"Tutti Federer contro di me", Alcaraz preda dei fantasmi. E Sinner ora è spremuta di terra rossa

Il doppio tonfo americano e Jannik minaccia finale anche sul suo terreno: Carlos si batte, Jannik ancora no

Aldilà delle turbe notturne di Zverev, che nelle conferenze stampa si traducono da qualche tempo nell’esaltazione visionaria di chi ritiene ormai di essere a un passo dal battere Sinner – cosa che non m’impedisce di immaginarlo, gli occhi allucinati di Gene Wilder in “Frankenstein Junior”, mentre rimbalza sul letto urlando la fatidica «It… Could… Work», Si Può Fare! – la vigilia di Jannik nel torneo di casa trascorre senza particolari aggravi di pressione, sebbene alcuni segnali che giungono dai tornei del sole appena giocati e vinti, sembrano indicare da parte degli avversari l’adesione a un pensiero comune, secondo il quale il Numero Due della classifica può essere battuto solo dando fondo a tutti i colpi del repertorio di ciascuno di essi, a patto che vengano giocati al massimo della potenza e in piena libertà, in modo da evitare gli scambi. Così ha fatto Lehecka nella finale di Miami, imbastardendo non poco il proprio profilo di giocatore attendista, con continui e talvolta spericolati raid verso la rete. Lo stesso aveva in mente Medvedev, a Indian Wells, nella speranza di far rivivere l’imprevedibilità di quel giocatore che fulminò Djokovic sulla via del Grand Slam. E anche Zverev, per il quale Sinner sembra essere diventato un’ossessione, l’ha affrontato nella semifinale dell’Hard Rock Stadium sulla distanza dei tre-quattro colpi, finendo per essere lui a dettare i tempi del match, e a perderlo ugualmente. 

Sinner, il posto da Numero Uno nel mirino

Chi affronta Sinner negli scambi da fondo prolungati, è destinato a una poco piacevole esperienza di auto flagellazione. Meglio cambiare spartito, a costo di apparire squilibrati, se non matti del tutto. Questo sembra essere il nuovo mantra degli inseguitori, e sarà interessante osservare come i nuovi dettami si tradurranno nel gioco da terra rossa, nel quale, da che tennis è tennis, la pazienza è uno dei requisiti per sopravvivere. Difficile che Sinner non abbia colto il messaggio. C’è un gruppo di giocatori che si prepara a contrastarlo con piani di gioco diversi da quelli finora praticati. Ma non c’è da perdere la calma, non sarebbe Sinner se lo facesse. Piuttosto, ricorrere al famoso laboratorio che lo allena e studia con lui i piani tattici, che ho sempre pensato sia la vera passione di Sinner. «Il gran lavoro svolto a Indian Wells ha dato le risposte che mi aspettavo. Altre domande troveranno risposta nei tornei su terra rossa», butta lì, convinto di poter trovare nel laboratorio anche la propria serenità.

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Alcaraz, i fantasmi e il mare che non cura

Quella che forse manca ad Alcaraz. Forse… Ma un po’ sì, per forza di cose. Il dopo Sunshine Double l’ha visto alle prese con lo yacht da otto milioni di dollari che si sta facendo preparare. Ne ha uno simile Nadal. «Il mare mi calma», dice Carlitos, alludendo senza troppo rifletterci alla condizione fisica e mentale che ha prodotto splendidi origami tennistici fino a metà febbraio, poi è andata scemando, per tradursi nei due capitomboli sul cemento americano. Contro Medvedev a Indian Wells, contro Korda a Miami.  È un caso serio di alta pressione tennistica, il suo, e non basta una compressa di furosemide e una tazza di camomilla ben calda per tenerlo a bada. Il suo sconcerto ha tappezzato l’intero cammino nel Sunshine Double, disseminato di dichiarazioni costernate dopo ogni match strappato ad avversari che l’hanno affrontato con coraggio. «Contro di me sembrano tutti Federer», ricordate le sue dichiarazioni? «Danno tutti il meglio, giocano colpi che potrebbero garantire un posto fisso nella Top Ten». L’ha detto e l’ha ripetuto a ogni conferenza stampa, dominato dai suoi stessi fantasmi.

