Prima di trovare qualcuno capace di vincere come lui, Sinner deve trovare qualcuno capace di perdere, come lui. Perché è troppo facile salire sul suo carro quando vince, cioè praticamente sempre, facendo gli intenditori della mutua; e pure lo è (facile, oltre che un po’ disgustoso) fare i fenomeni da tastiera e da bar tirando subito fuori ridicoli pregiudizi, livori mai sopiti e patologiche invidie allorché perde. Cioè quasi mai, ma sempre troppo spesso per i frustrati del tennis e della vita che il sinnerismo ha generato in misura eguale e contraria ai neo appassionati. Il Sinner sconfitto di ieri – dal caldo, o da qualche altro malanno fisico, non certo dal Cerundolino mancino – merita ancor più rispetto e ammirazione del Sinner vincitore di mille altre occasioni. Per il rispetto che lui ha avuto per l’avversario, per il pubblico, per questo sport meraviglioso e crudele ancor più che per se stesso: bisognoso di fermarsi, come probabilmente chiunque al suo posto avrebbe fatto. Perché non si è ritirato, accettando la sofferenza crescente, i conati di vomito e l’umiliazione di lasciarsi battere sino in fondo da uno che potrebbe al massimo incordargli la racchetta, consapevole che negli annali resterà una sconfitta sul campo e non per rinuncia da stremo.
Zero scuse e rabbia
Perché non ha cercato scuse, né durante né dopo. Perché non ha mai avuto un gesto di rabbia, di polemica, di scazzo, nemmeno verso l’allenatore dell’argentino che faceva bieche pressioni sull’arbitro perché Jannik si sbrigasse a rientrare.
Perché non è ricorso a mezzucci, manco quelli leciti come la richiesta di un time-out quando aveva ancora il match in pugno e avrebbe potuto chiuderlo raccogliendo le energie per un ultimo game dopo qualche minuto di pausa. «Puoi lasciarmi un attimo solo? Un attimo solo...» il massimo dello sfogo rivolto al suo coach Vagnozzi che continuava a spronarlo pur avendo capito che non ne aveva proprio più. E solo è rimasto, sì, Jannik. Ma con tutti noi al suo fianco. E chi non c’era, peggio per lui.
