Pagina 2 | Bravi ragazzi ma non è finita

Mette un filo di malinconia celebrare una vittoria sull’Irlanda del Nord e gioirne come fosse un’impresa. Ma a furia di fare gli snob abbiamo bucato due Mondiali e, tra le tante cose che abbiamo perso nel corso dell’ultimo ventennio di decadenza, c’è anche l’umiltà. Quindi, chissenefrega che era solo l’Irlanda del Nord, che nel primo tempo abbiamo sofferto come se fossero la Germania, che questo spareggio è un tormento che sfregia la nostra storia. Chissenefrega! Siamo a una vittoria dal Mondiale, abbiamo superato il primo spareggio, vincendo la partita contro noi stessi prima che contro l’Irlanda del Nord, battendo la paura, l’ansia e i fantasmi che, nei primi quarantacinque minuti, spuntavano ovunque.

Gattuso e gli azzurri: gestione della gara e segnali positivi

Gli azzurri e Gattuso sono stati bravi. I giocatori hanno avuto cuore e concentrazione. Il ct è stato lucidissimo nella gestione della gara: infedele allo stereotipo di ardente e impulsivo che lo accompagna da sempre, Rino ha avuto una ragionevole freddezza nella gestione dei cambi e ha costantemente scacciato il panico, senza farlo attecchire fra i suoi ragazzi. La notte di Bergamo ricuce un pezzo dell’autostima lacerata nel recente passato. E restituisce giocatori in cui credere, perché lo meritano e, ammettiamolo senza vergogna, non c’è tanto di meglio. Ma Tonali è un giocatore di alto livello internazionale, così come Donnarumma. Dimarco, Bastoni, Calafiori, Barella, Locatelli, Kean e Pio lo possono diventare. Il resto del gruppo è coeso e, se concentrato fornisce un contributo importante. Non è una Nazionale di stelle, ma un gruppo di cui ci si può innamorare. Per lo meno ci sono i presupposti, alcuni dei quali sono stati messi anche con la partita di ieri sera. Certo, non basta, serve un’altra vittoria. E poi, nel caso, ne serviranno altre negli Stati Uniti per dare un senso a tutta questa sofferenza, questa fatica emotiva, visto che andare al Mondiale e uscire subito facendo, brutte figure, non è poi così meglio di non andarci del tutto. Ma iniziamo ad andarci al Mondiale.

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Gattuso e il calcio italiano: leadership e bisogno di cambiamento

Rino Gattuso è un allenatore di anime, un uomo dall’infinito buon senso e una praticità che non si può non apprezzare. È diretto, verticale nel suo esprimersi (non ama il giropalla orizzontale neanche con le parole), dice quello che pensa. Niente di sconvolgente o rivoluzionario, ma con qualche Gattuso anche fra i dirigenti del calcio italiano, dalla Figc in giù, non avremmo fatto finta che non esistano problemi, raccontandoci favole, nascondendo la polvere sotto gli occasionali successi. Non vuole essere la beatificazione di Rino, che peraltro la rifiuterebbe sdegnato, ma un richiamo alla realtà per tutti quelli che da dieci anni a questa parte hanno vissuto sulle nuvole, mentre sotto si sgretolava il nostro calcio. Questi spareggi sono un punto basso della nostra storia, non nascondiamocelo, ma cogliamo l’occasione che ci offrono, ricominciare dal primo piano della ricostruzione. Se considerarci già al Mondiale dopo la vittoria di ieri sarebbe il più idiota degli errori possibili sotto il profilo sportivo, considerare la qualificazione al Mondiale il punto di arrivo di un programma di rilancio del sistema sarebbe pure peggio. Ok, potremmo tornare a mettere il naso tra le migliori del mondo e “migliori” si fa per dire perché, ricordiamocelo sempre, è un Mondiale a 48 squadre, praticamente 1 su 4 delle 211 affiliate alla Fifa, non esattamente una selezione severa. Il Mondiale dà entusiasmo, fiducia, crescita, ma deve essere il punto da cui ripartire, varando con ancora più energia le riforme necessarie. Ridurre il numero delle squadre, a partire dalla Serie A; portare avanti il progetto sui settori giovanili appena varato, che punta a migliorare i formatori dei giovani; incentivare lo sviluppo dei settori giovanili e, soprattutto, delle strutture per i giovani in tutta Italia; costruire stadi moderni; riuscire, finalmente, a fare sistema senza stupide prepotenze fra le varie componenti. Ieri siamo stati bravi, ma il lavoro è appena cominciato.