Alcaraz, la pressione di Sinner si fa sentire

La terra rossa è la superficie che in questi anni l’ha visto dominante. Undici titoli sui 26 conquistati fin qui, con due Roland Garros, due “1000” a Madrid, una vittoria a Montecarlo e una a Roma, e due nel “500” di Barcellona. Ma è la prima volta che sente la sua leadership sotto attacco di Sinner. L’avversario del suo primo insediamento da Numero Uno fu Djokovic, che gli strappò lo scettro ben quattro volte dal 12 settembre 2022 al 10 settembre 2023, per consegnarlo a Jannik il 10 giugno 2024. Forse Alcaraz ha dato per scontato che i punti accumulati nel 2025 (oltre tre mila punti) costituissero una corazza impossibile da scalfire. Ma Sinner vi è riuscito. E poi, avrebbe vinto così tanto Carlitos, se Jannik non fosse stato fermato dal caso Clostebol? Sono le domande che Alcaraz è costretto a porsi. E tra Montecarlo e il Roland Garros ha 4330 punti da scartare (Sinner 1600). Tutti noi pensiamo che abbia le carte in regola per dare battaglia e magari ritardare l’aggancio. Ma ciò che importa davvero è se ne è convinto anche Alcaraz. 

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Aldilà delle turbe notturne di Zverev, che nelle conferenze stampa si traducono da qualche tempo nell’esaltazione visionaria di chi ritiene ormai di essere a un passo dal battere Sinner – cosa che non m’impedisce di immaginarlo, gli occhi allucinati di Gene Wilder in “Frankenstein Junior”, mentre rimbalza sul letto urlando la fatidica «It… Could… Work», Si Può Fare! – la vigilia di Jannik nel torneo di casa trascorre senza particolari aggravi di pressione, sebbene alcuni segnali che giungono dai tornei del sole appena giocati e vinti, sembrano indicare da parte degli avversari l’adesione a un pensiero comune, secondo il quale il Numero Due della classifica può essere battuto solo dando fondo a tutti i colpi del repertorio di ciascuno di essi, a patto che vengano giocati al massimo della potenza e in piena libertà, in modo da evitare gli scambi. Così ha fatto Lehecka nella finale di Miami, imbastardendo non poco il proprio profilo di giocatore attendista, con continui e talvolta spericolati raid verso la rete. Lo stesso aveva in mente Medvedev, a Indian Wells, nella speranza di far rivivere l’imprevedibilità di quel giocatore che fulminò Djokovic sulla via del Grand Slam. E anche Zverev, per il quale Sinner sembra essere diventato un’ossessione, l’ha affrontato nella semifinale dell’Hard Rock Stadium sulla distanza dei tre-quattro colpi, finendo per essere lui a dettare i tempi del match, e a perderlo ugualmente. 

Sinner, il posto da Numero Uno nel mirino

Chi affronta Sinner negli scambi da fondo prolungati, è destinato a una poco piacevole esperienza di auto flagellazione. Meglio cambiare spartito, a costo di apparire squilibrati, se non matti del tutto. Questo sembra essere il nuovo mantra degli inseguitori, e sarà interessante osservare come i nuovi dettami si tradurranno nel gioco da terra rossa, nel quale, da che tennis è tennis, la pazienza è uno dei requisiti per sopravvivere. Difficile che Sinner non abbia colto il messaggio. C’è un gruppo di giocatori che si prepara a contrastarlo con piani di gioco diversi da quelli finora praticati. Ma non c’è da perdere la calma, non sarebbe Sinner se lo facesse. Piuttosto, ricorrere al famoso laboratorio che lo allena e studia con lui i piani tattici, che ho sempre pensato sia la vera passione di Sinner. «Il gran lavoro svolto a Indian Wells ha dato le risposte che mi aspettavo. Altre domande troveranno risposta nei tornei su terra rossa», butta lì, convinto di poter trovare nel laboratorio anche la propria serenità.

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