MILANO - Uno è tornato nel porto sicuro del centrocampo a tre, seppur con una declinazione diversa da quel 4-3-3 o 4-3-1-2 con cui aveva costruito le sue fortune a Cagliari e, nei primi periodi vincenti, al Milan e alla Juventus. L’altro sta inseguendo l’obiettivo di imporre, con giudizio e la giusta convinzione, i suoi principi di gioco in una squadra abituata a determinati dettami tattici. Massimiliano Allegri e Cristian Chivu hanno alle spalle esperienze diverse. Il rumeno (32 panchine da professionista) vanta un curriculum di maggiore spessore e indubbiamente più vincente da giocatore, grazie a 13 trofei conquistati in carriera; il livornese (835) è diventato uno degli allenatori con più successi della storia del calcio italiano, con sei scudetti e cinque Coppe Italia. Domani sera, però, per dirla alla Allegri, vincerà chi sarà capace di fare un gol in più dell’altro. Magari seguendo le idee che, a distanza di anni - chi più, chi meno -, continuano ancora a perseguire.
La tesi di Chivu
Chivu naturalmente è il più “fresco” di studi. Nel settembre 2020 superava il Master di Coverciano con la tesi “I miei principi di gioco”, divisi poi in 14 punti specifici a loro volta distribuiti in quattro macro-aree: i principi della fase offensiva e della fase difensiva, la difesa della linea di centrocampo e della porta. L’ex Tripletista si era poi definitivo un «uomo fortunato» per introdurre la sua tesi: «Vivo ogni giornata come se fosse “la Giornata!”. Ho voglia di portare avanti la mia passione - scriveva Chivu -, imparare cose nuove, uscire dalla mia zona comfort , insegnare, educare ed aiutare gli altri a migliorarsi... Possiedo l’ambizione per superare ogni difficoltà e mettermi costantemente in gioco partendo da quello che è la mia idea di calcio». Chivu, che in un’intervista di un anno fa si definiva «un dittatore democratico» nello spogliatoio, nella sua fin qui breve esperienza all’Inter ha dimostrato di rispettare i suoi ideali. Ha saputo trovare in breve tempo il cip giusto per entrare nella testa dei suoi giocatori e aiutarli a superare un finale di stagione '24-25 drammatico, ridando a molti calciatori nuovi stimoli.

Il calcio di Max
Quello che ha fatto con grande sagacia anche Allegri. «Ormai è solo un gestore di spogliatoi», si diceva di Max dopo il secondo triennio alla Juventus. Da luglio, invece, Allegri ha saputo rivoltare come un calzino un Milan lasciato con molte ferite dalle gestioni tecniche precedenti e ha saputo dare alla squadra non solo un'anima, ma anche una chiara identità tattica. Con un punto fermo: il centrocampo a tre. Dal 4-3-3 ipotizzato a giugno, il Milan è cresciuto col 3-5-2 e un trio di inamovibili, infortuni permettendo: Fofana-Modric-Rabiot. “Caratteristiche dei tre centrocampisti in un centrocampo a tre”, intitolava la sua tesi Allegri il 7 luglio 2005 quando conseguiva il Master al termine dell’annata ’04-05, la seconda da tecnico professionista alla guida della Spal in C1, dopo aver iniziato dodici mesi prima in C2 con l’Aglienese. Allegri analizza e sviluppava le varie versioni tattiche del “trio”, un triangolo con il vertice alto o con un vertice basso, come il Milan di oggi: «Il centrocampista davanti alla difesa ideale dovrebbe essere innanzitutto dotato di grande carisma, in modo da poter comandare al meglio i due interni quando non in possesso di palla», scriveva Max che poi aggiungeva: «Il regista deve inoltre essere dotato di buona tecnica e di un ottimo senso della posizione». A distanza di venti anni, quindi, aver trovato un Modric, ha ridato senso e vigore alle sue prime idee da allenatore.
