Del Piero, il 1996 Juve: “Il nuovo sceriffo in città, l’urlo di Lippi e… nessuno lo aveva previsto”

La leggenda racconta a Sky Sport l’anno che lo ha consacrato nel calcio italiano e mondiale: “Che figata! Il mondo bianconero è molto più grande”

Che figata di anno!”: così esordisce Alessandro Del Piero all’inizio della prima puntata di “1996, L’anno di Del Piero”, uno speciale realizzato da SkySport sull’annata vissuta da Pinturicchio e dalla Juventus. Un anno magico, in cui il 10 si consacrò, dopo aver ricevuto la pesante eredità lasciata da Roberto Baggio. Un racconto che viene sviscerato consultando interviste di archivio, con aneddoti dei giornalisti che hanno seguito la nascita di Del Piero come stella del calcio italiano e mondiale. E un narratore al centro dello studio, lo stesso Alex. 

1996, lo speciale su Del Piero

Massimo Marianella, telecronista della finale Intercontinentale del 1996 tra la Juve e il River Plate, racconta dell'inizio di Del Piero a Torino. Un'esperienza cominciata potendo apprendere da un numero 1 come Roberto Baggio: “Non poteva Del Piero avere una cattedra migliore che abbeverarsi alla fonte di Baggio. Perché Baggio è stato uno dei giocatori più straordinari della storia del calcio secondo me”. Darwin Pastorin, giornalista ed inviato della Juve per Tuttosport nel 1996: “Roberto Baggio è il numero 10 imprevedibile, numero 10 che come i poeti ermetici non lo puoi spiegare”. A questo punto viene mostrata una intervista a Del Piero di quell’anno, chiedendogli se si allena molto sui calci piazzati e se Baggio gli insegna qualcosa in merito: “Lui le fa vedere, poi… Le calcia in un modo fantastica. Io, come altri miei compagni, ci alleniamo su tante cose e proviamo ad emularlo”.

Marianella: “Il fatto che Del Piero potesse respirare quella grandezza, quella capacità di essere campione senza eccessi ha reso Del Piero… Del Piero!”. Ancora un estratto di Del Piero sul Divin Codino, di un’altra intervista dell'epoca: “Quanto si impara a giocare con Baggio? Si impara sempre. Si impara perché lui, nel momento in cui è in condizione, diventa il più forte giocatore al mondo”.

Il rapporto con Baggio

Dal passato al presente, le immagini tornano sull’Alex di oggi: “Per me era un punto di riferimento come lo erano altri calciatori per altre caratteristiche. Ad esempio Gianluca Vialli per il suo carisma e il suo essere attaccante. Ovviamente io mi rivedevo più in Roberto perché è un ruolo che mi piaceva di più: il sogno del numero 10 era quello: era partito con Platini prima, con Zico e Maradona tutti in Serie A nella mia infanzia, è il plus che avevamo in quegli anni. La vicinanza della nostra terra di origine (entrambi veneti, ndr) ci ha consentito di esprimerci in dialetto quando eravamo da soli, sempre. Lui mi ha sempre trattato da adulto, come tutti i ragazzi in quella Juventus: mi hanno sempre trattato da adulto, ma proteggendomi da ragazzo".

E ancora: "Questo è stato stupendo: per me, catapultato a 18 anni senza aver mai lasciato il Veneto e ritrovarmi nella squadra più blasonata d’Italia, con un campione di questo genere, io che ero un ragazzino della campagna che doveva confrontarsi con responsabilità molto grandi, più di quello che uno può immaginare. Il mondo Juve è molto più importante di quello che poi si legge, si sente o si dice. Solamente vivendolo riesci a capire la grandezza e la responsabilità che ci sono dietro a questa squadra. Quindi devo dire che sono stati attimi di familiarità per me: parlare in dialetto con il mio compagno… Succedeva anche con qualche compagno della Primavera dove andavo a giocare delle volte, per me era sentire casa: a 18 anni da solo a Torino era un po’ così, non semplice”.

