Alcaraz, Sinner l’ha fatto meglio: per buttarlo giù è servito l’extra-campo…

Quella dello spagnolo è una crisi che sa di solitudine del numero primo: l’analisi del momento dopo il ko di Miami

Leggo, e imparo… Le sconfitte di Alcaraz non fanno che mostrarci quanto sia umano, anche lui, vanamente proteso alla ricerca di una perfezione che appartiene in via esclusiva alle divinità dello sport. Caspita… Lezione di catechèsi tennistica, secondo cui perdere, chinare la testa, quel tanto magari, ma non così tanto, sia più umano che vincere. E tutto questo in una disciplina dove non esiste il pareggio, nella quale, per forza di cose, quando un umano perde qualcun altro, in lieta sortita dal proprio bossolo di umanità, deve pur atteggiarsi a vincitore. Povero Seb Korda, fino all’altro giorno grondante di umanità repressa, tra continui infortuni e una torma di zii (è lui a chiamarli così, zia Graf, zio Agassi, zio Stepanek e ora anche zio McEnroe) che si preoccupano per lui, d’improvviso proiettato nella disumanità della vittoria. Ma non è crisi, quella di Carlitos - proseguo nella lettura - è solo un momento di passaggio. Oppure c’è qualcuno che ritiene critica la sconfitta di Alcaraz? Oops, scusatemi, mi è partita la mano, come in un “disperato erotico stomp” tennistico, si è sollevata da sola. E resta lì, malgrado stia facendo il possibile perché si abbassi, sfacciata che non è altra.

Alcaraz, le sconfitte sono un segnale d'allarme?

Possibile che sia l’unico che ritenga critica la situazione di Alcaraz? Me lo chiedo, ma vorrei spiegare meglio… So da me che due sconfitte non fanno una crisi, anche in un tennis siffatto, esagerato il suo. Magari amerei che il principio valesse per tutti, per i due ko di Sinner, così come per i due di Alcaraz. Ma se questo è impossibile, allora aggiungo che se fossi nel team dello spagnolo (cosa che mi guardo bene dal desiderarlo) qualche puntura di preoccupazione l’avrei già avvertita. Il tennis odierno, in una semplificazione forse un po’ azzardata, può essere raffigurato da una linea retta, un millimetro sopra alla quale stanno i migliori, un millimetro sotto gli altri.

"Una croce della quale avverto il peso"

Il passaggio della linea rossa, quando avviene rapidamente, non è mai causato da ragioni prettamente tennistiche, piuttosto da improvvisi cedimenti o esaltazioni mentali. Alcaraz dopo aver fatto bene a Melbourne, e molto bene a Doha, ha cominciato a “sentire le voci”. Quelli che, contro di lui, giocano tutti alla Federer, «una croce che porto con me, della quale però avverto il peso». Non ha perso contro Medvedev e Korda per via d’improvvise negligenze (insufficienze, meno che mai…) del suo tennis. Ha perso perché in modo diverso, quasi opposto, i due l’hanno messo di fronte a un aumento di pressione. Medvedev giocando il tutto per tutto su ogni colpo (ci è riuscito, e questo va a suo grande merito). Korda invece dandogli la sensazione che il peggio fosse passato, per poi riemergere nel terzo set, brillante come nei momenti migliori dei primi due.

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Alcaraz: la solitudine dei numeri primi

