© ANSALa partita - come troppe altre in quest’infausto ventennio - non c’è stata, quindi è inutile parlarne. Almeno qui. Qui vorremmo provare, per la miliardesima volta, a commentare una situazione (penosa), una condizione (umiliante), una realtà (sfinente). I risultati, ormai, sono secondari, sia nel male sia nel bene: si arrivava dalla vittoria di Roma, per dire, ma al livello di incancrenimento cui si è giunti, nemmeno un filotto di exploit potrebbe curare l’avversione dei cuori granata per questa presidenza tanto arida quanto infinita, al punto da far temere possa rivelarsi eterna.
Peraltro, la squadra di Cairo dall’Atalanta ne aveva già presi 7, figuriamoci se fanno notizia 3 gol in 8 minuti di mattanza calcistica. (Diciamo la squadra di Cairo e non di Baroni perché pure l’allenatore qua ormai non conta: lui ne ha rigirati più delle stagioni che ci ha fatto sorbire, bravi e scarsi, in ogni caso capri espiatori per non ammettere le responsabilità di chi comanda, possiede, governa e pure sceglie: tecnici compresi). Né più sconcerta la subalternità a rivali che un tempo il Toro lo guardavano dal basso in alto: anche quando la classifica diceva il contrario, per via di quanto il Toro incarnava (da tempo invece l’Atalanta, come il Napoli, la Fiorentina, le romane, il Bologna, mo’ pure il Como, sono club di altra categoria, specie sul piano societario). Adesso va di moda il pietoso commento “non sono queste le partite da vincere”.
Magre ambizioni
Da anni i punti è lecito farli contro le candidate alla B, in modo da ambire a un brillante 11°, 12° posto, con cui poi farsi riverire nei salotti per l’oculata amministrazione. Questo malgrado i passivi dichiarati, fino a quest’anno, dopo l’ostentato “scudetto del bilancio”. Passivi che fanno riflettere contando e ricontando - per valore economico e tecnico - i giocatori venduti e quelli davvero comprati, rilevando la quasi totale insussistenza di beni societari di proprietà con cui rafforzare solidità, autorevolezza e appeal del club e ovviamente gli obiettivi di prestigio conseguiti (zero). Manco lo stadio è proprietà del Torino, nonostante ieri steward troppo zelanti abbiano confiscato, o tentato di confiscare, perfino le bandierine con la scritta “Cairo vattene”.
Molti si sono giustamente rifiutati di consegnarle, non sussistendo motivazioni quali violenza, pericolosità, diffamazione, peraltro contestabili solo dalle forze dell’ordine; ma questa è l’aria che tira. Incredibile che Cairo, in un contesto di sgradimento popolare così plebiscitario e ora davvero manifesto, riesca ancora ad andare, anzi a tirare avanti, perseverando nell’inscenare certe avvilenti pantomime. Tipo quella di sostenere, ancora l’altro giorno, che “molti tifosi sono con me”, che lui “opera per il bene del Toro e che comunque si può ancora ricomporre”. Chissà se ne ha visti, ieri, di quelli che stanno con lui. Anzi, se ne avrebbe, perché allo stadio mica s’è palesato, a ‘sto giro. Del resto, c’era la marcia di contestazione, dichiaratamente contro di lui, nemmeno dai suoi media spacciabile per mero omaggio al Grande Torino, com’è accaduto il 4 maggio. C’erano i fischietti, per orchestrare un rumore di popolo apposta fastidioso, introdotto dal cartellone “ecco il tuo acufene” (ipse dixit).
La protesta
C’è stato un incessante, corale, disperato invito a levare le tende. Ma lui non lo fa, anche se garantisce di essere disposto a, qualora se. E chissà perché non lo fa, se nessuno lo vuole, se tutti gli scrivono e urlano le peggio cose, se ci smena tutti i soldi che dice. Ora, al netto di atti di ribellione violenta – che qui da una vita non si registrano, che non sono certo auspicabili e che non hanno diritto di cittadinanza: già solo il dissenso è considerato di per sé eversivo, e quindi represso – alla gente del Toro resta forse una strada ancora non percorsa: lasciare lo stadio vuoto. Cori, striscioni, marce, proteste fuori. Dentro, il nulla. Cioè lo specchio fedele di cosa questi vent’anni di Cairo hanno rappresentato per il Toro. Il nulla. Una beneamata miseria di niente, ancor più morale che calcistica. Ecco, quello sì a Cairo farebbe male. Quello sì gli darebbe veramente fastidio. Quello sì sarebbe un danno d’immagine potente, ben più dei cori che certo, non si possono più occultare del tutto (tanto che “Urbano Cairo devi vendere / vattene / vattene” lo hanno imparato da tempo pure gli avversari) ma sui quali in tv si può sorvolare, magari dosando i volumi a seconda delle opportunità e degli opportunismi.
Questo è, non a caso, il dibattito più acceso nella tifoseria. Il fatto è che a molti spettatori abituali non andare alla partita costa più che pagare il biglietto o l’abbonamento, perché gli sembra di abbandonare la squadra, di tradire una fede, perché il vero tifoso non molla, perché lo stadio – specie la curva – è un luogo di aggregazione, un momento di amicizia importante, al quale è difficile e pure brutto rinunciare (per quanto pensare a qualcosa di più brutto di certe prestazioni del Toro sia ancor più difficile). Ma, ribadiamo, il nodo è lì. Sempre non a caso, il Torino Fc da anni attua sui prezzi d’ingresso politiche mirate a occupare i seggiolini purchessia; sovente si rasenta il gratuito, quando proprio non lo si pratica (scolaresche, scuole calcio, associazioni varie). Il problema non se lo pongono giusto per le partite contro le big (Juve compresa) perché in quel caso lo stadio lo riempiono con i tifosi delle altre, tanto che a volte il Toro – malgrado gli sforzi encomiabili della Maratona – sembra giocare fuori casa. Chissà se riuscirà a (far) battere anche questo record di mortificazione, Cairo.
