Pagina 2 | Vendita Toro per 210 milioni: Cairo può dire di sì a un prezzo così alto

A che prezzo, Mr. President? Non a tutti i costi, beninteso! Insomma, Mr. President, quanto lo valuta il suo Torino, che ora fa gola agli americani? Punto e a capo: ricominciamo. Pro memoria per chi fosse appena sceso da Marte: 3 manifestazioni d’interesse per il Torino, tutte di genesi statunitense, sono comparse sui tavoli di Bank of America (Bofa), la seconda più grande istituzione bancaria degli Usa. Offerte potenziali raccolte dall’istituto finanziario, incaricato da almeno 4 mesi di promuovere il dossier Torino per la compravendita della società. Cairo si è affidato all’advisor statunitense per favorire l’emersione di un acquirente sul territorio nordamericano: a marzo, “Il Sole 24 Ore” aveva scoperto la notizia. Poi nell’edizione dell’altro ieri, sempre a firma del giornalista Carlo Festa, lo storico quotidiano economico e finanziario è andato oltre, rivelando l’esistenza di alcune offerte allo stato iniziale, formali manifestazioni d’interesse. Tutte e tre venute a galla in tempi recenti. In particolare, prodotte (made in Usa) da fondi di investimento e holding attive nel settore dello sport.

La situazione cessione

Scrivevamo sul giornale di ieri: il problema più grosso, al momento, riguarderebbe la valutazione del club. Per i candidati acquirenti, una valutazione realistica di mercato del Torino si aggirerebbe sotto i 200 milioni: poco meno di 200 milioni di euro. Riferiscono però che Cairo al momento valuti il club assai di più, decisamente sopra questo tetto. Da capire, adesso, se queste manifestazioni di interesse porteranno a galla un soggetto in particolare con il quale Cairo accetterà di aprire una trattativa. Altro pro memoria, sempre per tenere bene a mente il contesto: le parole di Cairo lanciate a fine maggio con vocazione “casualmente” profetica («A un fondo o anche a più fondi di investimento consiglierei di acquistare il Torino. Deve arrivare qualcuno dall’estero... magari troviamo qualcuno... All’estero ci sono fondi che sono interessati al calcio italiano, in Serie A abbiamo già tante proprietà straniere. Sono disponibilissimo a farmi da parte e non chiedo che mi venga presentata chissà quale offerta». Non chissà che offerta, certo. Ma in quali sfere ci stiamo aggirando? Le indiscrezioni che rimbalzano da tempo da più fonti anche molto diverse tra loro parlano di una possibile valutazione del Torino, da parte di Urbano Cairo, scesa nell’ultimo anno, forse per favorire l’emersione di candidati acquirenti. Fino a prova contraria, adesso il presidente granata valuterebbe il Torino (il condizionale è ovviamente d’obbligo) una cifra oscillante attorno ai 250 milioni di euro, o in parte superiore. Non di meno. In questa valutazione, come detto frutto di indiscrezioni, non rientrerebbe ovviamente il peso economico dell’Operazione Stadio. Al momento il club, affittuario dello stadio Grande Torino, ha allo studio col Comune, proprietario dell’impianto, una partnership pubblico/privato; un’alternativa possibile, nel caso, sarebbe l’eventuale acquisto del diritto di superficie per 99 anni. Lo ribadiamo: un fondo di investimento straniero può essere interessato al Torino solo se poi potrà anche mettere le mani sullo stadio, per varare il “vero” business, motore dell’interesse. Come detto, per i candidati acquirenti coinvolti da Bank of America una valutazione realistica di mercato del Torino si aggirerebbe sotto i 200 milioni: poco meno di 200 milioni di euro. Ma anche in questo caso, come si è scritto prima per Cairo, fino a prova contraria.

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A quale prezzo?

Fin qui stiamo parlando della possibile valutazione del club. Ma il prezzo? Quale potrebbe essere un prezzo realistico, se diamo per buono il raggio d’azione economico fin qui delineato? Impossibile sancirlo qui, ovviamente: è il frutto, secondo le leggi del mercato, di una trattativa (lunga e complessa: è facile immaginarlo) condizionata dall’entità dell’offerta o delle offerte e della richiesta, nonché dalla potenza e dalle motivazioni del candidato acquirente e dalle esigenze/desideri del venditore. Detto questo, attribuendo al Torino un valore simbolico, X (che sia 200 milioni, 250 milioni o una terza cifra), ci si può domandare quali debiti possano ridurre il valore del club, inevitabilmente, facendo emergere un prezzo di vendita. Balliamo tra ipotesi il più possibile realistiche, considerando i valori medi e le abitudini nella compravendita di società di calcio. Dobbiamo partire, doverosamente, dall’analisi dell’ultimo bilancio ufficiale, diffuso dal Torino ad aprile e relativo all’anno solare 2025 (quindi chiuso al 31 dicembre scorso). Il bilancio si era chiuso con una perdita di 13,1 milioni (nel 2024, invece, si era chiuso in attivo per 10,4 milioni grazie innanzi tutto alle rilevanti plusvalenze prodotte dalla vendita di Buongiorno e Bellanova). L’ultimo rendiconto finanziario del Torino ha portato alla luce un aumento dei debiti totali, passati in 12 mesi da 129,9 milioni a 160,5 milioni, tra quelli a 12 mesi e quelli con scadenza pluriennale. Solitamente dal valore X di un’azienda quale può essere una società di calcio (l’enterprise value: il valore aziendale, che riflette il valore di mercato di un’azienda e le richieste del proprietario o degli azionisti) si detrae l’entità dei debiti finanziari (con le banche) per arrivare all’indicazione di un prezzo netto da pagare/incassare in sede di compravendita. I debiti finanziari, sì, e non quelli operativi sui 12 mesi, che oltretutto possono essere controbilanciati dai crediti (in tutto o in parte).

