“Non sei italiano”, dalla gogna alla gloria di Wimbledon: Sinner ha zittito anche gli haters

Vincere qui è diverso: non è un torneo di tennis, è il tennis. Battendo, finalmente, l’asso spagnolo Alcaraz

Non è solo che ha vinto un altro Slam. E nemmeno tanto (un po’ sì, eh) il fatto che abbia sconfitto Alcaraz, perché lo aveva già battuto e comunque era chiaro - per chi conosce e capisce il tennis - che ci sarebbe riuscito di nuovo; e perché il numero 1 è lui e lo sarebbe rimasto anche se avesse perso. È che ha vinto Wimbledon, Sinner. Wim-ble-don. Un italiano ha vinto Wimbledon. Non è un torneo di tennis, Wimbledon. È IL torneo del tennis. E forse non soltanto di quello. È come se l’Italia si laureasse campione del mondo suonando il Brasile al Maracanà. È come se un pilota italiano conquistasse il campionato di Formula 1 sulla Ferrari trionfando a Montecarlo. O un nostro ciclista il Tour de France staccando tutti sul Tourmalet o sul Galibier, come Pantani. Eppure, boh, adesso ci sembra di più. Qualcosa di più grosso. Perché nessun italiano ci era mai riuscito. Perché - se col pallone, con le macchine, con la bicicletta siamo sempre stati tra i migliori, o comunque bravi - nel tennis siamo spesso stati considerati delle scartine, se non dei pipponi. Adesso è un bel po’ che non è più così, almeno dal 2021, quando a giocarsi il titolo dei titoli su quest’erba da sdilinquimento arrivò Matteo Berrettini, che adesso vivrà un mix di gioia (per l’amico) e di scoramento (per il tunnel in cui è precipitato): già quella fu storia, ed è giusto oggi ricordarlo, dopo che ieri la storia è diventata leggenda.

 

Sinner riscrive la storia: è il primo italiano a vincere Wimbledon

Wimbledon è Bill Tilden e Rod Laver, è René Lacoste e Fred Perry, è Borg e McEnroe, è Nadal e Federer, è Becker e Djokovic passando per Sampras e Agassi. Wimbledon è i gesti bianchi. Quel bianco finalmente immacolato che qui ha reso elegante lui e quasi, perfino, Alcaraz. È letteratura e poesia. È quel torneo che abbiamo sognato che vincesse Panatta perché faceva delle volée sublimi, ma non aveva l’ossessione della perfezione e la capa tosta di questo ragazzo ricciolo e rosso, che quando da bimbo perdeva una partita telefonava alla mamma per farsi consolare e madama Siglinde gli diceva che non aveva tempo per parlare perché doveva lavorare nella baita e stava troppo indaffarata. Wimbledon è il ricordo di noi boomer che esultavamo come matti se un italiano passava un primo turno, e figurarsi se arrivava alla seconda settimana. Quando ieri Paolo Bertolucci, commosso, ha ricordato tra gli altri Gianni Clerici e Rino Tommasi, quelli dei circoletti rossi che quasi mai riguardavano i nostri tennisti, ha di fatto riassunto un secolo di questo meraviglioso sport, anzi gioco, in cui abbiamo vagheggiato un giorno, un momento così. Pensando che forse non sarebbe mai arrivato. E invece.

 

 

Sinner, fuga da Alcaraz

E invece abbiamo Jannik Sinner da San Candido, Alto Adige. Che spacca tutto da fondo campo eppure ha saputo cavalcare con leggiadria l’erba dei tocchi di fino, non solo delle bordate con schiocco. Che ha dimostrato come si possa essere di cemento anche su un prato trasformando lo in terra promessa. Che ha sfoderato un mix di audacia e talento e resilienza tale da annichilire quell’Alcaraz sbuffante e nitrente per cui troppi ormai dicevano "eh, Jannik è il numero uno ma il più forte è Carlitos". Carlitos che ieri, a un certo punto, è andato fuori di capoccia, urlando "come fa lui a colpire così meglio di me?" e si è messo ad accorciare gli scambi e a cercare colpi alternativi con cui si è ulteriormente consegnato al rivale. Sinner è volato in fuga da Alcaraz. Che qui aveva già trionfato due volte. Ma di là aveva uno che ogni volta impara qualcosa e lo aggiunge alla prestazione successiva, che su ogni sconfi tta costruisce una vittoria. Ha saputo farlo persino facendo tesoro di quella, crudele e sfiancante, del Roland Garros. Avrebbe steso un toro. Lui, invece, ha steso il torello.

