Ha lavorato con umiltà e senza troppi riflettori, anche se quella coppa lui l’ha alzata nel cielo di Berlino vent’anni fa esatti. Oggi è il ct dell’Uzbekistan e un altro Mondiale, Fabio Cannavaro, l’ha vinto portando la squadra negli Stati Uniti. Ora è un’avventura in cui c’è tutto da guadagnare e un romanzo da scrivere. L’uomo del destino del 2006 è pronto.
I controlli alla frontiera e l’arrivo negli Stati Uniti
Buongiorno Cannavaro, si è parlato molto di questi controlli alla frontiera che vi hanno bloccato appena arrivati negli Stati Uniti. Situazione brutta? «Ma no, affatto. Praticamente, quando prendiamo l’aereo, non facciamo il classico controllo sotto al metal detector nel quale devi toglierti tutto. Ma vengono sotto l’aereo e lì ci sono delle persone che ci controllano le valigie, ci controllano sotto i piedi, poi ci fanno salire direttamente sull’aereo. Questo è il primo controllo che ci fanno. L’altro giorno ci hanno fatto il solito controllo. Che era un controllo normalissimo. La cosa che forse ha dato fastidio è che ci abbiamo messo più tempo del solito, perché comunque c’era la partita di lì a poco. Mentre l’Olanda l’aveva fatto prima, ma erano controlli di routine. È comunque un mondiale, c’è la massima sicurezza. Non so se la cosa sia stata strumentalizzata contro l’America o contro la Fifa, ma per noi non c’è stato nulla di particolare».
Com’è il clima del Mondiale? «Ho rivissuto le immagini dei soliti festeggiamenti delle altre edizioni. Gli arrivi all’albergo, l’incontro con i bambini e con la comunità locale. E sicuramente inizi a respirare l’aria del Mondiale».
