Thiago Motta come Bernardini: il Bologna sogna la Champions

Nell’unico precedente, 1964, la squadra allenata dal “Dottor Pedata” fu sconfitta solo dalla monetina contro l’Anderlecht di Van Himst
Thiago Motta come Bernardini: il Bologna sogna la Champions© ANSA

Jacques Stockman, chi era costui? Per i tifosi del Bologna con i capelli bianchi, uno dei peggiori ricordi della storia rossoblù in Europa. Lì dove la squadra felsinea vanta ben tre Mitropa, una Coppa di Lega Italo-Inglese, il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi del 1937, quando era lo «squadrone che tremare il mondo fa», e l’Intertoto del 1998. Stockman era uno degli attaccanti dell’Anderlecht che il Bologna affrontò nell’unica partecipazione alla Coppa dei Campioni, dopo la conquista del suo settimo e ultimo scudetto (1964), vinto allo spareggio contro l’Inter di Helenio Herrera, dopo una stagione di veleni tra i due club, dovuti a un sospetto doping nei confronti dei giocatori bolognesi, con penalizzazione prima comminata e poi ritirata. L’antipasto di una rivalità ancora oggi molto accesa. 

Così si gioca solo in Paradiso

Il Bologna di Fulvio Bernardini, quello che «così si gioca solo in Paradiso», il 9 settembre 1964, nel primo turno di Coppa dei Campioni, affrontò l’Anderlecht all’allora stadio Heysel di Bruxelles perdendo per 1-0 con rete di Van Himst. Il 7 ottobre al Dall’Ara di Bologna la squadra di casa passa al 57’ con Pascutti e raddoppia al 75’ con Nielsen, ma quando sembra fatta, a un minuto dalla fine Stockman segna la rete che pareggia i conti, quando i gol in trasferta non valevano doppio, com’è stato poi per alcuni decenni. Lo spareggio, come si usava all’epoca, si giocò al Camp Nou di Barcellona, uno 0-0 anche dopo i supplementari, con Nielsen che si era mangiato due ghiotte occasioni da gol. La monetina decretò il passaggio del turno dell’Anderlecht, la stessa che quattro anni più tardi permetterà all’Italia di battere l’Urss e raggiungere la finale dell’Europeo contro la Jugoslavia. 

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Motta che bontà!

In questo momento, il Bologna di Thiago Motta ha 28 punti ed è quarto, l’ultimo posto valido per qualificarsi alla Champions League. Un traguardo che sarebbe storico per la squadra rossoblù e il suo pubblico, dopo varie partecipazioni alle coppe minori. Il combinato disposto di un allenatore capace, sagace e preparato, di una squadra giovane che lo segue come un condottiero e una proprietà straniera che in questi anni è cresciuta piano piano. Ergo, sognare non costa assolutamente niente. Terza miglior difesa della Serie A, la squadra di Motta gioca con il 4-2-3-1 che esalta le qualità dell’olandese Joshua Zirkzee, astro nascente del calcio europeo, già sul taccuino di tanti club, italiani e stranieri. Lo stesso Motta potrebbe lasciare Bologna a fine stagione, ma c’è ancora tanto da giocare, da costruire e da divertirsi con una rosa interessante, dove spiccano pure le individualità del croato Moro, del portiere polacco Skorupski, dell’italiano Orsolini, dello svizzero Freuler, che conosce bene il nostro campionato, e del belga Saelemaekers. 

Fuffo e Thiago a confronto

Difficile paragonare due squadre e due società così lontane, Bernardini con Motta, Dall’Ara con Saputo, Bulgarelli con Ferguson. Però i risultati e la qualità del gioco di questo Bologna richiamano quello di Sessant’anni fa, con una grande differenza, quello, con la morte di Renato Dall’Ara pochi giorni prima dello spareggio con l’Inter, era a fine ciclo, questo potrebbe essere all’inizio di un’avventura straordinaria. Non dimenticando che Bernardini vinse Mitropa, battendo in finale gli slovacchi dello Slovan Nitra, e scudetto. Una cosa è sicura, entrambi fanno del gioco e della tattica due potenti armi delle loro vittorie, si passa di lì, in una via di mezzo tra ‘risultatismo’ e ‘giochismo’: diatriba che tanto appassiona oggi gli italiani, guarda caso solo loro. Memorabile, nello spareggio scudetto, lo schieramento del terzino Capra all’ala sinistra per tamponare Corso e Facchetti, un’idea vincente che permise al Bologna guidato da Bernardini di vincere 2-0. Quell’Inter poi, già Campione d’Europa in carica, si prenderà una bella rivincita bissando la Coppa dei Campioni nella stessa edizione in cui l’Anderlecht e la monetina avevano eliminato il Bologna

