Non conta il nome. Contano le riforme

È l’ultima occasione per una rivoluzione soft, dopo si va a sbattere il muso e si rischia di farsi molto male

Il nome non conta, le riforme sì. Non può essere un uomo a salvare il calcio italiano, serve una squadra. Non di giocatori questa volta, ma di manager e funzionari con le idee chiare e la reale possibilità di mettere a terra i cambiamenti necessari a tornare a galla. Poi, certamente, conterà molto anche il presidente, che può essere colui che quella squadra mette insieme e che le dà la forza per agire seriamente e fattivamente. Ma in queste ore di gazzarra mediatica e lotta politica (sopra e sotto la superficie), è fondamentale porre l’attenzione non sulla poltrona e su chi la occuperà, ma sul piano e chi lo applicherà. 

Mondiale saltato: una piccola parte del problema

L’umiliazione di dover saltare il terzo mondiale consecutivo ha il sufficiente impatto emotivo per innescare il cambiamento. È l’ultima occasione per una rivoluzione soft, dopo si va a sbattere il muso e si rischia di farsi molto male. All’orizzonte del calcio italiano, infatti, non ci sono solo quattro anni da aspettare per ritentare la partecipazione al Mondiale, ma - per esempio - la vendita dei diritti televisivi della Serie A, che rimangono la principale fonte di sostentamento e che saranno quasi certamente rinegoziati in forte ribasso rispetto a quelli attuali. Questo perché il campionato è sempre meno appetibile, la concorrenza è sempre più feroce (dalla Champions agli altri sport, passando per tutto quello che offre la tecnologia alle nuove generazioni) e la mancata qualificazione al Mondiale ci rende ancora più marginali sui mercati internazionali, dove i nostri stadi fatiscenti e uno spettacolo calcistico mediamente di basso livello ci hanno già relegato in seconda, se non terza, fascia. Tutto questo accadrà in uno scenario traballante sotto il profilo economico: i club di Serie A hanno un indebitamento importante (in certi casi pericoloso), in Serie B ce ne sono parecchi sull’orlo del tracollo e in Serie C si va avanti con una media di un paio di fallimenti all’anno.

Insomma, saltare il Mondiale per la terza volta è una piccola parte di un problema più complesso e articolato che si è ingigantito in anni di immobilismo totale, durante i quali si è tirato a campare, inventandosi soluzioni posticce, nascondendo i problemi dietro successi estemporanei, miseri tappetini sotto i quali spazzare quintali di polvere.

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Raddrizzare la rotta

C’è ancora un margine per raddrizzare la rotta, per non buttare ciò che di buono il calcio italiano riesce ancora a produrre a livello di talenti (Esposito, Palestra, Leoni, le Under), a livello di emozioni (10 milioni di persone davanti alla tv e stadi comunque ancora abbastanza pieni), a livello di progettualità (le gestioni avvedute di qualche club, la professionalità che sporadicamente si trova in certi settori giovanili). Buttare il bambino con l’acqua sporca sarebbe un errore esiziale, ma è fondamentale che si parli di temi, lo si faccia in modo serio e bisogna accompagnare la scelta dei nuovi vertici federali con un programma chiaro. Altrimenti, appunto, andiamo a sbattere. Gli argomenti più urgenti restano quelli che purtroppo conosciamo bene.

Viene quasi noia a ripeterli. Serve un piano stadi: c’è una scadenza che sembra fatta apposta, l’Europeo del 2032, ma siamo indietrissimo. Con la collaborazione della politica è urgente procedere in modo veloce. Serve la riforma dei campionati, con una drastica riduzione delle squadre, dalla Serie A alla Serie C. Serve portare avanti un piano organico per migliorare il lavoro dei settori giovanili. Ne è stato presentato uno molto interessante e intelligente nei giorni scorsi che varrebbe la pena non perdere di vista nella tempesta di questi giorni.

Non solo perché è pieno di buone idee, ma anche perché è il segnale che nei cassetti della Figc giacciono progetti che sarebbero potuti partire anni fa e che, magari, avrebbero già iniziato a dare dei frutti. Serve la riforma del settore arbitrale, che quest’anno ha toccato il suo punto più basso.

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Un patto fra le leghe

Serve, infine, un patto fra le leghe e le componenti del calcio italiano ed è la cosa più urgente, perché solo con un’intesa collettiva si fanno le riforme, molte delle quali - negli ultimi anni - si sono arenate nei veti incrociati del Consiglio Federale. Ricordiamoci che Gravina è stato eletto con il 98% dei consensi, ma proprio il mantenimento di quel consenso ha bloccato le riforme, perché un sistema tende sempre a difendersi e rendersi impermeabile al cambiamento che sposta gli equilibri di potere. Ma c’è sempre un momento in cui quegli equilibri si schiantano. Quel momento è arrivato. 
Quindi, sì, bene, sono interessanti i nomi che circolano, a partire da Giovanni Malagò, che avrebbe esperienza, carisma e credibilità per portare avanti un piano. O addirittura Giancarlo Abete, non esattamente un uomo nuovo (e al quale andrebbe disegnato un incarico preciso, da uomo di riforme), ma il più bravo a incollare le parti e profondo conoscitore di quella macchina. O un grande nome come Del Piero o Maldini, al quale affidare la facciata e dietro al quale far lavorare una squadra di esperti. Va bene tutto, non importa il nome, importano le riforme.

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Il nome non conta, le riforme sì. Non può essere un uomo a salvare il calcio italiano, serve una squadra. Non di giocatori questa volta, ma di manager e funzionari con le idee chiare e la reale possibilità di mettere a terra i cambiamenti necessari a tornare a galla. Poi, certamente, conterà molto anche il presidente, che può essere colui che quella squadra mette insieme e che le dà la forza per agire seriamente e fattivamente. Ma in queste ore di gazzarra mediatica e lotta politica (sopra e sotto la superficie), è fondamentale porre l’attenzione non sulla poltrona e su chi la occuperà, ma sul piano e chi lo applicherà. 

Mondiale saltato: una piccola parte del problema

L’umiliazione di dover saltare il terzo mondiale consecutivo ha il sufficiente impatto emotivo per innescare il cambiamento. È l’ultima occasione per una rivoluzione soft, dopo si va a sbattere il muso e si rischia di farsi molto male. All’orizzonte del calcio italiano, infatti, non ci sono solo quattro anni da aspettare per ritentare la partecipazione al Mondiale, ma - per esempio - la vendita dei diritti televisivi della Serie A, che rimangono la principale fonte di sostentamento e che saranno quasi certamente rinegoziati in forte ribasso rispetto a quelli attuali. Questo perché il campionato è sempre meno appetibile, la concorrenza è sempre più feroce (dalla Champions agli altri sport, passando per tutto quello che offre la tecnologia alle nuove generazioni) e la mancata qualificazione al Mondiale ci rende ancora più marginali sui mercati internazionali, dove i nostri stadi fatiscenti e uno spettacolo calcistico mediamente di basso livello ci hanno già relegato in seconda, se non terza, fascia. Tutto questo accadrà in uno scenario traballante sotto il profilo economico: i club di Serie A hanno un indebitamento importante (in certi casi pericoloso), in Serie B ce ne sono parecchi sull’orlo del tracollo e in Serie C si va avanti con una media di un paio di fallimenti all’anno.

Insomma, saltare il Mondiale per la terza volta è una piccola parte di un problema più complesso e articolato che si è ingigantito in anni di immobilismo totale, durante i quali si è tirato a campare, inventandosi soluzioni posticce, nascondendo i problemi dietro successi estemporanei, miseri tappetini sotto i quali spazzare quintali di polvere.

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