Pagina 2 | Matuidi: “Allegri un papà, Sarri ha avuto ragione. Cristiano Ronaldo? Ho pensato fosse pazzo"

Instancabile, silenzioso, fedele e sempre al servizio della squadra. Blaise Matuidi non ha mai avuto bisogno di proclami: per lui parlavano i chilometri macinati, i contrasti vinti, quella fame che non conosceva pause... In tre stagioni con la Juventus ha collezionato 98 presenze, lasciando un segno indelebile nel cuore dei tifosi. Ma non solo sudore e sacrificio: anche qualche lampo di gloria, come quel gol del 3-0 al Bernabeu contro il Real Madrid, che per 30 minuti spezzò il fiato del popolo bianconero, inebriato da una rimonta destinata a rimanere nella storia se non fosse per quelle rigore, tanto discusso, assegnato ai Blancos a tempo scaduto. Oggi, dalla sua Miami, Matuidi osserva con occhi lucidi la nuova Juve di Igor Tudor. Una squadra diversa, giovane, in cerca di identità.  

Blaise Matuidi, qual’è la prima cosa che le viene in mente quando ripensa ai suoi anni a Torino? 
«Ricordo il giorno del mio arrivo in sede: capii subito di trovarmi in una realtà fuori dal comune. Un’istituzione gigantesca, per storia, blasone, strutture. Insomma, un club forte forte. Le persone che ci lavoravano avevano un ambizione smisurata. Non voglio dire che al Psg non fosse così, ma era la prima volta che mettevo piede al di fuori della Francia...». 
 
A volerla più di tutti fu Max Allegri... 
«Con il mister ho tuttora un rapporto eccezionale. L’ho sentito giusto l’altro ieri per messaggio. Oltre ad essere un grande tecnico è una persona splendida. E questo è un vantaggio non da poco quando ti ritrovi ad allenare dei campioni. Se ha vinto tanto è anche per via delle sue qualità umane. In quegli anni è stato bravissimo a gestire lo spogliatoio». 

Che tasti toccava per farvi rendere a quei livelli? 
«A me ha sempre parlato con un fare paterno, come se fossi suo figlio. Grazie a lui mi sono ambientato subito».

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Matuidi su Sarri, CR7 e il più pazzo della sua Juve

Dopo anni trascorsi a dominare la Serie A, arrivò Sarri con cui siete riusciti, seppur con qualche fatica in più, a vincere il campionato. A freddo, si è chiesto cosa non sia scattato con il mister quell’anno? 
«Sicuramente Maurizio aveva un approccio diverso: era molto esigente a livello tattico. Al netto delle difficoltà abbiamo vinto, quindi ha avuto ragione lui. É un grande allenatore, e come tutti ha avuto bisogno di tempo per adattarsi al meglio all’ambiente bianconero». 

In quella stagione era diventato la guardia del corpo di Ronaldo: spettava a lei coprire gli spazi “vacanti” sulla sua corsia. Ci racconta che cosa significava condividere lo spogliatoio con un campione simile? 
«Cristiano era un professionista impressionante, ossessionato dal lavoro. Una sera rientrammo alle 2 di notte alla Continassa dopo un match di campionato per recuperare le macchine… Eravamo sfiniti, eppure lui andò da Benatia e lo convinse ad accompagnarlo in palestra per un po’ di lavoro di scarico. Ho pensato fosse pazzo (ride ndr). Ronaldo era così: non si fermava mai. È questo il segreto del suo successo e del perché riesca a fare la differenza ancora oggi». 

E che mi dice del resto dei compagni di squadra? 
«Nel cuore conservo dei ricordi di quegli anni indimenticabili. Avevamo un bel gruppo, era un piacere stare insieme. Il più pazzo? Dico Pinsoglio: sorrideva sempre e ne combinava una dietro l’altra. Ogni volta che mi vedeva mi cantava una canzoncina in francese. Poi c’era Gigi… Uno dei portieri più grandi di tutti i tempi. La cosa che mi piaceva di più di lui era la sua semplicità». 
 

 

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Quel Real-Juve, Buffon e la colonia francese alla Juve

A proposito di Buffon: ci racconta quella serata al Bernabeu in cui segnò la rete del 3-0, prima che Oliver decidesse di espellere Buffon al 98’. Forse il gol più pesante della sua avventura bianconera... 
«Non direi il più importante, perché alla fine non è bastato alla squadra per passare il turno. È stata una serata particolare: dovevamo ricordare al mondo che squadra fosse la Juve e penso che lo abbiamo fatto, giocando un match fantastico. Poi ci fu quel rigore su Vazquez… Forse con le regole del Var di oggi non sarebbe andata a finire così». 
 
Insomma, per lei quel rigore non c’era… 
«Direi proprio di no (ride ndr). Nello spogliatoio a fine partita c’era molto nervosismo: avevamo messo in difficoltà il Real segnandogli tre gol al Bernabeu. Una roba non proprio da tutti in quel periodo. Allegri ci disse che era orgoglioso di quello che avevamo fatto e che avremmo dovuto continuare così in campionato». 

Da Kolo Muani a Thuram, passando per Kalulu: che effetto le fa vedere questa Juventus tutta al francese? 
«Mi fa molto piacere. Ma la storia del club racconta che in rosa c’è sempre stata una piccola colonia francese. Ho avuto modo di incontrarli durante il Mondiale per Club: sono tutti entusiasti di poter giocare per la Juve». 
 
