"Vi racconto come fondammo la Juve: il primo pallone e un negozio di bici"

Dall'archivio di Tuttosport la commovente testimonianza, datata 5 luglio 1950, di Domenico Donna, che contribuì nel 1897 a far nascere il club bianconero: "Questo nuovo sport convinse poco all’inizio..."
"Vi racconto come fondammo la Juve: il primo pallone e un negozio di bici"© LaPresse

Centoventisei anni fa, un gruppo di ragazzi tra i 15 e 20 anni si ritrovava in un’officina meccanica dove si riparavano le biciclette e, senza saperlo, fondava uno dei club di calcio più importanti del mondo. Fra di loro Domenico Donna, liceale dalla penna brillante che diventerà un importante avvocato e andrà a vivere ad Aix-les-Bains in Savoia. Più abile come cronista che come calciatore, fu lui, nell’estate del 1950, a scrivere per Tuttosport un foglietto a puntate sulle origini della Juventus, squadra che aveva contribuito a fondare, nell’autunno del 1897. Articoli brillanti e spiritosi, pieni di amore e nostalgia, nei quali viene ricostruito come si arrivò, quel primo novembre 1897, alla riunione fondativa che cambiò per sempre la storia del calcio italiano.

Una passione nata per divertimento

fondatori vi diranno che è stata una pazzia giovanile; nemmeno loro avrebbero creduto che la società dovesse un giorno diventare tanto forte e carica d’anni. Lo fecero solo per divertirsi, nient’altro. Il fatto è che a 15 anni le ore di latino sono sempre state pesanti. Ad ogni modo, a casa, nella scrivania, hanno ancora un mazzetto di foto sciupate e tengono nel portafogli, tra la carta d’identità e la patente dell’automobile, la tessera dei soci fondatori. Pochi ne sono rimasti adesso, alla Juve: la vita gli ha spinti qua e là come succede. Una città, un’altra, in Italia, all’estero. Si ricordano, ogni tanto si scrivono, se capitano a Torino vanno alla sede di Piazza San Carlo e quasi camminano in punta di piedi meravigliati che il segretario maneggi milioni, intimiditi dalle poltrone, dai tappeti che - se si ripensa al passato - sono di un fasto quasi orientale....

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Dal podismo al calcio

Studiavano al Massimo D’Azeglio e al pomeriggio, finita la lotta per la promozione, si avviavano insieme verso corso Duca di Genova: il gioco di moda era allora la barra. La morra serviva per ripartire il gruppo dei concorrenti, a volte facevano troppo baccano e arrivava al vigile di servizio da quelle parti: siccome aveva i piedi piatti, facevano in tempo a scappare. Il gioco della barra e le incursioni del vigile avevano sviluppato molto le loro qualità podistiche: logico quindi che ben presto venissero lanciate sfide sui 50 e sui 100 metri. A quel tempo il podismo aveva pochi ma scelti cultori...

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Non sanno più chi fu a scoprire un giorno, sulla patinoire del Valentino, sempre nostalgico di valzer viennesi, signori abbastanza rotondi e forniti in maggioranza di baffi che prendevano a calci un pallone di dimensioni insolite. Colpì soprattutto il fatto che questi signori intercalassero il gioco con parole di sapore esotico come “hands” e “offside”: un gioco che aveva nomi così complicati e che veniva chissà da quali terre straniere oscurò la marcia e le volate ciclistiche in corso Duca di Genova. Alla patinoire del Valentino compiacenti signori dai baffi spiegarono agli studenti del D’Azeglio in cosa consisteva il gioco. Le parole difficili venivano italianizzate in “anz” e “orzai”. Le regole della pronuncia inglese non erano troppo rispettate, ma tutto diventava più facile.

La ricerca dei fondi e il primo pallone

Il promotore della riforma fu il socio Durante, famoso portiere dell’epoca e amante di ogni novità. Nota storica: i signori coi baffi della patinoire facevano parte del Football Club Internazionale, che si trasforma più tardi nel Football Club Torinese, che aveva campo di gioco in Piazza d’Armi e che impartì ai soci fondatori della Juventus le prime elezioni sull’arte e sulla tecnica del gioco. Facile immaginare il primo problema quale fu: quello del pallone. Fu nominata una commissione d’inchiesta a cui si appoggiò immediatamente una sottocommissione finanziaria che si era accollata l’ingrato compito di trovare i soldi. Pare che il giorno dell’acquisto molti mancassero alle lezioni del Massimo D’Azeglio e vendessero, per procurarsi i fondi, diversi classici ritenuti meno necessari del pallone. Un giorno intero il prezioso oggetto fu posto su una mensola in casa di un socio e tutti gli altri seduti intorno lo contemplarono. Sembrava un peccato doverlo prendere a calci. Era fatto a spicchi, aveva due bottoni ai poli che sconsigliarono subito il gioco di testa. Dopo l’uso di qualche giorno il pallone cominciò a deformarsi presentando fosse e crateri lunari, così rientrò in azione la commissione finanziaria, forzando i soci a fare a meno dei canditi e instaurando un regime di economia sul tipo di quello creato ai tempi vecchi in Piemonte da Quintino Sella, per trovare i fondi necessari...

