“Che figata di anno!”: così esordisce Alessandro Del Piero all’inizio della prima puntata di “1996, L’anno di Del Piero”, uno speciale realizzato da SkySport sull’annata vissuta da Pinturicchio e dalla Juventus. Un anno magico, in cui il 10 si consacrò, dopo aver ricevuto la pesante eredità lasciata da Roberto Baggio. Un racconto che viene sviscerato consultando interviste di archivio, con aneddoti dei giornalisti che hanno seguito la nascita di Del Piero come stella del calcio italiano e mondiale. E un narratore al centro dello studio, lo stesso Alex.
1996, lo speciale su Del Piero
Massimo Marianella, telecronista della finale Intercontinentale del 1996 tra la Juve e il River Plate, racconta dell'inizio di Del Piero a Torino. Un'esperienza cominciata potendo apprendere da un numero 1 come Roberto Baggio: “Non poteva Del Piero avere una cattedra migliore che abbeverarsi alla fonte di Baggio. Perché Baggio è stato uno dei giocatori più straordinari della storia del calcio secondo me”. Darwin Pastorin, giornalista ed inviato della Juve per Tuttosport nel 1996: “Roberto Baggio è il numero 10 imprevedibile, numero 10 che come i poeti ermetici non lo puoi spiegare”. A questo punto viene mostrata una intervista a Del Piero di quell’anno, chiedendogli se si allena molto sui calci piazzati e se Baggio gli insegna qualcosa in merito: “Lui le fa vedere, poi… Le calcia in un modo fantastica. Io, come altri miei compagni, ci alleniamo su tante cose e proviamo ad emularlo”.
Marianella: “Il fatto che Del Piero potesse respirare quella grandezza, quella capacità di essere campione senza eccessi ha reso Del Piero… Del Piero!”. Ancora un estratto di Del Piero sul Divin Codino, di un’altra intervista dell'epoca: “Quanto si impara a giocare con Baggio? Si impara sempre. Si impara perché lui, nel momento in cui è in condizione, diventa il più forte giocatore al mondo”.
Il rapporto con Baggio
Dal passato al presente, le immagini tornano sull’Alex di oggi: “Per me era un punto di riferimento come lo erano altri calciatori per altre caratteristiche. Ad esempio Gianluca Vialli per il suo carisma e il suo essere attaccante. Ovviamente io mi rivedevo più in Roberto perché è un ruolo che mi piaceva di più: il sogno del numero 10 era quello: era partito con Platini prima, con Zico e Maradona tutti in Serie A nella mia infanzia, è il plus che avevamo in quegli anni. La vicinanza della nostra terra di origine (entrambi veneti, ndr) ci ha consentito di esprimerci in dialetto quando eravamo da soli, sempre. Lui mi ha sempre trattato da adulto, come tutti i ragazzi in quella Juventus: mi hanno sempre trattato da adulto, ma proteggendomi da ragazzo".
E ancora: "Questo è stato stupendo: per me, catapultato a 18 anni senza aver mai lasciato il Veneto e ritrovarmi nella squadra più blasonata d’Italia, con un campione di questo genere, io che ero un ragazzino della campagna che doveva confrontarsi con responsabilità molto grandi, più di quello che uno può immaginare. Il mondo Juve è molto più importante di quello che poi si legge, si sente o si dice. Solamente vivendolo riesci a capire la grandezza e la responsabilità che ci sono dietro a questa squadra. Quindi devo dire che sono stati attimi di familiarità per me: parlare in dialetto con il mio compagno… Succedeva anche con qualche compagno della Primavera dove andavo a giocare delle volte, per me era sentire casa: a 18 anni da solo a Torino era un po’ così, non semplice”.
Da Lippi a Conte
Altro salto temporale all’indietro, intervista a Marcello Lippi, tecnico della Juventus, in cui gli viene ricordato come nell’estate precedente avesse detto di non volere una squadra Baggio Dipendente: “L’ho detto perché nel caso in cui Baggio fosse stato male, nessuno si sarebbe messo le mani nei capelli”. Altra intervista passata, stavolta dell’ex centrocampista bianconero Antonio Conte: “Penso che tutti vorrebbero avere il problema che abbiamo noi, quello dell’inserimento di Baggio. Perché Baggio secondo me è il calciatore italiano, il talento, più forte che possa esprimersi”.
Si torna al presente, a raccontare cosa stesse succedendo in quel momento il giornalista Paolo Condò: “Marcello Lippi comincia, anche dal punto di vista dialettico, a congedare Roberto Baggio. Il suo lavoro era indirizzato a dirimere la questione del doppio campione, del doppio grande campione, con il numero 10”. Ancora un passo all’indietro, ancora una intervista. A Del Piero viene chiesto quanto pesasse, senza Baggio, la maglia numero 10 in vista di una sfida importante: “Non è che pesa più delle altre. Sappiamo l’importanza della squadra, pesa per quello”.
L'addio di Baggio
Nuovo balzo temporale in avanti, stavolta a raccontare è il giornalista e telecronista Bruno Longhi: “Io fui complice di una sparata di Roberto Baggio. Intervista piatta, a un certo punto lui disse ‘C’è qualcuno fuori, lontano da qui, che mi stima e che mi vuole a differenza di quello che sta accadendo qui’. Chiaramente capimmo tutti che la Juventus aveva virato in un’altra direzione”. La parola torna a Condò: “Ci si rende conto rapidamente che c’è un nuovo sceriffo in città”. Si ritorna proprio a quel periodo, ancora con un’intervista realizzata a Del Piero: “I miei successi in qualche modo potevano togliergli un po’ di luce”.
Si ritorna al ‘Pinturicchio’ del presente: “Sì, quello che è stato l’ultimo anno di Roberto è stato un anno molto travagliato. Non ero neanche molto coinvolto in quella discussione rispetto a come poi lo sono stato alla fine. Alla fine, dopo un campionato dove ho giocato spesso titolare anche a causa di altre situazioni, allora lì si è detto ‘Ma sì, c’è anche il ragazzino, c’è anche Del Piero’. Le cause iniziali erano diverse, penso non sia stato semplice per lui lasciar la Juve, anche perché voleva tanto aver successo con la Juve. Ma aver vinto il campionato insieme, aver vinto lo Scudetto dopo tanto… Roby è Roby, indipendentemente da Juve, Milan, Inter o chicchessia: quello che ha fatto nel calcio italiano e che ha continuato fare brilla di luce propria”.