Da Lippi a Conte

Altro salto temporale all’indietro, intervista a Marcello Lippi, tecnico della Juventus, in cui gli viene ricordato come nell’estate precedente avesse detto di non volere una squadra Baggio Dipendente: “L’ho detto perché nel caso in cui Baggio fosse stato male, nessuno si sarebbe messo le mani nei capelli”. Altra intervista passata, stavolta dell’ex centrocampista bianconero Antonio Conte: “Penso che tutti vorrebbero avere il problema che abbiamo noi, quello dell’inserimento di Baggio. Perché Baggio secondo me è il calciatore italiano, il talento, più forte che possa esprimersi”.

Si torna al presente, a raccontare cosa stesse succedendo in quel momento il giornalista Paolo Condò: “Marcello Lippi comincia, anche dal punto di vista dialettico, a congedare Roberto Baggio. Il suo lavoro era indirizzato a dirimere la questione del doppio campione, del doppio grande campione, con il numero 10”. Ancora un passo all’indietro, ancora una intervista. A Del Piero viene chiesto quanto pesasse, senza Baggio, la maglia numero 10 in vista di una sfida importante: “Non è che pesa più delle altre. Sappiamo l’importanza della squadra, pesa per quello”.

L'addio di Baggio

Nuovo balzo temporale in avanti, stavolta a raccontare è il giornalista e telecronista Bruno Longhi: “Io fui complice di una sparata di Roberto Baggio. Intervista piatta, a un certo punto lui disse ‘C’è qualcuno fuori, lontano da qui, che mi stima e che mi vuole a differenza di quello che sta accadendo qui’. Chiaramente capimmo tutti che la Juventus aveva virato in un’altra direzione”. La parola torna a Condò: “Ci si rende conto rapidamente che c’è un nuovo sceriffo in città”. Si ritorna proprio a quel periodo, ancora con un’intervista realizzata a Del Piero: “I miei successi in qualche modo potevano togliergli un po’ di luce”.

Si ritorna al ‘Pinturicchio’ del presente: “Sì, quello che è stato l’ultimo anno di Roberto è stato un anno molto travagliato. Non ero neanche molto coinvolto in quella discussione rispetto a come poi lo sono stato alla fine. Alla fine, dopo un campionato dove ho giocato spesso titolare anche a causa di altre situazioni, allora lì si è detto ‘Ma sì, c’è anche il ragazzino, c’è anche Del Piero’. Le cause iniziali erano diverse, penso non sia stato semplice per lui lasciar la Juve, anche perché voleva tanto aver successo con la Juve. Ma aver vinto il campionato insieme, aver vinto lo Scudetto dopo tanto… Roby è Roby, indipendentemente da Juve, Milan, Inter o chicchessia: quello che ha fatto nel calcio italiano e che ha continuato fare brilla di luce propria”.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

La maglia numero 10

Si ritorna indietro, a dopo la partenza di Baggio dalla Juve. A parlare il difensore bianconero Ciro Ferrara: “Naturalmente Roberto ha dato tantissimo in questi 5 anni. Però credo che forse bisogna incitare anche colore che hanno preso parte ad una lunga cavalcata per lo Scudetto”. La parola torna a Marianella, che analizza quello che era il momento vissuto in quel frangente dai bianconeri: “La Juventus ha poi dovuto fare una scelta, una scelta che credo sia stata fatta naturalmente”. Poi Longhi: “Giocando con 3 punte, chiaro che Del Piero atleticamente ti dava di più di Roberto”.

Conclude Condò: “Baggio andò via molto offeso dalla Juventus. E in pratica gli venne detto che ce n’era uno bravo come lui ma più giovane”. Il Del Piero del presente riprende la parola: “E così, di punto in bianco, nell’estate del 1995, mi ritrovo a vestire una maglia che solo i grandi avevano indossato, ed ero sicuro che l’avrei vestita tutto l’anno perché era l’inserimento dei numeri fissi. Per tutto l’anno tu avevi un numero, mentre le altre volte sognavi di essere nei primi 11 e di giocare. E sognai ovviamente la numero 10, iconica: mamma mia, la 10 è qualcosa… Anche nella Primavera mi avevano dato il 7 e la 9, ma la 10 era quella che volevo! Quindi si apre un capitolo totalmente nuovo, eccitante, preoccupante, ma fighissimo”. 

Quella sensazione...