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Le prime opposizioni al nuovo sport

Questo nuovo sport convinse poco all’inizio, gli oppositori dicevano che succedeva troppo spesso di tornare a casa con gli stinchi sanguinanti e le calze stracciate. Chi doveva sopportare le prediche e le proteste dei parenti disse che era ancora meglio il vecchio podismo: almeno, correndo, passavi e tiravi via, ma col calcio dovevi restare nella stessa piazzetta un’ora e mezza e la gente si fermava a guardare e dappertutto fiorivano i sorrisi di compatimento e i vecchi facevano amare considerazioni sulla sempre crescente decadenza della gioventù. Ma irremovibili gli studenti del Massimo D’Azeglio continuavano a tirar calci al loro pesantissimo pallone, incuranti di tutto, con l’aria un po’ rassegnata e un po’ incompresa di chi lotta per un’idea nuova e vuol farla trionfare. La sede non c’era, la società non aveva ancora un nome...

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Tra i podisti del Massimo D’Azeglio c’era un certo Molinatti, fervente cultore della marcia, che aveva due cugini di una ventina d’anni, non meno vivaci degli altri nell’amare lo sport; la loro grande passione era il ciclismo e la domenica se ne andavano sulle polverose strade della provincia a spigolare ricche medaglie di latta e di vermail. Si chiamavano Canfari e se i quindici studenti del D’Azeglio nonostante il divario d’anni li vollero con loro fu innanzitutto per una ragione di sicurezza. I due Canfari cominciarono a frequentare il campo e l’incubo dei giovinastri che si divertivano a rubare il pallone e bucarlo con spilloni da cappello per signora finì. Fu nell’autunno del 1897 che i fratelli Canfari aprirono, in Corso Re Umberto, numero 42, un negozio di cicli e accessori con annesso piccolo laboratorio: là gli studenti si ritrovavano un po’ per aggiustare con forte sconto le gomme bucate della bicicletta, un po’ per parlare di calcio e dare così gli ultimi ritocchi alla conversione dei due robusti fratelli.

La fondazione della società

A forza di ritrovarsi tutte le sere nello stesso posto, era logico che gli studenti decidessero di fondare una regolare società. Le origini sono molto scure se non altro a causa della tenebre che regnavano sempre nel negozio dei Canfari, rotte a malapena da un noioso rondante fanale di acetilene. Comunque fu lì che venne tenuta la prima assemblea conclusa in una baldoria d’inferno quando si arrivò a trattare il problema finanziario e il più pratico dei convenuti disse che l’unico sistema per risolverlo alla meglio era tassarsi con la quota di una lira mensile. E lo statuto abbozzato in una notte di veglia del Varetti comprendeva un solo articolo: «La società ha per scopo lo sviluppo di ogni ramo dello sport». Non si chiamava ancora Juventus, il nome venne qualche settimana dopo, non aveva ancora dei colori, ma aveva l’entusiasmo di un gruppo di adolescenti che sognavano. Sognavano un sogno destinato a non finire mai.

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Centoventisei anni fa, un gruppo di ragazzi tra i 15 e 20 anni si ritrovava in un’officina meccanica dove si riparavano le biciclette e, senza saperlo, fondava uno dei club di calcio più importanti del mondo. Fra di loro Domenico Donna, liceale dalla penna brillante che diventerà un importante avvocato e andrà a vivere ad Aix-les-Bains in Savoia. Più abile come cronista che come calciatore, fu lui, nell’estate del 1950, a scrivere per Tuttosport un foglietto a puntate sulle origini della Juventus, squadra che aveva contribuito a fondare, nell’autunno del 1897. Articoli brillanti e spiritosi, pieni di amore e nostalgia, nei quali viene ricostruito come si arrivò, quel primo novembre 1897, alla riunione fondativa che cambiò per sempre la storia del calcio italiano.

Una passione nata per divertimento

fondatori vi diranno che è stata una pazzia giovanile; nemmeno loro avrebbero creduto che la società dovesse un giorno diventare tanto forte e carica d’anni. Lo fecero solo per divertirsi, nient’altro. Il fatto è che a 15 anni le ore di latino sono sempre state pesanti. Ad ogni modo, a casa, nella scrivania, hanno ancora un mazzetto di foto sciupate e tengono nel portafogli, tra la carta d’identità e la patente dell’automobile, la tessera dei soci fondatori. Pochi ne sono rimasti adesso, alla Juve: la vita gli ha spinti qua e là come succede. Una città, un’altra, in Italia, all’estero. Si ricordano, ogni tanto si scrivono, se capitano a Torino vanno alla sede di Piazza San Carlo e quasi camminano in punta di piedi meravigliati che il segretario maneggi milioni, intimiditi dalle poltrone, dai tappeti che - se si ripensa al passato - sono di un fasto quasi orientale....

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