Inter, grande con il Como e piccola con le big: è sempre la solita storia

Da Inzaghi a Chivu: cambiano allenatori, non il problema. Da due anni non riesce a battere Milan, Juventus e Napoli. E ora stecca pure in Europa...

MILANO - D’accordo, era un “rigorino” e il Var doveva restare silente. Però James Lee Duncan Carragher, detto Jamie, pilastro difensivo del Liverpool capace di vincere in carriera - tra le altre cose - Champions, Coppa Uefa e due Supercoppe Europee, ha pubblicamente detto in diretta tv quanto in molti pensavano a San Siro mercoledì sera circa la trattenuta di Bastoni a Wirtz: "Non è rigore, ma quel che direi se fossi l’allenatore o un giocatore dell’Inter è 'perché tiri la maglia dando all’arbitro un motivo per fischiare? Non gli tiri la maglia perché va verso la porta, è di spalle e non va da nessuna parte'”. A queste considerazioni andrebbe aggiunta una postilla, legata alla netta differenza di stazza tra difendente e attaccante. Bastoni - si sa - il meglio lo offre quando imposta e quando si proietta in avanti: ha piedi da centrocampista, mentre come difensore ogni tanto si distrae non avendo la cattiveria di un Acerbi. Non è un caso che le partite migliori le ha fatte avendo come guardaspalle il totem inzaghiano: anche Lucio, ai tempi del Triplete, aveva fatto le sue fortune grazie a Samuel, il miglior angelo custode pensabile per ogni difensore centrale. Cristian Chivu, avendo giocato con l’argentino, lo sa bene. Il calcio però si è evoluto e oggi a chi sta dietro sono richieste molte altre cose rispetto all’essenza del ruolo (non far segnare l’attaccante) e poi ci si stupisce se, marcando a zona, gli interisti perdono Gimenez al minuto 93 su azione d’angolo a Madrid. Pure lì c’era di mezzo Bastoni e sempre Bastoni ha perso Khéphren Thuram sull’azione del 3-3 a Torino, segno di una stagione (pure in Azzurro) non iniziata benissimo per l’interessato.

Inter, allarme rosso: big match indigesti

Allargando il discorso, il problema - prima per Inzaghi, oggi per Chivu - è che gli ultimi giorni sono stati compendio della schizofrenia che ha contraddistinto l’Inter nell’ultimo anno e mezzo: bellissima contro le medio-piccole (come insegna il 4-0 al Como), imprecisa e pasticciona con le grandi. Perché con il Liverpool, al di là dell’episodio incriminato, l’Inter affrontava una squadra convalescente, che aveva perso già dieci partite in stagione, ma è arrivata scarica all’appuntamento: di certo occorreva fare più turnover ma - a questo punto - sorge il sospetto che sia una questione pure psicologica. D’altronde i numeri contro le grandi iniziano a essere inquietanti: nell’ultimo campionato e mezzo l’Inter ha infilato 6 derby senza vincere (4 sconfitte e 2 pareggi, con ko nella finale di Supercoppa ed eliminazione dalla semifinale di Coppa Italia) ha perso le ultime due sfide con la Juve (la terza l’aveva pareggiata), mentre col Napoli dopo i due pareggi del campionato scorso è stata travolta (3-1) al Maradona il 25 ottobre. Lì, oltre al solito Bastoni, andarono a fondo Acerbi contro Neres, e Sommer nella mancata uscita sulla rete di McTominay. Calhanoglu ha invece sulla coscienza la rete di Pulisic nel derby (col pastrocchio completato da Sommer, poco reattivo pure sul tiro del 4-3 di Adzic a Torino) e il primo gol preso a Madrid contro l’Atletico. In tal senso, la novità - in negativo - rispetto all’anno scorso, sono le due sconfitte nella fase a gironi di Champions contro i primi due avversari credibili affrontati. E ora il rischio (concreto) è che l’Inter debba passare dai playoff, intasando un calendario già affollatissimo, con altri due match in cui sarà vietato sbagliare.

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