Italia, Bosnia ultimo ostacolo verso il Mondiale

Martedì ci aspetta la Bosnia. Se non abbiamo sottovalutato l’Irlanda del Nord, a maggior ragione non dobbiamo farlo con il Bosnia, una squadra di alto livello tecnico e con quell’Edin Dzeko che non dobbiamo scoprire e che ieri ha scritto un’altra favola per il suo Paese (mentre il Galles si è suicidato un’altra volta, seguendo una sua sinistra tradizione). Giocare a Cardiff sarebbe stato decisamente più difficile, ma non pensiate che a Sarajevo ci aspetti un teatro. Sarà comunque un ambiente che necessiterà di quella maturità agonistica che i nostri devono ancora costruirsi e affinare. Partite come quelle di martedì, in cui si conquista la storia o lo si infanga, sono le occasioni giuste per crescere. Forza azzurri, portate a termine il lavoro.

 

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Gattuso e il calcio italiano: leadership e bisogno di cambiamento

Rino Gattuso è un allenatore di anime, un uomo dall’infinito buon senso e una praticità che non si può non apprezzare. È diretto, verticale nel suo esprimersi (non ama il giropalla orizzontale neanche con le parole), dice quello che pensa. Niente di sconvolgente o rivoluzionario, ma con qualche Gattuso anche fra i dirigenti del calcio italiano, dalla Figc in giù, non avremmo fatto finta che non esistano problemi, raccontandoci favole, nascondendo la polvere sotto gli occasionali successi. Non vuole essere la beatificazione di Rino, che peraltro la rifiuterebbe sdegnato, ma un richiamo alla realtà per tutti quelli che da dieci anni a questa parte hanno vissuto sulle nuvole, mentre sotto si sgretolava il nostro calcio. Questi spareggi sono un punto basso della nostra storia, non nascondiamocelo, ma cogliamo l’occasione che ci offrono, ricominciare dal primo piano della ricostruzione. Se considerarci già al Mondiale dopo la vittoria di ieri sarebbe il più idiota degli errori possibili sotto il profilo sportivo, considerare la qualificazione al Mondiale il punto di arrivo di un programma di rilancio del sistema sarebbe pure peggio. Ok, potremmo tornare a mettere il naso tra le migliori del mondo e “migliori” si fa per dire perché, ricordiamocelo sempre, è un Mondiale a 48 squadre, praticamente 1 su 4 delle 211 affiliate alla Fifa, non esattamente una selezione severa. Il Mondiale dà entusiasmo, fiducia, crescita, ma deve essere il punto da cui ripartire, varando con ancora più energia le riforme necessarie. Ridurre il numero delle squadre, a partire dalla Serie A; portare avanti il progetto sui settori giovanili appena varato, che punta a migliorare i formatori dei giovani; incentivare lo sviluppo dei settori giovanili e, soprattutto, delle strutture per i giovani in tutta Italia; costruire stadi moderni; riuscire, finalmente, a fare sistema senza stupide prepotenze fra le varie componenti. Ieri siamo stati bravi, ma il lavoro è appena cominciato.

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Martedì ci aspetta la Bosnia. Se non abbiamo sottovalutato l’Irlanda del Nord, a maggior ragione non dobbiamo farlo con il Bosnia, una squadra di alto livello tecnico e con quell’Edin Dzeko che non dobbiamo scoprire e che ieri ha scritto un’altra favola per il suo Paese (mentre il Galles si è suicidato un’altra volta, seguendo una sua sinistra tradizione). Giocare a Cardiff sarebbe stato decisamente più difficile, ma non pensiate che a Sarajevo ci aspetti un teatro. Sarà comunque un ambiente che necessiterà di quella maturità agonistica che i nostri devono ancora costruirsi e affinare. Partite come quelle di martedì, in cui si conquista la storia o lo si infanga, sono le occasioni giuste per crescere. Forza azzurri, portate a termine il lavoro.

 

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