Il precedente di Mazzone in Coppa Uefa

L’unica volta, però, in cui il Bologna ha fatto scintille in Europa è stato nella stagione 1998-99, quella dopo Roberto Baggio e con Carletto Mazzone in panchina. Il Bologna di Signori e Paramatti, Andersson e Kolyvanov, Fontolan e Binotto. Quel Bologna vinse la Coppa Intertoto contro il Ruch Chorzow qualificandosi alla Coppa Uefa, nella quale eliminò: Sporting Lisbona, Slavia Praga, Betis Siviglia e O. Lione, fermandosi in semifinale contro l’O. Marsiglia: 0-0 in Francia e 1-1 in Italia. Paramatti portò in vantaggio i rossoblù, che resistettero all’assalto francese fino all’87’ quando l’arbitro tedesco Merk concesse un generoso rigore al Marsiglia, segnato da Blanc; quando le reti in trasferta valevano doppio. Quella Uefa fu vinta dal Parma di Crespo, Vanoli e Chiesa, che nella finale di Mosca strapazzarono proprio l’O. Marsiglia. Il Bologna attuale deve ancora conquistare il palcoscenico europeo e Motta deve decidere se il suo è lo «squadrone che tremare il mondo fa», se «così si gioca solo in Paradiso» o se, come diceva Mazzone, «La tecnica è il pane dei ricchi, la tattica quello dei poveri». Una cosa è certa di Thiago, giocatore tra i più sottovalutati del panorama internazionale, come allenatore sentiremo parlare a lungo.

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Jacques Stockman, chi era costui? Per i tifosi del Bologna con i capelli bianchi, uno dei peggiori ricordi della storia rossoblù in Europa. Lì dove la squadra felsinea vanta ben tre Mitropa, una Coppa di Lega Italo-Inglese, il Torneo Internazionale dell’Expo Universale di Parigi del 1937, quando era lo «squadrone che tremare il mondo fa», e l’Intertoto del 1998. Stockman era uno degli attaccanti dell’Anderlecht che il Bologna affrontò nell’unica partecipazione alla Coppa dei Campioni, dopo la conquista del suo settimo e ultimo scudetto (1964), vinto allo spareggio contro l’Inter di Helenio Herrera, dopo una stagione di veleni tra i due club, dovuti a un sospetto doping nei confronti dei giocatori bolognesi, con penalizzazione prima comminata e poi ritirata. L’antipasto di una rivalità ancora oggi molto accesa. 

Così si gioca solo in Paradiso

Il Bologna di Fulvio Bernardini, quello che «così si gioca solo in Paradiso», il 9 settembre 1964, nel primo turno di Coppa dei Campioni, affrontò l’Anderlecht all’allora stadio Heysel di Bruxelles perdendo per 1-0 con rete di Van Himst. Il 7 ottobre al Dall’Ara di Bologna la squadra di casa passa al 57’ con Pascutti e raddoppia al 75’ con Nielsen, ma quando sembra fatta, a un minuto dalla fine Stockman segna la rete che pareggia i conti, quando i gol in trasferta non valevano doppio, com’è stato poi per alcuni decenni. Lo spareggio, come si usava all’epoca, si giocò al Camp Nou di Barcellona, uno 0-0 anche dopo i supplementari, con Nielsen che si era mangiato due ghiotte occasioni da gol. La monetina decretò il passaggio del turno dell’Anderlecht, la stessa che quattro anni più tardi permetterà all’Italia di battere l’Urss e raggiungere la finale dell’Europeo contro la Jugoslavia. 

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