© foto Ghiglione / Sportmedia"La teoria economica li definisce comportamenti semirazionali, sono quelli che non si spiegano, se non accettando il fattore irrazionale come parte del gioco. Fra i presidenti di calcio sono piuttosto diffusi questi comportamenti". Antonio Gozzi è uno dei più importanti industriali italiani e dal 2007 è proprietario dell’Entella. Presidente del gruppo Duferco e di Federacciai e membro del Consiglio generale di Confindustria: per lavoro, Gozzi, gira tutto il mondo, tenendo Chiavari come centro di gravità permanente. La Virtus Entella unisce la sua passione per il calcio e legame con il territorio, ma è anche una finestra sul folle mondo del pallone, dentro la quale lo sguardo rigoroso (o almeno ragionevole) dell’uomo d’affari resta spesso disorientato. E, da martedì, quella finestra si è ampliata: Gozzi è entrato nel Consiglio Federale, come rappresentate della Serie B. Buongiorno presidente, complimenti per la nomina in Consiglio Federale. "Ho accettato l’incarico con onore e piacere. Un passaggio in Consiglio Federale credo sia interessante per chi si occupa di calcio come me. Di certo non me lo sarei mai immaginato 18 anni fa, quando sono diventato presidente dell’Entella. E’ un motivo di orgoglio per tutto il club e per i nostri tifosi che vogliono bene ai colori biancocelesti e non perdono occasione per dimostrarlo".
"Si potrebbe ripartire dall'idea di Gravina, ridurre la C"
Cosa si aspetta di trovare? "Sono piuttosto ottimista. Ne parlavo con Matteo Marani (presidente della Serie C, ndr): ci sono le condizioni per fare qualcosa di buono, c’è un gruppo di persone con la testa sul collo, anche la Serie A sta maturando la consapevolezza della crisi, insomma che c’è la necessità di collocare il tema della sostenibilità dentro un più generale percorso di riforme. E, come dicono gli inglesi, la definizione del problema è un mezza soluzione. Forse è il momento buono". Proviamo a tradurre “riforme” in qualcosa di concreto. Se dico “riduzione delle squadre” mi avvicino al concetto? "Lo spazio per 100 club professionistici non c’è, quindi potremmo ripartire dall’idea di Gravina e di quella riforma che prevedeva una riduzione della C, alla quale provare ad applicare agevolazioni e aiuti da semiprofessionismo. I dati della B, poi, sono impressionanti. Negli ultimi cinque anni ha perso un miliardo di euro, che significa 200 milioni a stagione. Assurdo che, a fronte dell’aumentare delle perdite, salgano i salari. Mi dice se c’è un sistema economico che funziona in questo modo? Andando avanti così il sistema collassa e i primi a essere colpiti sono quelli che, nel sistema, ci lavorano, a partire dai calciatori".
"B e C come il campionato degli italiani"
Il punto di arrivo quale potrebbe essere? O, meglio, in cosa possiamo sperare per vedere il calcio italiano risorgere dalla crisi economica? "Immagino uno scenario con un torneo di Serie A al top, che possa competere a livello internazionale e i cui club facciamo parte di quel circuito globale delle competizioni tipo la Champions, dove i diritti tv crescono e possono garantire una sostenibilità. E poi il resto delle squadre dovrebbero ritrovare proprietà italiane che siano stabili e continue, con un forte legame con il territorio. In fondo, vendiamo il campionato di B e quello di C con slogan come “il campionato degli italiani”, allora diamo concretezza a quello slogan, perché è intrinsecamente vero. La B e la C rappresentano l’Italia dei 100 comuni, sono radicate nei luoghi, vivono anche di un campanilismo che, nella sua accezione sana, rende più appassionanti le sfide. L’omologazione al business internazionale non è possibile a quel livello e, soprattutto, mortifica l’originalità. Noi siamo bravi in quanto originali".
