Ridurre i club: la medicina troppo amara per le leghe

La Serie A da 20 a 18 squadre è un’ipotesi ricorrente: sostenibilità e calendario più logico. Ma è la riforma più difficile di tutte da realizzare

C’è chi dice no. Ma poi cambia idea. Subito dopo il tracollo bosniaco, Aurelio De Laurentiis ha dato la sua ricetta per il calcio italiano: «Se tornassimo a 16 in Serie A risparmieremmo i giocatori e avremmo tempo da dare alla Nazionale per allenarsi». Nel 2024 non la pensava così: Gabriele Gravina aveva trovato nelle big - Juventus, Inter, Milan e Roma - una sponda per proporre la riduzione del massimo campionato a 18. L’assemblea di Lega si disse però contraria, con uno schiacciante 16-4. Il patron del Napoli, forse piccato perché il presidente federale oggi dimissionario non l’aveva incluso nell’incontro con le grandi, fu tra i più convinti sostenitori della bocciatura: «Non è riducendo la Serie A a 18 squadre che si risolvono i problemi». Due anni sono buoni consiglieri. Del resto, nemmeno i più strenui sostenitori della diminuzione dei club si erano spinti a 16. Non è però un numero casuale: almeno 3-4 formazioni, nella classifica attuale, non hanno obiettivi, a sette giornate dalla fine. È uno dei principali vantaggi della riduzione: con meno partecipanti, cale il numero di partite e di conseguenza la possibilità di fare calcoli. Un calendario meno fitto, inoltre, consentirebbe di avere spazio per eventuali rinvii (oggi un incubo) e per la Nazionale: va detto che non è colpa della Serie A, ma soprattutto delle competizioni internazionali, se negli anni le gare sono aumentate a dismisura. Oggi, però, è poco credibile mettere un freno alla superfetazione di Uefa e Fifa.

I fattori positivi

L’accorpamento delle soste previste dal prossimo anno, inoltre, alleggerirà il carico sui calciatori, quantomeno in termini di voli intercontinentali da dover affrontare. Come ultimo pro, con il diminuire delle squadre in Serie A potrebbe aumentare la qualità, sia per l’urgenza dettata dal minor numero di gare, sia per un’eventuale distribuzione migliore dei soldi da diritti Tv. Sono proprio questi ultimi, però, a rappresentare la principale argomentazione di chi si oppone: a 18, ci sarebbero 74 partite in meno a stagione. Un bel problema per le Tv, che hanno l’esigenza di riempire i palinsesti e ai cui soldi il nostro calcio è attaccato come alla bombola dell’ossigeno. In realtà vale anche altrove, ma in Serie A i diritti Tv valgono circa il 39% del fatturato, mentre i ricavi commerciali si fermano al 29%. Chi spinge per la riduzione delle squadre risponde che, aumentando il livello - un presupposto credibile ma tutto da dimostrare -, sul breve periodo gli introiti dalle Tv calerebbero, ma aumenterebbero sul lungo andare grazie a un campionato più competitivo. Qualità al posto della quantità. Il tema dei diritti audiovisivi, peraltro, preoccupa anche a prescindere dalle dinamiche del campionato: l’attuale ciclo, con l’assegnazione congiunta Dazn-Sky, ha raggiunto cifre accettabili (900 milioni a stagione più la quota legata al revenue share), ma si concluderà nel 2028/2029 e la prospettiva è di una contrazione dei ricavi.

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Gli aspetti negativi

L’altro aspetto negativo dell’eventuale diminuzione delle squadre in A - venti dal 2004/2005 - è di immagine: Premier League e LaLiga sono a 20, finora l’Italia ha tenuto botta, così “ammetterebbe” di essere al livello di Bundesliga e Ligue 1. Nulla di lontano dalla verità, per carità. Quanto ai diritti Tv, l’eventuale ritocco al numero di squadre interseca una discussione annosa, legata alla legge Melandri che, con vari ritocchi negli anni, disciplina la materia dal 2008. Non è mai piaciuta a nessuno, e forse sono maturi i tempi per rivederla. I club piccoli e le serie minori rivendicano la necessità di una maggiore mutualità, in un calcio molto squilibrato verso l’alto. Tutti, dal massimo campionato in giù, chiedono che sia reintrodotta la possibilità di vendere i diritti a un unico acquirente. E non dispiacerebbe nemmeno aumentare la quota di ripartizione legata all’impiego di giovani, introdotta dalla recente riforma dello Sport nella misura dell’1.1%. Ma la riforma dei campionati e la riduzione delle squadre non riguarda solo la Serie A. Il blocco da 100 squadre professionistiche è ritenuto insostenibile da molti analisti (sono 42 in Spagna, 56 in Germania, 36 in Franciam 92 in Inghilterra.

