Be british, siate Vialli
È stato il primo italiano a inserirsi nel mondo della Premier League e a comprenderne le immense potenzialità. Al Chelsea schierava i migliori "senza badare a nazionalità, credo, colore della pelle"
A un certo punto si interruppe, aveva deciso che era impossibile star serio in quel contesto e solo a persone come lui è possibile imporre autorità con la leggerezza di un sorriso. Dal modo inglese di vivere lo sport aveva appreso il lato migliore: «Guarda la fine di una partita di Premier: chi ha vinto esulta, chi ha perso avrà la luna storta ma tutto finisce sul campo. In Italia anche chi ha portato a casa il risultato ha la faccia di chi pensa, meno male, almeno per una settimana mi lasceranno tranquillo». Inglese con gli inglesi, italiano con gli italiani, soprattutto cittadino del mondo. Moglie sudafricana, figlie inglesi che però, diceva lui con orgoglio, avevano tifato Italia nella finale con l’Inghilterra a Wembley all’ultimo Europeo. Per Vialli non poteva esserci teatro migliore dell’Imperial Stadium nel trionfo da dirigente azzurro abbracciando il gemello Mancini con cui, trent’anni prima nello stesso maestoso stadio, aveva vissuto la delusione per la finale di coppa Campioni persa con la Sampdoria contro il Barcellona.
Chi scrive queste righe ha avuto fortuna di commentare con Vialli una finale di Coppa d’Inghilterra a Wembley, con lui che prima della partita si muoveva sul prato con il carisma che non era dovuto solo al suo curriculum sportivo ma alla classe: un saluto a Jamie Redknapp e Steve McManaman, un tempo avversari diventati come lui commentatori, la sicurezza di chi su quel sacro prato avrebbe potuto piantare delle rose senza venire rimproverato. Aveva scelto Londra per la vita, un quartiere elegante in quelle tipiche case a due piani, il soggiorno ad affacciare sul giardino ideale per il barbecue, e la capitale inglese l’aveva narrata perfettamente ai microfoni di Sky in una rubrica ai tempi dell’Olimpiade del 2012. Dell’Inghilterra aveva imparato anche l’understatement, la capacità di mitigare i sentimenti. “Be british”, siate inglesi, si suggeriva ai passeggeri del Titanic per invitarli alla calma anche se in breve sarebbero stati inghiottiti dalle acque gelide dell’Atlantico. Lui lo ha fatto con il tumore, continuando a vivere a dispetto della malattia: ha scritto un libro, “Goals, 98 storie più 1”, la sua, convinto che le sfide più difficili vadano raccontate. Ha conservato stile e ironia fino alla fine, proprio come piace agli inglesi. “Be Vialli” è una lezione da apprendere.
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