Nazionale, carriera e maestri: da Spalletti a Icardi
Lei ha fatto 56 gol in Serie A. Perché in chiave Nazionale, anche in anni in cui ha segnato di più, si parla sempre pochissimo di lei? «Non so davvero cosa rispondere. Faccio mea culpa su tutto ciò che avrei potuto fare meglio nelle ultime stagioni, questo sì. Non entro in altre dinamiche. Negli anni, però, penso ci siano state alcune occasioni in cui la Nazionale aveva degli attaccanti infortunati: ecco, avrei desiderato una possibilità, anche solo per capire il mio livello. Ma sono fiducioso: nella mia testa la maglia azzurra è un obiettivo che porto sempre con me». Si è pentito di qualche scelta in carriera? Per esempio lasciare casa Inter. «Tutto mi ha insegnato qualcosa, per cui nessun rimpianto». Luciano Spalletti ha di fatto avviato il suo percorso in nerazzurro. Quant’è stato importante? «Ho fatto il ritiro pre-campionato con lui, ero giovanissimo. Ero aggregato dalla Primavera. A fine allenamento mi prendeva da parte per lavorare da solo con lui: a me non sembrava neppure vero, aveva un occhio di riguardo anche per l’ultimo arrivato. È un grande allenatore: non ho avuto molte occasioni, ma quando sei all’Inter non puoi scommettere sui giovani». A livello umano cosa le ha lasciato? «La cultura dell’allenamento. È proprio uno che ti sprona ad alzare sempre il livello. Ti migliora in ogni singolo allenamento, è stato il primo a cambiare la mia mentalità». Cosa ha significato per lei crescere sotto l’ala di Mauro Icardi? «Tantissimo. Abbiamo creato un grande rapporto, ci sentiamo ancora, mi ha aiutato tanto anche fuori dal campo. Era il mio primo capitano: aveva un’attenzione per tutti, è diverso da come viene descritto».