Thuram, tra l’altro, quest’anno ha battuto un suo record, diventando il primo centrocampista francese a segnare almeno quattro gol nella stagione d’esordio con la maglia bianconera... 
«Khéphren è un elemento indispensabile per la Juve: sul campo ha dimostrato che il club ha fatto bene a puntare su di lui. Ma è ancora giovane, quindi deve continuare a lavorare per migliorarsi. È nel contesto perfetto per farlo». 

 

 

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Kolo e David, tandem super. E Yildiz pazzesco

E di Kolo che ne pensa? La Juve sta provando a riscattarlo in tutti i modi. Se fosse in lui resterebbe alla Juventus? 
«Assolutamente sì. Gioca in una squadra che lo mette nelle condizioni di alzare l’asticella ogni giorno. Spero che resti e che possa aiutare il club a vincere dei titoli. Poi ora è arrivato David. Non so quali siano le idee del mister, ma credo che con Kolo potrebbe formare un tandem super. Sono due profili complementari a mio avviso». 
 
Senza dimenticare Yildiz... 
«Un giocatore pazzesco. L’ho seguito durante l’anno guardandolo in tv, ma vederlo dal vivo al Mondiale è stata un’altra cosa: mi ha davvero impressionato per come tocca la palla, come domina gli avversari... È il simbolo di una squadra giovane a cui va dato il tempo necessario per tornare ai massimi livelli. Capisco che alla Juve  ci sia la necessità di vincere subito. Ma penso che la strada intrapresa sia quella giusta. Molti di questi ragazzi diventeranno dei campioni, ne sono certo». 

Non pensa magari che questa squadra abbia bisogno di senatori navigati che possano aiutare i più giovani a migliorarsi? In questi giorni si parla molto di Xhaka... Lei lo prenderebbe? 
«Non so come voglia muoversi sul mercato la società. Quello che posso dire è che di certo l’eventuale arrivo di Granit male non farebbe. È un ottimo giocatore: ha fatto grandi cose a livello internazionale. La sua esperienza potrebbe tornare utile». 
 
Pensa che con i giusti rinforzi, sarebbe comunque troppo presto per puntare allo scudetto? 
«La Rosa ha qualità, quindi credo che potranno provare a lottare per il titolo». 

 

 

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Matuidi su Comolli e Pogba

Della sua Juve sono rimasti solo Pinsoglio, Rugani e Perin. Come ha preso la partenza a gennaio di capitan Danilo?  
«Non so cosa sia successo, ma è una scelta che va rispettata: Danilo ha trascorso degli anni eccellenti a Torino. Penso che la società volesse semplicemente aprire un nuovo ciclo…». 

E di Comolli che mi dice? 
«Io ci ho lavorato insieme ai tempi del Saint-Étienne. Conosce, respira e vive il calcio h24. Quando arrivò da noi aveva già alle spalle esperienze importanti, soprattutto in Premier League. Ha visione e sa che tasti toccare, per questo credo che alla Juve farà grandi cose. Quando ho saputo che la proprietà avrebbe puntato su di lui ero contento: è l’uomo giusto per ripartire». 

Per chiudere, le chiedo che idea si è fatto sul caso Pogba. Immagino vi siate sentiti spesso nell’ultimo periodo...  
«Sono super contento che riparta dal Monaco. Ha vissuto momenti difficili. Quando l’ho rivisto negli Stati Uniti ho avuto modo di percepire la sua forza mentale. Il calcio gli è mancato parecchio e penso che la cosa sia reciproca. Sono certo che in Ligue 1 farà grandi cose».

 

 

 

 

 

 

 

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Matuidi su Sarri, CR7 e il più pazzo della sua Juve

Dopo anni trascorsi a dominare la Serie A, arrivò Sarri con cui siete riusciti, seppur con qualche fatica in più, a vincere il campionato. A freddo, si è chiesto cosa non sia scattato con il mister quell’anno? 
«Sicuramente Maurizio aveva un approccio diverso: era molto esigente a livello tattico. Al netto delle difficoltà abbiamo vinto, quindi ha avuto ragione lui. É un grande allenatore, e come tutti ha avuto bisogno di tempo per adattarsi al meglio all’ambiente bianconero». 

In quella stagione era diventato la guardia del corpo di Ronaldo: spettava a lei coprire gli spazi “vacanti” sulla sua corsia. Ci racconta che cosa significava condividere lo spogliatoio con un campione simile? 
«Cristiano era un professionista impressionante, ossessionato dal lavoro. Una sera rientrammo alle 2 di notte alla Continassa dopo un match di campionato per recuperare le macchine… Eravamo sfiniti, eppure lui andò da Benatia e lo convinse ad accompagnarlo in palestra per un po’ di lavoro di scarico. Ho pensato fosse pazzo (ride ndr). Ronaldo era così: non si fermava mai. È questo il segreto del suo successo e del perché riesca a fare la differenza ancora oggi». 

E che mi dice del resto dei compagni di squadra? 
«Nel cuore conservo dei ricordi di quegli anni indimenticabili. Avevamo un bel gruppo, era un piacere stare insieme. Il più pazzo? Dico Pinsoglio: sorrideva sempre e ne combinava una dietro l’altra. Ogni volta che mi vedeva mi cantava una canzoncina in francese. Poi c’era Gigi… Uno dei portieri più grandi di tutti i tempi. La cosa che mi piaceva di più di lui era la sua semplicità». 
 

 

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