FIRENZE - L'ultima volta che la Fiorentina ha battuto l'Inter (3-0) lui ci ha messo la firma. Anzi due visto che realizzò una doppietta: era il 6 febbraio 2025 e al Franchi si disputava il recupero della partita sospesa a dicembre per il malore di Edoardo Bove. Scontato che domani sera Moise Kean ci riproverà. Perché ha voglia di riassaporare la gioia del gol (gli manca da un mese, da quello che ha deciso il derby con il Pisa il 23 febbraio), figurarsi poi contro la prima della classe. Perché riuscirci in una stagione così complicata per sé e la propria squadra, fresca di qualificazione ai quarti di Conference ma ancora coinvolta nella lotta salvezza, gli permetterebbe di toccare quota 50 in Serie A e contemporaneamente andare in doppia cifra (ora è a 9 fra campionato e coppa). Non bastasse, fare centro ai nerazzurri e decidere il match sarebbe il miglior modo di presentarsi al raduno della Nazionale e preparare lo spareggio per i Mondiali, obiettivo che il centravanti viola insegue da sempre.
La rabbia di Kean
Insomma, è un Kean affamato quello che si appresta ad affrontare l'Inter provando insieme ai compagni a strappare un risultato che aiuti la Fiorentina (ancora ai box Solomon e in dubbio Fortini) a continuare la risalita in classifica. I tifosi viola sperano che tutta la rabbia esternata giovedì in Conference con il Rakow al momento della sostituzione Moise la riversi domani sul campo. Una reazione che ha suscitato più di una critica, ma è stata vista anche in modo positivo considerando che lui rientrava dopo lo stop per i problemi alla tibia, sta bene e ci teneva a giocare. Lo stesso Vanoli, al di là del fatto se siano poi arrivate le scuse (in ogni caso il clima in casa viola viene definito sereno), ha spento sul nascere ogni polemica comprendendo e proteggendo il proprio giocatore: «Quando è uscito Moise era arrabbiato ma per me questo è importante, fa capire quanta fame e voglia ha di aiutare la Fiorentina e la Nazionale. Sono contento della sua reazione, voleva lasciare il segno e dare ancor più una mano. Dopodiché l’allenatore sono io e devo tener conto di come lui sia per noi fondamentale: abbiamo ancora 9 gare di campionato da disputare, 9 finali, più i quarti di Conference. Devo gestirlo nel modo giusto».
