Pagina 2 | Juventus, vincere è l’unica cosa che conta?

Il motto bonipertiano condiziona la felicità juventina con i risultati

La risposta non è netta

La Juventus è, quindi, condannata (o addirittura si è autocondannata) a vincere sempre e comunque per soddisfare i suoi tifosi? Non c’è altro modo di sentirsi juventini appagati che non sia il successo? La risposta non può essere netta, ma pende più per il sì che per il no, sostanzialmente perché, nel corso dei decenni, i cicli di vittorie si sono susseguiti con una certa regolarità, lasciando poco spazio alla crescita di altri valori a cui agganciare la fede dei tifosi. E la filosofia del «vincere è l’unica cosa che conta», soprattutto negli ultimi trent’anni, ha prevalso su ogni tendenza. Andrea Agnelli ha provato, con un certo successo, a correggere leggermente il tiro del pensiero juventino, amplificando e istituzionalizzando quel «fino alla fine» che già faceva parte dei cori di curva. Infatti, il non darsi mai per vinti, spingendo senza tregua, credendo sempre e comunque di potercela fare è entrato nella cultura juventina, ma non ancora abbastanza da far sì che una sconfitta venga digerita bene qualora la squadra abbia dato tutto. Per i tifosi una sconfitta è una sconfitta, punto. E scatena sempre malcontento. Una serie di risultati negativi, poi, apre le cateratte della frustrazione insieme a una ricerca piuttosto feroce dei colpevoli da condannare o cacciare. In un crescendo iniziato negli Anni 70, il tifoso juventino è diventato il più esigente in Italia e uno dei più esigenti in Europa, dove compete con quello del Real Madrid e di una ristretta manciata di altri top club. L’incredibile serie dei nove scudetti consecutivi (con contorno di cinque Coppe Italia) ha ulteriormente cementato questo atteggiamento, fino al punto di arrivare a festeggiare tiepidamente gli ultimi titoli del ciclo. D’altra parte, Gianluca Vialli lo spiegava bene già diversi anni fa: «Alla Juventus la vittoria non dà felicità, ma sollievo. È il completamento di un dovere, non il raggiungimento di una vetta».

Nella stagione del post Calciopoli...

Tutto ciò è giusto o sbagliato? La domanda è pesante soprattutto quando le cose vanno male, perché la spietatezza aumenta la pressione e finisce per diventare fardello. Ma la risposta va cercata nelle pieghe del motto bonipertiano e nelle intenzioni di Boniperti stesso. Da uomo di sport, il capitano e presidente juventino, sapeva benissimo che l’ambizione è il motore degli autentici campioni e delle grandi squadre, così come l’accontentarsi o il crogiolarsi sui successi è il peggior nemico di chi sogna in grande. Insomma, il valore non è la vittoria in sé, ma il tendere sempre a quella, sacrificandosi e lavorando senza nessun compromesso. È una sottile differenza, ma segna il confine fra un tifoso che ama la propria la squadra e un tifoso che ama vincere e basta. In fondo, nella stagione del post Calciopoli, c’era stato il potentissimo esempio dei campioni del mondo finiti a giocare in Serie B pur di rimanere alla Juventus, dando una rappresentazione massima di un vero senso di appartenenza e i tifosi che avevano affollato lo stadio in quell’annata ne erano stati lo specchio popolare. Si parlò di “orgoglio gobbo”, riscoperto in B, dopo anni di vittorie e dominio. Ed effettivamente l’orgoglio gobbo esiste e resiste: forse è difficile definirlo perché non passa mai molto tempo prima che la squadra torni a conquistare qualcosa, riportando la vittoria al centro dei valori bianconeri, ma indubbiamente c’è e ha certamente a che fare anche con la famiglia Agnelli, proprietaria del club per cento anni e quindi punto di riferimento fisso per generazioni di bianconeri.

Continassa, dove la Juventus costruisce i successi
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Continassa, dove la Juventus costruisce i successi

La famiglia Agnelli

Il fatto che Gianni Agnelli, icona dell’uomo potente e irraggiungibile nell’immaginario collettivo, provasse le stesse ribollenti emozioni di un qualsiasi tifoso juventino è, per esempio, un elemento fondante della trasversalità dell’amore bianconero. Così come Umberto Agnelli, in apparenza austero e distaccato, ma nei fatti progettista e realizzatore delle più grandi (e folli) colpi di mercato della storia bianconera ha in qualche modo dettato silenziosamente una linea che unisce stile e passione. Andrea Agnelli è la sintesi moderna dei due, in un epoca distante per usi e costumi, ma di immutata eccitazione del Paese per il calcio e la Juventus. Loro tre, così come tutti i rappresentanti della famiglia (dal fondatore della Fiat Giovanni a John e Lapo Elkann) non hanno mai abbandonato la squadra per un secolo, soprattutto quando non vinceva. È, insomma, nelle pieghe delle sconfitte che va trovata l’essenza di una squadra che si è data per motto la ricerca spasmodica della vittoria. Paradossalmente, o forse no.

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