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I debiti e le cifre

Nel caso del Torino, i debiti finanziari ammontano a 52,3 milioni e rappresentano (sempre al 31 dicembre scorso) la somma tra i debiti verso banche entro 12 mesi (12,9 milioni) e i debiti verso banche oltre 12 mesi (39,4). Sempre dalla pagina del bilancio che stiamo esaminando (pagina 14) emerge però che i debiti verso fornitori entro 12 mesi ammontano a ben 27,4 milioni (solo 1,6 milioni, invece, oltre i 12 mesi). Solitamente il venditore ritiene che tali debiti non vadano detratti dal valore aziendale (X) in quanto, per l’appunto, fanno parte del capitale circolante nell’anno, tra debiti operativi e crediti. Se però, per ipotesi, una parte di quei 27,4 milioni presentasse debiti andati oltre alle scadenze originarie, non si potrebbe escludere che un candidato acquirente volesse detrarre anche quella parte dal valore di partenza (X) dell’azienda. Ma, lo ribadiamo, siamo sempre nel campo delle ipotesi, giuste o sbagliate che siano: soltanto la visione dei libri contabili e una due diligence potrebbero darci risposte concrete, chiarificatrici. Di conseguenza, qui, teniamo a mente solo quel dato relativo ai debiti finanziari da 52,3 milioni. E adesso da pagina 14 torniamo indietro nell’ultimo bilancio del Torino a pagina 13, dove compaiono i crediti, all’interno della voce “attivi - disponibilità liquide”. Ebbene, i depositi bancari e postali indicati ammontano a 14,4 milioni. Ed è assolutamente realistico pensare che Cairo se li voglia far rimborsare da un eventuale candidato acquirente. Morale: in sede di trattativa, la cifra da detrarre dal valore aziendale di partenza (X) potrebbe diminuire fino a 37,9 milioni di euro (52,3 di debiti finanziari meno quei 14,4 di depositi alla voce “attivi”). Stando così le cose, se attribuiamo al Torino, per esempio, un valore “di scuola” di 250 milioni, potremmo immaginare che Cairo vorrebbe poter incassare da una compravendita, come minimo, un prezzo netto di almeno 210 milioni (212,1 milioni di euro, calcolatrice alla mano...). Tutto questo, lo ripetiamo ancora, fino a prova contraria. Non possiamo indicare qui (ça va sans dire) un valore del Torino e il suo prezzo in caso di compravendita tra Cairo e un eventuale candidato acquirente misterioso: restiamo comuni mortali, noi.  

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A quale prezzo?

Fin qui stiamo parlando della possibile valutazione del club. Ma il prezzo? Quale potrebbe essere un prezzo realistico, se diamo per buono il raggio d’azione economico fin qui delineato? Impossibile sancirlo qui, ovviamente: è il frutto, secondo le leggi del mercato, di una trattativa (lunga e complessa: è facile immaginarlo) condizionata dall’entità dell’offerta o delle offerte e della richiesta, nonché dalla potenza e dalle motivazioni del candidato acquirente e dalle esigenze/desideri del venditore. Detto questo, attribuendo al Torino un valore simbolico, X (che sia 200 milioni, 250 milioni o una terza cifra), ci si può domandare quali debiti possano ridurre il valore del club, inevitabilmente, facendo emergere un prezzo di vendita. Balliamo tra ipotesi il più possibile realistiche, considerando i valori medi e le abitudini nella compravendita di società di calcio. Dobbiamo partire, doverosamente, dall’analisi dell’ultimo bilancio ufficiale, diffuso dal Torino ad aprile e relativo all’anno solare 2025 (quindi chiuso al 31 dicembre scorso). Il bilancio si era chiuso con una perdita di 13,1 milioni (nel 2024, invece, si era chiuso in attivo per 10,4 milioni grazie innanzi tutto alle rilevanti plusvalenze prodotte dalla vendita di Buongiorno e Bellanova). L’ultimo rendiconto finanziario del Torino ha portato alla luce un aumento dei debiti totali, passati in 12 mesi da 129,9 milioni a 160,5 milioni, tra quelli a 12 mesi e quelli con scadenza pluriennale. Solitamente dal valore X di un’azienda quale può essere una società di calcio (l’enterprise value: il valore aziendale, che riflette il valore di mercato di un’azienda e le richieste del proprietario o degli azionisti) si detrae l’entità dei debiti finanziari (con le banche) per arrivare all’indicazione di un prezzo netto da pagare/incassare in sede di compravendita. I debiti finanziari, sì, e non quelli operativi sui 12 mesi, che oltretutto possono essere controbilanciati dai crediti (in tutto o in parte).

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