 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Tennis

Sinner e il trionfo dell'educazione

Prima, del resto, aveva steso quelli che dicevano che non è italiano, che non gliene fregava niente della Davis e delle Olimpiadi, che ancora gli dedicano battute idiote sui social quando dovrebbero soltanto mettersi le mani nel cubicolo del loro analfabetismo funzionale. Ha ingoiato i sospetti di doping e di favoritismi, ha resistito a tre mesi di ingiusta sospensione e di inaccettabile gogna. Senza mai sfogarsi, senza mai replicare, sbottare, sbroccare. Anche se stavolta si è fatto sentire pure con la voce, dribblando persino i tappi di champagne e inducendo il pubblico più raffinato e compassato a cori da stadio. Ha fatto le sue scelte, anche impopolari, con determinazione ma senza mai perdere la tenerezza. E l’educazione, spiazzante come i suoi rovesci. È tornato forte come prima, anzi più forte di prima. E ha vinto Wimbledon. Wim-ble-don.

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Non è solo che ha vinto un altro Slam. E nemmeno tanto (un po’ sì, eh) il fatto che abbia sconfitto Alcaraz, perché lo aveva già battuto e comunque era chiaro - per chi conosce e capisce il tennis - che ci sarebbe riuscito di nuovo; e perché il numero 1 è lui e lo sarebbe rimasto anche se avesse perso. È che ha vinto Wimbledon, Sinner. Wim-ble-don. Un italiano ha vinto Wimbledon. Non è un torneo di tennis, Wimbledon. È IL torneo del tennis. E forse non soltanto di quello. È come se l’Italia si laureasse campione del mondo suonando il Brasile al Maracanà. È come se un pilota italiano conquistasse il campionato di Formula 1 sulla Ferrari trionfando a Montecarlo. O un nostro ciclista il Tour de France staccando tutti sul Tourmalet o sul Galibier, come Pantani. Eppure, boh, adesso ci sembra di più. Qualcosa di più grosso. Perché nessun italiano ci era mai riuscito. Perché - se col pallone, con le macchine, con la bicicletta siamo sempre stati tra i migliori, o comunque bravi - nel tennis siamo spesso stati considerati delle scartine, se non dei pipponi. Adesso è un bel po’ che non è più così, almeno dal 2021, quando a giocarsi il titolo dei titoli su quest’erba da sdilinquimento arrivò Matteo Berrettini, che adesso vivrà un mix di gioia (per l’amico) e di scoramento (per il tunnel in cui è precipitato): già quella fu storia, ed è giusto oggi ricordarlo, dopo che ieri la storia è diventata leggenda.

 

Sinner riscrive la storia: è il primo italiano a vincere Wimbledon

Wimbledon è Bill Tilden e Rod Laver, è René Lacoste e Fred Perry, è Borg e McEnroe, è Nadal e Federer, è Becker e Djokovic passando per Sampras e Agassi. Wimbledon è i gesti bianchi. Quel bianco finalmente immacolato che qui ha reso elegante lui e quasi, perfino, Alcaraz. È letteratura e poesia. È quel torneo che abbiamo sognato che vincesse Panatta perché faceva delle volée sublimi, ma non aveva l’ossessione della perfezione e la capa tosta di questo ragazzo ricciolo e rosso, che quando da bimbo perdeva una partita telefonava alla mamma per farsi consolare e madama Siglinde gli diceva che non aveva tempo per parlare perché doveva lavorare nella baita e stava troppo indaffarata. Wimbledon è il ricordo di noi boomer che esultavamo come matti se un italiano passava un primo turno, e figurarsi se arrivava alla seconda settimana. Quando ieri Paolo Bertolucci, commosso, ha ricordato tra gli altri Gianni Clerici e Rino Tommasi, quelli dei circoletti rossi che quasi mai riguardavano i nostri tennisti, ha di fatto riassunto un secolo di questo meraviglioso sport, anzi gioco, in cui abbiamo vagheggiato un giorno, un momento così. Pensando che forse non sarebbe mai arrivato. E invece.

 

 

Sinner, fuga da Alcaraz

E invece abbiamo Jannik Sinner da San Candido, Alto Adige. Che spacca tutto da fondo campo eppure ha saputo cavalcare con leggiadria l’erba dei tocchi di fino, non solo delle bordate con schiocco. Che ha dimostrato come si possa essere di cemento anche su un prato trasformando lo in terra promessa. Che ha sfoderato un mix di audacia e talento e resilienza tale da annichilire quell’Alcaraz sbuffante e nitrente per cui troppi ormai dicevano "eh, Jannik è il numero uno ma il più forte è Carlitos". Carlitos che ieri, a un certo punto, è andato fuori di capoccia, urlando "come fa lui a colpire così meglio di me?" e si è messo ad accorciare gli scambi e a cercare colpi alternativi con cui si è ulteriormente consegnato al rivale. Sinner è volato in fuga da Alcaraz. Che qui aveva già trionfato due volte. Ma di là aveva uno che ogni volta impara qualcosa e lo aggiunge alla prestazione successiva, che su ogni sconfi tta costruisce una vittoria. Ha saputo farlo persino facendo tesoro di quella, crudele e sfiancante, del Roland Garros. Avrebbe steso un toro. Lui, invece, ha steso il torello.

 

 

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“Non sei italiano”, dalla gogna alla gloria di Wimbledon: Sinner ha zittito anche gli haters
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