«Grazie di tutto, mister Tudor. In bocca al lupo per il futuro». Firmato, Gleison Bremer. Come Perin, come Yildiz, i messaggi rivolti dai giocatori all’ex tecnico bianconero sono stati tanto semplici quanto concreti. Ritratti di serenità a indicare un’affinità che pure si è vista in campo, almeno finché le cose sono andate per il meglio, come lo stemma imponeva. E poi? Poco. Nulla. Neve al sole davanti alle complicazioni e ai risultati che scarseggiavano. E i saluti. Pubblici, per alcuni. In forma privata, per altri. A prescindere, comunque, non è che Tudor proprio abbondasse di calciatori pronti a lanciarsi nel fuoco per lui. Anzi. In particolare, con il gruppo degli italiani il feeling non è scattato, non in maniera totale. E questo è stato uno svantaggio, a lungo andare. Probabilmente decisivo. Perché da loro il croato si aspettava il salto di qualità dal punto di vista morale, di trovare risposte alla mancanza di leadership da cui non ha mai preso le distanze, che però ha cercato di modellare come poteva, come sapeva. Nulla.
I fedelissimi
Servirà da lezione, così come gli è servito avere a che fare con giocatori estremamente rappresentativi - Bremer, appunto - ed enormemente talentuosi. Yildiz è stato il suo pupillo. Kenan gli ha dato tutto, anche quando il fiato o il ginocchio gli consigliavano prudenza. Poi c’è stato Dusan, spesso il “suo” Dusan: difeso contro tutto, tutti, coccolato e pungolato, a prescindere ritenuto comunque uno dei migliori attaccanti in circolazione, persino quando è sembrato inevitabile dover puntare su Kolo Muani. O più recentemente su David. Ecco, Vlahovic ha cercato di rispondere fino alla fine, finché ha potuto. Non è bastato. La decisione era nell’aria, ed è stata colta al volo quando i fatti hanno preso una direzione per la quale la Juventus ha percepito una forte paura di futuro. Un aiuto in più, di sicuro, Tudor se l’aspettava anche dalla dirigenza. Si è sentito solo, e non è stato un fatto degli ultimi giorni, ma di oltre un mese.
