Ci sarà il momento in cui avremo il coraggio di dirci la verità? O andremo avanti ancora a lungo a raccontarci una realtà che non esiste? Il calcio italiano è povero e, magari non proprio brutto, ma certamente non molto attraente. Non più. Il caso Palestra ci sbatte in faccia la nostra condizione. In questo momento storico non siamo in grado di trattenere nel nostro campionato neanche un giovane talento italiano. Come già accaduto con Tonali, Donnarumma e Calafiori. Lo strapotere della Premier League si impone con facilità, vista una capacità di spesa tripla e, in certi casi, quadrupla rispetto ai club italiani più ricchi. Se non scatta un allarme, che sarebbe comunque tardivo, il rischio è che la situazione peggiori e che la competitività economica e tecnica dei club italiani scenda ulteriormente. Non c’è una cura istantanea per risollevare la condizione generale del nostro calcio, ma l’immobilismo totale degli ultimi anni certamente non ha migliorato la situazione. Durante l’assemblea elettiva che ha portato alla nomina di Giovanni Malagò a presidente della Figc, durante i vari interventi, le componenti del calcio italiano hanno sciorinato numeri esaltanti e illustrato prospettive molto ottimistiche. Va bene l’entusiasmo di ripartire con un nuovo presidente e, si spera, con un nuovo corso.
Nessun problema?
Ma ascoltando chi governa il nostro pallone è parso di capire che non abbiamo nessun problema (tuttalpiù “il traffico”, come dicevano in Johnny Stecchino). Che viene da chiedersi, in un calcio che va così bene, com’è che non ci qualifichiamo al Mondiale da tre edizioni e appena scopriamo un talento ce lo facciamo soffiare dalla Premier League? Forse era colpa dell’unica persona che è stata, finora, cambiata? Cioè Gravina. Forse. Eppure proprio in quell’assemblea è stato salutato con una standing ovation. Ora, al di là dei rapporti personali, della stima e di tutto quello che si vuole, ma vogliamo ammettere che abbiamo un po’ di problemi o no? Perché metterli sul tavolo e analizzarli è il primo passaggio per risolverli. O, per lo meno, provarci. La lunga stagione del calciomercato, per esempio, è iniziata all’insegna di una situazione parossistica: molti, quasi tutti, hanno una disperata necessità di vendere prima di comprare, per paletti regolamentari o per una situazione economica poco florida. Ma proprio per questo, nessuno, per ora, è in grado di comprare. E questo paralizza tutto. Entro il 30 giugno qualcosa accadrà, perché quella scadenza diventa fondamentale per mettere a posto i conti e, vedrete cosa si scatenerà a quarantotto ore dal primo fischio finale della campagna acquisti. Ma, ancora una volta, sarà un arrangiato spettacolo di improvvisazione. Ci si barcamena, ci si inventa qualcosa, si cercano vie d’uscite avventurose. Per poi ricominciare, dal primo luglio, un’altra manfrina che porterà a chiudere molte operazioni alla fine della sessione.
Siamo poveri, ma vogliamo fare finta di essere ricchi
E quindi non ci adeguiamo alla nostra nuova realtà, a costo di andare in giro con le scarpe bucate. Magari di un grande artigiano, ma bucate. Servono idee, serve coraggio, serve affrontare la realtà per quella che è. Servono anche riforme e una presa di coscienza. Servono anche soldi, ed è giusto che la Serie A ne chieda al Governo (quelli delle scommesse soprattutto), ma poi deve saperli spendere bene. Altrimenti fanno la fine di quelli del Pnrr. Nell’assemblea che ha eletto Malagò si parlava ancora di nomi. Quelli dei candidati al ruolo di ct e quelli al ruolo di dt, si confrontavano i profili e le opportunità. E, ancora una volta, si parlava poco di idee, di riforme, di cose da fare invece di chi le dovrebbe fare. Palestra è una cosa piccola. Non è un disastro epocale. E magari, giocando in Premier, diventa pure più forte per la Nazionale. Ma Palestra deve essere l’esempio che sveglia il nostro movimento dal torpore nel quale è piombato raccontandosi le favole, come succede ai bambini.