L'unico precedente

La sforbiciata sarebbe inevitabile per Serie B e C. Tra le ultime proposte di Gravina vi era di arrivarci tramite un raffreddamento del turnover (promozioni e retrocessioni) o bloccando i ripescaggi: idee tornate nel cassetto dopo le dimissioni. Senza ripescare squadre in Serie C quando fallisce un club, secondo i calcoli fatti in precedenza, si arriverebbe ad eliminare “darwianiamente” un girone nel giro di 4/5 anni. Ma la difficoltà di convincere un qualsiasi campionato a ridursi da solo resta: l’unico ad averlo fatto negli ultimi anni è stata proprio la C, da 90 a 60 squadre. Per qualcuno sono ancora troppe, ma è impensabile - e forse anche inutile - ritoccare un torneo senza modificare l’intero sistema. È la vera riforma dei campionati: ciascuno deve rinunciare a qualcosa, per il bene di tutti.

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C’è chi dice no. Ma poi cambia idea. Subito dopo il tracollo bosniaco, Aurelio De Laurentiis ha dato la sua ricetta per il calcio italiano: «Se tornassimo a 16 in Serie A risparmieremmo i giocatori e avremmo tempo da dare alla Nazionale per allenarsi». Nel 2024 non la pensava così: Gabriele Gravina aveva trovato nelle big - Juventus, Inter, Milan e Roma - una sponda per proporre la riduzione del massimo campionato a 18. L’assemblea di Lega si disse però contraria, con uno schiacciante 16-4. Il patron del Napoli, forse piccato perché il presidente federale oggi dimissionario non l’aveva incluso nell’incontro con le grandi, fu tra i più convinti sostenitori della bocciatura: «Non è riducendo la Serie A a 18 squadre che si risolvono i problemi». Due anni sono buoni consiglieri. Del resto, nemmeno i più strenui sostenitori della diminuzione dei club si erano spinti a 16. Non è però un numero casuale: almeno 3-4 formazioni, nella classifica attuale, non hanno obiettivi, a sette giornate dalla fine. È uno dei principali vantaggi della riduzione: con meno partecipanti, cale il numero di partite e di conseguenza la possibilità di fare calcoli. Un calendario meno fitto, inoltre, consentirebbe di avere spazio per eventuali rinvii (oggi un incubo) e per la Nazionale: va detto che non è colpa della Serie A, ma soprattutto delle competizioni internazionali, se negli anni le gare sono aumentate a dismisura. Oggi, però, è poco credibile mettere un freno alla superfetazione di Uefa e Fifa.

I fattori positivi

L’accorpamento delle soste previste dal prossimo anno, inoltre, alleggerirà il carico sui calciatori, quantomeno in termini di voli intercontinentali da dover affrontare. Come ultimo pro, con il diminuire delle squadre in Serie A potrebbe aumentare la qualità, sia per l’urgenza dettata dal minor numero di gare, sia per un’eventuale distribuzione migliore dei soldi da diritti Tv. Sono proprio questi ultimi, però, a rappresentare la principale argomentazione di chi si oppone: a 18, ci sarebbero 74 partite in meno a stagione. Un bel problema per le Tv, che hanno l’esigenza di riempire i palinsesti e ai cui soldi il nostro calcio è attaccato come alla bombola dell’ossigeno. In realtà vale anche altrove, ma in Serie A i diritti Tv valgono circa il 39% del fatturato, mentre i ricavi commerciali si fermano al 29%. Chi spinge per la riduzione delle squadre risponde che, aumentando il livello - un presupposto credibile ma tutto da dimostrare -, sul breve periodo gli introiti dalle Tv calerebbero, ma aumenterebbero sul lungo andare grazie a un campionato più competitivo. Qualità al posto della quantità. Il tema dei diritti audiovisivi, peraltro, preoccupa anche a prescindere dalle dinamiche del campionato: l’attuale ciclo, con l’assegnazione congiunta Dazn-Sky, ha raggiunto cifre accettabili (900 milioni a stagione più la quota legata al revenue share), ma si concluderà nel 2028/2029 e la prospettiva è di una contrazione dei ricavi.

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