perché ero alla Juve in quel momento. È iniziato così, 'Guarda il mate che ha Soulé' e da lì è partito tutto. Mio padre è tifoso dell'Independiente, tutta la mia famiglia è dell'Independiente, quindi lo sono stato anch'io fin da piccolo. È bello, anche se non ho mai giocato lì, che mi considerino già uno di loro. Seguo tutte le partite, tranne le ultime perché giocavamo lo stesso giorno e non ho potuto guardarle. Se penso di giocarci un giorno? No, non ora, sto appena iniziando la mia carriera. Ma sì, dico sempre che il calcio argentino rimane dentro. Mi piacerebbe molto, spero un giorno di poter andare a giocare in Argentina. Sono andato allo stadio dell'Independiente una volta e mi è piaciuto molto, era la prima volta che andavo lì. Non ero mai potuto andare prima perché mio padre lavorava molto e non poteva portarmi. Quando giocavamo i tornei estivi a Mar del Plata, andavamo alla popolare e lì ho vissuto l’ambiente da tifoso, non da giocatore. Dei giocatori di oggi Cabral mi piace molto, anche Loyola, ha un futuro in Europa. La squadra in generale sta andando bene, la seguo molto. Cabral è uno di quei giocatori che con un passaggio ti può far vincere la partita, sta giocando molto bene. Il resto della squadra può migliorare un po’, conosco anche Kevin che ho visto in tv. L’ultima volta che sono andato in Argentina sono andato a mangiare con lui. Gli parlo da amico, non gli metto pressione, lui sa come funziona. È uno di quei giocatori che se lo metti sotto pressione, esce di scena".
L'ambientamento alla Juve e il rapporto con Dybala
Sul suo ambientamento alla Juventus: "All’inizio mi sono anche fatto male, ma quando sono entrato nello spogliatoio ho trovato gente come Paulo Dybala. Non ero ancora in prima squadra, ma lui c’era già, insieme a Cristiano Ronaldo. Ho esordito a 18 anni e Cristiano era lì. È stato incredibile, non lo immaginavo. Paulo mi conosceva di nome, sapeva che ero argentino. Una volta è venuto a mangiare a casa mia e ha fatto un asado con mio padre, era prima che fossi in prima squadra. Mio padre mi diceva: 'Guarda chi mangia a casa nostra', ma non capivo cosa significasse allora. Aneddoti con Ronaldo? Non ero ancora in prima squadra, andavo solo ad allenarmi ma non stavo nello spogliatoio con lui. Lì è tutto un altro mondo, con tutte quelle macchine di lusso. Ricordo una volta che stavo mangiando con Franco Israel, un mio compagno uruguaiano, e a un certo punto si è seduto vicino a noi. Non potevo crederci, ho parlato con lui un’ora. Parlava di tutto, della vita, di Madrid, della squadra. Ero nervoso e curioso, gli chiedevo tutto".
Soulé sull'esperienza al Frosinone
Sul trasferimento al Frosinone in prestito: "Sì, dovevo andare via, non avevo spazio, c’era il Fideo (Di Maria, ndr). Ho giocato ma non molto, quindi ho scelto di andare via. Me ne sono andato per poter giocare, capito? Perché sapevo che se fossi rimasto magari avrei giocato, ma non quanto volevo. Allora ho detto: ‘Meglio se vado da qualche parte a giocare, ne ho bisogno’. E per fortuna è andata abbastanza bene, anche se è un peccato che siamo retrocessi proprio all’ultima giornata. Ci bastava un pareggio e invece abbiamo perso. Però tutto questo mi ha fatto crescere come calciatore, al punto che si è iniziato a parlare di me anche per la nazionale argentina, quella maggiore. Perché nel frattempo era uscita la notizia che la nazionale italiana voleva convocarmi".
Soulé: "Spalletti mi ha cercato per l'Italia"
Proprio sull'interesse della nazionale italiana: "Sì, me lo ricordo bene, ero a Frosinone. Il mio allenatore lì aveva un buon rapporto con Spalletti, e ricordo che proprio mentre ero a casa di Dybala a Roma, dove ero rimasto a dormire, mi arriva un messaggio: ‘Mati, tutto bene? Ti chiamerà il CT dell’Italia, vuole parlarti, magari convocarti. Ti mando poi il numero’. E mi ha chiamato: mi ha detto che voleva convocarmi, che stavo facendo bene, che sapeva che ho il passaporto italiano. Poi è venuto anche al centro sportivo dove ci allenavamo a Frosinone. È venuto lì di persona, mi ha detto le stesse cose. Mi ha detto che mi voleva, che dovevo prendere una decisione, che stavo andando bene, mi ha fatto i complimenti. Mi disse che c’era l’Europeo vicino e che cercavano un giocatore come me, uno che salta l’uomo. Ma io gli avevo già parlato prima, e quando è venuto gli ho detto che no, che mi dispiaceva ma avrei dato priorità all’Argentina, che volevo aspettare una chiamata dell’Argentina. E lui mi ha detto: ‘Sì, ti capisco’. Una proposta così importante, eppure… è venuto fin lì, di persona. Quando sono arrivato all’allenamento, i compagni già lo sapevano, era uscito sui giornali che mi voleva la nazionale italiana. E mi dicono: ‘Oh, c’è Spalletti qui’. Poi mi ha chiamato il preparatore e mi ha detto che voleva parlarmi. È difficile, sai? Ti senti voluto, da un lato hai l’Argentina, ma anche giocatori come Dybala a volte restano fuori. Quindi non stavo scegliendo la strada più sicura. La più sicura era l’Italia, era più facile giocare lì. Me l’ha detto anche lui: ‘L’Europeo è vicino, mancano pochi mesi’. Magari ci andavo e poi non giocavo, chi lo sa. Guarda Retegui per esempio. Ma io ho detto: ‘No, sento che il mio cuore è argentino, voglio aspettare la mia occasione’. E sì, ora quando esce la lista dei convocati, l’ansia è tanta. Ultimamente non ho giocato tanto, quindi capisco se non vengo convocato. Per essere lì devi rendere. E ci sono tanti ragazzi forti, che continuano a vincere. Però io ho sempre il sogno, il desiderio, e spero davvero di poter tornare".
