Il terrore bussa in F1

L'arresto di un sospetto estremista negli Emirati apre scenari che suscitano allarme
Il terrore bussa in F1© LaPresse

TORINO - La Formula 1, come qualsiasi altro grande evento sportivo, non può dirsi al sicuro dall’ondata di terrore che scuote il mondo. La notizia riportata dai media del Golfo Persico è molto precisa: è stato arrestato un cittadino degli Emirati Arabi, la cui moglie era stata giustiziata per aver ucciso un insegnante americano di origine egiziana, con l’accusa di aver pianificato ben sette attentati. Tra questi un attacco ad autobus turistici destinati agli stranieri, il circuito di Formula 1 sull’isola di Yas, un negozio Ikea (anch’esso sull’isola di Yas). Addirittura il sospetto avrebbe pianificato di uccidere un leader politico locale (la cui identità non è stata svelata) e avrebbe inteso piazzare un ordigno in una base militare americana nell’area del Golfo Persico. L’udienza preliminare si è tenuta lunedì scorso ed era chiusa al pubblico. Del procuratore sono state fornite soltanto le iniziali. L’imputato si è dichiarato innocente, ora il processo avrà il suo corso. Gli Emirati Arabi sono parte della coalizione internazionale che combatte l’Isis in Siria, al fianco degli Stati Uniti. Dallo scorso settembre le misure di sicurezza sono diventate molto più severe e sono state emanate leggi anti terrorismo che prevedono pene detentive più forti e anche la pena di morte per i reati legati all’odio religioso. Il personaggio in questione, secondo l’accusa, avrebbe cercato di unirsi all’Isis, ma non sarebbe riuscito a raggiungere la Siria. Da qui la decisione di votarsi al terrorismo locale. Da ricordare che gli Emirati, per la presenza di molti stranieri che vi lavorano o che fanno affari, vivono da sempre una dimensione marcatamente internazionale. La notizia non dice se il progetto terroristico prevedesse di piazzare un ordigno esplosivo esattamente nei giorni del GP o, più genericamente, all’autodromo (che comunque, tra gare di altre categoria e manifestazioni legati al mondo dell’auto, è in funzione tutto l’anno). Ma di fatto è un campanello d’allarme. Del resto è evidente che la visibilità di un GP di Formula 1 è tale che un evento terroristico avrebbe quella visibilità e quella risonanza che i terroristi cercano ad ogni costo.

MONDIALE BLINDATO - Bisogna dire che la Formula 1 è da sempre ben protetta. Nelle aree più a rischio, ad esempio, nessuna auto (nemmeno quelle del personale o degli altri addetti ai lavori), può essere parcheggiata entro una certa distanza di sicurezza dall’impianto stesso, per evitare che un’eventuale esplosione possa produrre effetti devastanti. La sicurezza viene assicurata sia dalle forze di polizia locale (di ogni Paese dove si corre) sia da un servizio privato che fa parte del “pacchetto” di servizi venduto dalla Fom (cioè Ecclestone) agli organizzatori delle singole gare. Ci sono persone della sicurezza in divisa, altri in borghese, che presidiano tutte le aree. Quando necessario (e dove necessario) per entrare in autodromo tutte le persone devono passare un controllo con il metal detector (come negli aeroporti) e le auto sono sottoposte a controlli con dispositivi di ricerca degli esplosivi. L’area del paddock, dove oltre ai piloti sono ospitati i vip (inclusi politici locali e internazionali, teste coronate, personaggi del jet set), è sottoposta a restrizioni, divieti e controlli. Il tutto avviene in maniera discreta, mai invasiva, però costante. In più vige un sistema di “badge” elettronici che permettono un controllo preciso e puntuale degli spostamenti di tutte le persone ammesse in autodromo. Sino ad oggi il sistema ha avuto successo. E’ presumibile (e auspicabile) che regga ancora, anche perché lo spiegamento di agenti è costantemente perfezionato. Ma è chiaro che in questi tempi - con i rischi che si corrono in tutto il mondo - nessuno può pensare di vivere in una zona franca.

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