Juventus, vincere è l’unica cosa che conta?

Il motto bonipertiano condiziona la felicità juventina con i risultati
Juventus, vincere è l’unica cosa che conta?© ANSA

Vincere è l’unica cosa che conta? Dopo tutto è davvero questa l’essenza della juventinità? Il vero riassunto del passato, del presente e del futuro del club o una condanna intorno alla quale si sta intossicando il sentimento bianconero? «Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». Quando Vince Lombardi, leggendario coach della NFL, una specie di Trapattoni del football americano, parafrasò il motto di monsieur De Coubertin, inventore delle Olimpiadi moderne, non pensava di creare uno slogan così duraturo nel tempo e certamente non voleva esprimere in modo letterale quel concetto. Era un modo per caricare i suoi giocatori prima di una partita importante, espandendo in modo roboante uno dei pilastri della sua filosofia agonistica, bene espressa in un’altra sua frase: «Vincere non è tutto, ma la volontà di vittoria sì». D’altra parte, chi volesse immaginarsi Lombardi può fare riferimento alla magistrale interpretazione di Al Pacino in “Ogni maledetta domenica”, il cui protagonista è fortemente ispirato alla vita dello stesso Lombardi, compreso l’epico discorso nello spogliatoio.
Quando Giampiero Boniperti, nelle vesti di presidente (leggendario almeno quanto Vince Lombardi), riprese quel motto lo aveva trovato tutto sommato in linea con la filosofia del senatore Giovanni Agnelli, fondatore della Fiat, che usava dire: «Una cosa fatta bene può sempre essere fatta meglio», ovvero tendere sempre al massimo, non accontentarsi mai.

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La frase diventata motto

E forse neppure lui si aspettava che intorno a quella frase, indubbiamente a effetto, si attorcigliasse la vita del club e il modo di pensare dei suoi tifosi. Qualcosa però è andato storto nel corso degli anni, perché il concetto di vittoria (cui la Juventus ha il dovere sportivo di tendere sempre) ha reso eccessivamente binario il sentimento di milioni di persone che la amano: se vinci, sono felice e ti sono vicino; se perdi, sono frustrato, ti critico in tutto e ti abbandono. Senza avere granché nel mezzo di queste due vette. Sì, d’accordo, non per tutti è così e non sempre è così, ma è innegabile che, con tutte le eccezioni e i dovuti distinguo, negli ultimi quarant’anni il sentimento del tifoso juventino ha spesso obbedito a questa dinamica. Il successo è stato il principale (in certi casi l’unico) carburante che ha alimentato la passione juventina. Quando la squadra vince è difficile fare entrare uno spillo allo stadio, quando la squadra infila una stagione più deludente compaiono i vuoti sugli spalti. E se la presenza allo stadio può essere influenzata da altri fattori per primo quello economico (per quanto nessuno discutesse i prezzi sopra la media nel 2015 o nel 2017 quando la Juventus stravinceva), testimoniano il legame fra risultati e calore del tifoso quasi tutti i termometri utilizzati per misurare l’entusiasmo bianconero dai social alle iscrizioni agli Juventus club, dalle vendite di prodotti editoriali al merchandising.

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