Gol nel derby, l'emozione di Soulé
Poi sull'esprienza alla Roma, con il gol più significativo nel derby: "Sì, la verità è che ha cambiato tanto. Ero in ripresa, stavo giocando di più, credo di aver giocato da titolare gli ultimi sei o sette match. È stato bellissimo quel gol. Pareggiare così, con la mia famiglia presente. Anche se non riuscivo a trovarli in tribuna perché giocavamo in casa della Lazio e avevamo posti diversi. Però è stato un momento incredibile. Paulo mi diceva: ‘Tiri sempre dallo stesso lato, cambia ogni tanto!’. C’è anche una clip prima della partita in cui lui fa il gesto. Poi ci scherzavamo tra noi, lui con cappellino e tuta sembrava un allenatore. L’abbiamo preso in giro nel gruppo, ci siamo fatti un sacco di risate. Dybala e Paredes si impegnano con la moda, Io provo a mantenermi umile".
Soulé: "Un sogno giocare con Di Maria"
Soulé ha risposto anche ad una serie di domande rapide: "Un idolo? Ovviamente Messi. E da piccolo anche il Kun Aguero. Lo stadio più bello in cui ho giocato? Non ho giocato ancora in tanti, ma direi l’Olimpico di Roma o quello di Milan ed Inter. Anche quello della Juve è bellissimo. Un obiettivo materiale che ancora non ho comprato? Una casa qui a Roma, ci sto pensando. Film o serie che consiglio?" ‘Contratiempo’, con Mario Casas. PlayStation: FIFA o Call of Duty? Più Call of Duty. Warzone. Ora ci gioco con Paulo e un compagno spagnolo, Angelino. Sto ricominciando a fissarmi. Durante la pandemia mi ero staccato, ma ora ho ripreso. È difficile smettere! Il miglior giocatore al mondo nel mio ruolo? Salah, senza dubbio. Un giocatore con cui mi piacerebbe giocare? Rodri, del Manchester City. Quando sono a casa gioco alla Play (ride, ndr). Aiuto ogni tanto la mia ragazza, perché sennò mi uccide. Cucino ogni tanto, sto imparando a fare l’asado, mi viene abbastanza bene. Quando c’è mio padre però vuole sempre farlo lui, non lo puoi togliere dal barbecue" Infine, per chiudere l'intervista concessa al canale YouTube argentino di Gaston Edul, ha parlato del rapporto con Di Maria: "Condividere lo spogliatoio con lui è stato un sogno. È un fenomeno come persona. Mi ha dato dei consigli. Ricordo che mi parlava del suo tiro: sembrava che non colpisse forte, eppure la palla partiva fortissima. Sono dettagli che impari guardandolo".
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Matias Soulé, dopo una stagione iniziata nelle retrovie della Roma e chiusa sempre più da protagonista, si è raccontanto nel corso di una lunga intervista in cui ha ripercorso tutta la sua giovane carriera nel mondo del calcio. L'ex Juve ha raccontato diversi aneddoti indetiti sul suo arrivo a Torino e sull'esperienza in bianconero, oltre che sull'esordio sfiorato con la maglia dell'Italia.
Soulé rivela: "Stavo per lasciare la Roma"
Soulé ha iniziato l'intervista parlando della sua prima stagione a Roma: "La verità è che è la città bellissima, il clima è molto bello. Adesso non piove quasi mai e ora con l’estate inizia a fare caldo. Siamo migliorati nel corso dell'anno. Avevamo iniziato un po’ male, però il nuovo allenatore Ranieri ci ha tranquillizzato e abbiamo fatto molti punti. Se ero nervso quando non giocavo? Un po’ sì, ovviamente so di essere giovane, ma tutti vogliono giocare. Quando è arrivato lui non giocavo molto, stavo per andare via, però poi mi ha detto: 'No, arriverà la tua occasione, resta'. E per fortuna ora sto giocando come volevo". Sul rapporto e l'aiuto dei due connazionali Dybala e Paredes: "Sono due geni, soprattutto come persone, li conoscevo già prima di venire qui. Parlavo con loro, non sapevo se sarebbero rimasti o no, ma volevo che rimanessero per l’adattamento e poi perché con la gente argentina è un’altra cosa".
