Aldilà delle turbe notturne di Zverev, che nelle conferenze stampa si traducono da qualche tempo nell’esaltazione visionaria di chi ritiene ormai di essere a un passo dal battere Sinner – cosa che non m’impedisce di immaginarlo, gli occhi allucinati di Gene Wilder in “Frankenstein Junior”, mentre rimbalza sul letto urlando la fatidica «It… Could… Work», Si Può Fare! – la vigilia di Jannik nel torneo di casa trascorre senza particolari aggravi di pressione, sebbene alcuni segnali che giungono dai tornei del sole appena giocati e vinti, sembrano indicare da parte degli avversari l’adesione a un pensiero comune, secondo il quale il Numero Due della classifica può essere battuto solo dando fondo a tutti i colpi del repertorio di ciascuno di essi, a patto che vengano giocati al massimo della potenza e in piena libertà, in modo da evitare gli scambi. Così ha fatto Lehecka nella finale di Miami, imbastardendo non poco il proprio profilo di giocatore attendista, con continui e talvolta spericolati raid verso la rete. Lo stesso aveva in mente Medvedev, a Indian Wells, nella speranza di far rivivere l’imprevedibilità di quel giocatore che fulminò Djokovic sulla via del Grand Slam. E anche Zverev, per il quale Sinner sembra essere diventato un’ossessione, l’ha affrontato nella semifinale dell’Hard Rock Stadium sulla distanza dei tre-quattro colpi, finendo per essere lui a dettare i tempi del match, e a perderlo ugualmente.
Sinner, il posto da Numero Uno nel mirino
Chi affronta Sinner negli scambi da fondo prolungati, è destinato a una poco piacevole esperienza di auto flagellazione. Meglio cambiare spartito, a costo di apparire squilibrati, se non matti del tutto. Questo sembra essere il nuovo mantra degli inseguitori, e sarà interessante osservare come i nuovi dettami si tradurranno nel gioco da terra rossa, nel quale, da che tennis è tennis, la pazienza è uno dei requisiti per sopravvivere. Difficile che Sinner non abbia colto il messaggio. C’è un gruppo di giocatori che si prepara a contrastarlo con piani di gioco diversi da quelli finora praticati. Ma non c’è da perdere la calma, non sarebbe Sinner se lo facesse. Piuttosto, ricorrere al famoso laboratorio che lo allena e studia con lui i piani tattici, che ho sempre pensato sia la vera passione di Sinner. «Il gran lavoro svolto a Indian Wells ha dato le risposte che mi aspettavo. Altre domande troveranno risposta nei tornei su terra rossa», butta lì, convinto di poter trovare nel laboratorio anche la propria serenità.
