Capire questa assurdità con Ionesco e Gaber
È molto buffo pensare che un’associazione di natura privatistica disciplinata dal codice civile svizzero (sì, tipo l’Uefa) si senta autorizzata a interferire con le vicende della Federcalcio Italiana, però intimi di non farlo al Comitato Olimpico Nazionale. Tuttavia, al di là di certe velate minacce che arrivano di là del Gran San Bernardo, si fa davvero fatica a spiegare a uno straniero il perché di un eventuale commissariamento della Figc. Cioè, riuscire a tratteggiargli uno scenario razionale nel quale un sistema che ha disperatamente bisogno di riforme e che ha trovato un uomo forse in grado di farle, (e ha raccolto la fiducia del 68,5% delle componenti il sistema), lo veda delegittimare perché privo di un documento. Un tesserino di cui può tranquillamente dotarsi anche ora, perché nulla ostava e nulla osta al suo conseguimento. Il trionfo di un vizio formale in un Paese che concede deroghe su tutto, pure su tribune posticce in stadi diroccati, ma improvvisamente si scopre kantiano sul tesserino mancante. No, è effettivamente troppo difficile da spiegare.
Malagò e la sua indipendenza alla guida del calcio italiano
In compenso si potrebbe provare a spiegare che Malagò è un tipo che ha quasi sempre fatto di testa sua e l’indipendenza, in certi ambienti, non è sempre apprezzata e tende ad aumentare il numero dei nemici. Nei primi tre mesi, Malagò ne ha fatto un uso intensivo, nominando chi voleva lui, senza cedere alle pressioni di chi lo aveva eletto (non entusiasta della cosa). Si veda il caso di Roberto Mancini, ct che non scaldava - eufemismo - la Serie A e qualche importante testata, ma oggi si sta rivelando una scelta particolarmente azzeccata. Nel mondo del calcio, il potere è stato, per anni, amministrato da fortini dai quali si è sempre cercato di neutralizzare le iniziative altrui, piuttosto che far prevalere la propria o promuovere un’idea che favorisse la collettività. Il presidente federale ideale, in questo senso, era quello sostanzialmente immobile: non accontentare nessuno, significava anche non scontentare nessuno e tanto bastava. Tanto più che i timidi tentativi di riforme sono stati costantemente impallinati dai veti incrociati di un sistema che non può fisiologicamente prendere decisioni che cambiano seriamente qualcosa. In questo scenario è piombato Malagò e a qualcuno è sembrato un ufo; ad altri, tipo la politica, è sempre stato un po’ sulle scatole; lui ci ha messo del suo senza concordare nulla con nessuno e, così, ci troviamo alla vigilia di una giornata che pare estrapolata da Ionesco. La sacra indipendenza dello sport dalla politica, ma anche l’ancora più sacra devozione alla democrazia spinge a tifare perché resti Malagò, eletto con grande maggioranza di votanti (nessuno dei quali, il 22 giugno, avrebbe votato un altro se messo al corrente che a Malagò mancava una tessera). Se così non fosse, che almeno si rivoti in fretta e, a quel punto, sarebbe davvero disarmante e avvillente scoprire che, tre mesi dopo, il calcio (o, perlomeno, quel 68,5%) ha già cambiato idea su Malagò.
La Sedia di Giorgio Gaber e la situazione della presidenza Figc
Più di trent’anni fa (ma il nostro è un Paese che cambia lentamente, a volte non cambia affatto), quello spietato osservatore dei nostri difetti che era Giorgio Gaber iniziava il suo spettacolo con un pezzo di due minuti e mezzo, folgorante per la sintesi perfetta della dinamiche politiche e del dibattito che le rappresenta. Un testo nel quale si può ritrovare perfettamente anche la situazione della presidenza Figc. Si chiama “La Sedia”, perché nell’immaginario dialogo fra due controparti, c’è una sedia da spostare. Inizia così:
-Secondo me quella sedia lì va spostata
-Anche secondo me quella sedia lì va spostata
-Facile dirlo quando l’han detto gli altri
-Se è per questo sono anni che lo dico e nessuno mi ascolta
Poi continua, in modo tragicomicamente fedele alle nostre abitudini, con l’ipotesi di un tecnico, di elezioni anticipare, di un referendum, in un’infinita vertigine di parole vuote. Ma fermiamoci alla profonda verità di quel «non lo so e non me frega niente, basta che la spostiate». Ecco, ai tifosi e agli appassionati di calcio, cioè al 95% delle persone a cui dovrebbero rivolgersi i dirigenti che governano il pallone italiano, non gliene frega niente del tesseramento, del presidente federale, del Coni, del conflitto di interessi, dei grandi giuristi (che forse potrebbero dedicarsi a problemi più seri, visto lo stato della Giustizia in Italia) e di tutto quello che ha occupato un inverecondo spazio sui giornali degli ultimi due mesi. Vorrebbero avere un calcio all’altezza della nostra tradizione, stadi degni di un Paese civile, una Nazionale che non faccia figure meschine e figlia di un sistema di settori giovanili funzionanti. Vorrebbero, cioè, che qualcuno spostasse quella maledetta sedia.
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