Ciao grande Nelson, il Picasso della Nba

Rivoluzionario: creò pure la nuova versione dell’ala piccola
 Ciao grande Nelson, il Picasso della Nba© EPA

Era una leggenda della NBA. Anzi, di tutta la pallacanestro che aveva rivoluzionato introducendo una nuova interpretazione del ruolo di ala piccola, la point forward, poi divenuta una prassi. Il basket mondiale piange Donald Arvin Nelson, per tutti semplicemente Don, leggenda dei Boston Celtics con cui vinse cinque titoli da giocatore tra il 1966 e il 1976 e successivamente padre del boom dei Dallas Mavericks. Aveva diretto lui la trade che nel Draft del 1999 portò in Texas Dirk Nowitzki, scelto originariamente dai Milwaukee Bucks in cambio del compianto Robert Traylor (il Trattore, visto brevemente a Napoli nel 2009) e di Pat Garrity. Ma Nelson non fu solo l'autore di uno dei più grandi affari mai fatti dai Mavs nelle notti delle scelte: credette in Nowitzki trasformando quel ragazzone tedesco dalla mano educata in una superstar. Quando Dallas finalmente vinse il titolo nel 2011 vendicandosi degli Heat di LeBron, Nelson si era già ritirato. Eppure WunderDirk non si è mai dimenticato del primo artefice del proprio successo: «Ha creduto in me, ha visto aspetti del mio gioco molto prima che mi rendessi conto di cosa poter fare - ha commentato l'ex numero 41 dei Mavs - La mia carriera non sarebbe stata la stessa senza Nellie che mi ha dato la piena libertà di esprimere il mio basket». Nelson era un innovatore, anche se si definiva sempre “un ragazzo di campagna che allevava maiali".

La storia di Nelson

Nato in Michigan il 15 maggio 1940 e cresciuto in una fattoria, aveva vinto lo scetticismo del padre Arvid che non credeva in un suo futuro da stella della pallacanestro e avrebbe preferito che il giovane Donald diventasse un orologiaio. La storia decise in maniera diversa: una solida carriera universitaria, un anno ai Chicago Zephyrs, poi i Lakers, infine un lungo sodalizio con Boston culminato con cinque anelli. Proprio dopo l'ultimo trionfo coi Celtics, Nelson era davanti a una difficile scelta: "Eravamo in un ristorante nell'Illinois e papà disse a tutta la famiglia che aveva tre possibilità - ricorda il figlio Donnie, oggi proprietario del BC Roma SPQR - Poteva diventare un venditore d'auto, diventare un arbitro o accettare un posto da assistente di Larry Costello ai Bucks. Tutti votammo per l'ingaggio a Milwaukee". La seconda vita di Don Nelson decollò di lì a poco, con le dimissioni di Costello dopo diciotto gare. Dodici anni ai Bucks, due volte a San Francisco (la seconda, chiamando al Draft Steph Curry), i Knicks, Dallas. E la Nazionale, con il gravoso compito nel 1994 di guidare il secondo Dream Team ai Mondiali. Sempre mantenendo uno stile unico, esportando la sua filosofia del “Nellieball” che rinunciava ai centri classici per un gioco di corsa, inventiva e tiro che trovò nella squadra di Nash e Nowitzki la realizzazione perfetta. Anche dopo aver chiuso per sempre con la NBA, Nelson era rimasto un personaggio amatissimo nelle sue stravaganze - una villa alle Hawaii, la coltivazione della cannabis, le partite a poker con le celebrità holliwoodiane - e nei rapporti umani con i suoi ex giocatori. Colpito da ictus tre settimane fa, la sua scomparsa domenica a Frisco in Texas lascia il basket più triste e meno effervescente.

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