È con questa pressione Alcaraz deve fare i conti, l’umanità mettetela pure da parte. C’è negli sconfitti e c’è nei vincitori. La solitudine dei numeri primi, altra frase che mi capita spesso di leggere, esiste davvero, e fa parte del pacchetto regalo. Sei lassù, e devi difenderti da tutti, dai più forti, e anche dai meno, perché sono tutti alla ricerca di qualcosa che migliori la loro vita da tennisti. Può servire un po’ di riposo. Magari un atteggiamento meno lamentoso. Forse un friccico in più di maturità, visto che Carlitos è ancora così straordinariamente giovane. Oppure una cura più aggressiva. Non sta a me dare consigli su cose che non conosco. Mi pare però di poter dire che Sinner abbia difeso meglio la sua leadership, quando si è trattato di farlo. Non ha gettato mai un match, ha vinto ovunque. Hanno dovuto inventarsi una condanna di tre mesi per “mancanza di attenzione” nei confronti del suo team, per retrocederlo. Da qui riparte la sfida . Vedremo quanto (e se…) Sinner si avvicinerà in classifica. Ma le sentenze ci saranno nei mesi della te rra rossa, forse a Parigi, non prima. Carletto e Giannik ancora di fronte, con la loro umanità da vincitori. 

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Leggo, e imparo… Le sconfitte di Alcaraz non fanno che mostrarci quanto sia umano, anche lui, vanamente proteso alla ricerca di una perfezione che appartiene in via esclusiva alle divinità dello sport. Caspita… Lezione di catechèsi tennistica, secondo cui perdere, chinare la testa, quel tanto magari, ma non così tanto, sia più umano che vincere. E tutto questo in una disciplina dove non esiste il pareggio, nella quale, per forza di cose, quando un umano perde qualcun altro, in lieta sortita dal proprio bossolo di umanità, deve pur atteggiarsi a vincitore. Povero Seb Korda, fino all’altro giorno grondante di umanità repressa, tra continui infortuni e una torma di zii (è lui a chiamarli così, zia Graf, zio Agassi, zio Stepanek e ora anche zio McEnroe) che si preoccupano per lui, d’improvviso proiettato nella disumanità della vittoria. Ma non è crisi, quella di Carlitos - proseguo nella lettura - è solo un momento di passaggio. Oppure c’è qualcuno che ritiene critica la sconfitta di Alcaraz? Oops, scusatemi, mi è partita la mano, come in un “disperato erotico stomp” tennistico, si è sollevata da sola. E resta lì, malgrado stia facendo il possibile perché si abbassi, sfacciata che non è altra.

Alcaraz, le sconfitte sono un segnale d'allarme?

Possibile che sia l’unico che ritenga critica la situazione di Alcaraz? Me lo chiedo, ma vorrei spiegare meglio… So da me che due sconfitte non fanno una crisi, anche in un tennis siffatto, esagerato il suo. Magari amerei che il principio valesse per tutti, per i due ko di Sinner, così come per i due di Alcaraz. Ma se questo è impossibile, allora aggiungo che se fossi nel team dello spagnolo (cosa che mi guardo bene dal desiderarlo) qualche puntura di preoccupazione l’avrei già avvertita. Il tennis odierno, in una semplificazione forse un po’ azzardata, può essere raffigurato da una linea retta, un millimetro sopra alla quale stanno i migliori, un millimetro sotto gli altri.

"Una croce della quale avverto il peso"

Il passaggio della linea rossa, quando avviene rapidamente, non è mai causato da ragioni prettamente tennistiche, piuttosto da improvvisi cedimenti o esaltazioni mentali. Alcaraz dopo aver fatto bene a Melbourne, e molto bene a Doha, ha cominciato a “sentire le voci”. Quelli che, contro di lui, giocano tutti alla Federer, «una croce che porto con me, della quale però avverto il peso». Non ha perso contro Medvedev e Korda per via d’improvvise negligenze (insufficienze, meno che mai…) del suo tennis. Ha perso perché in modo diverso, quasi opposto, i due l’hanno messo di fronte a un aumento di pressione. Medvedev giocando il tutto per tutto su ogni colpo (ci è riuscito, e questo va a suo grande merito). Korda invece dandogli la sensazione che il peggio fosse passato, per poi riemergere nel terzo set, brillante come nei momenti migliori dei primi due.

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Alcaraz, Sinner l’ha fatto meglio: per buttarlo giù è servito l’extra-campo…
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Alcaraz: la solitudine dei numeri primi