Pastorin racconta: “Ci siamo trovati improvvisamente di fronte ad un nuovo numero 10, capace anche un po’ di capovolgere la tradizione, perché era un numero 10 atipico: stava nascendo il ‘fenomeno Del Piero’”. La parola torna a Marianella: “Ha portato una boccata d’aria freschissima nel nostro calcio. Del Piero l’ha portata sia al calcio italiano che al calcio europeo che al calcio mondiale”.

Alex riprende il discorso: “Fondamentalmente credo di essere un ragazzo che, fin da giovane, ha sempre avuto un grande senso di responsabilità, in generale. Pur avendo commesso anche io le mie caz***te da ragazzino. Ma nel caso specifico in una cosa così grande come la 10 della Juventus quel peso lo senti immediatamente: un continuo bilanciamento tra entusiasmo, la bellezza di essere in quella posizione e la responsabilità. Venivamo da un anno in cui eravamo tornati campioni d’Italia dopo 9 anni, quindi era tutto positivo il movimento che c’era dietro. Però ci immergevamo già in un anno dove c’era la richiesta di rivincere, e quindi le pressioni cambiano totalmente. Sono diverse quando sei un outsider, non si vinceva da 9 anni e per la Juve era una cosa clamorosa, rispetto a tornare e dire ‘Ok, ora rivinciamo tutto’. È così che ragiona anche il tifoso, giustamente. Quella sensazione l’ho percepita fin dal primo istante del ritiro”.

Il gol alla Del Piero

La parola torna a Pastorin: “Il gol alla Del Piero nasce soprattutto in maniera definitiva contro il Borussia Dortmund”. Longhi analizza: “Una partita sotto la pioggia in cui la Juventus debutta, tra l’altro, in un nuovo formato della Champions League. Arriva questa perla incredibile: penso che urlai come un matto a questo gol qui perché vedi proprio il talento!”. Ancora Marinella: “È stato un punto, secondo me, esclamativo della storia del nostro calcio. Era una firma, un segnale che stava arrivando un ragazzo che non era come gli altri”.

Del Piero racconta quel momento, quel gol contro il Dortmund: “Prendo palla sull’esterno, cerco di accentrarmi quando mi viene dato spazio da Kohler, che avevo avuto come compagno fino a poco prima. Cerco di portarmela sul destro, di stare lontano da lui: Jurgen se aveva la possibilità di mettere la zampata, togliendoti il tempo, anche fisicamente, ti massacrava. E infatti lui tiene la mia prima finta, cerco di sbilanciarlo con quella, faccio un destro-sinistro per portarmela sul destro e lo faccio uscendo, allontanandomi dalla porta. Non è in diagonale verso la porta o parallelo alla porta, è fuori: mi crea lo spazio, quella è l’idea. Perché così se lui interviene io ho comunque lo spazio per tirare. E poi la particolarità di questo gol è che il ‘doppio effetto’, chiamiamolo così. C’è la palla che va fuori e rientra, ma c’è anche la palla che va su e poi si appoggia giù. Ed è delicata, è disegnata, è proprio… è perfetta!”.

Il retroscena di Condò

Condò racconta: “Io ricordo che colpì fortissimo l’urlo di Lippi dopo il gol, quel ‘Bravo, bravo, ora torna a coprire’. Che era un messaggio rivolto ai giovani di talento che però devono mantenere l’umiltà, la voglia di aiutare in tutti i modi possibili e non soltanto mettendo in mostra la loro qualità. Una delle partite che credo Alessandro abbia nella sua bacheca personale, perché fa due assist: a Padovano e a Conte, e in mezzo ci mette il suo gol fantastico”.

Rewind, si torna indietro. Ad una vecchia intervista in cui ad Alex viene detto: “Hai soli 21 anni, ma i bambini vogliono già fare i gol ‘Alla Del Piero’”. Lui risponde così: “È quello per cui lavori, che sogni da quando inizi. Esserci riuscito fino ad adesso mi dà una enorme gratificazione”. Bruno Longhi racconta come da quella partita col Dortmund sia iniziato il fenomeno del suo modo di calciare sul secondo palo: “Arrivano le altre partite, e cominci: con la Steaua, poi coi Rangers. Uno, due e tre, e dici ‘Allora questo è proprio un marchio di fabbrica’”.

 

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La griffe Del Piero

Condò prosegue: “Per convincerci che non fosse stato un caso lui rifà quel gol in maniera seriale. Prima contro la Steaua Bucarest: lo fa da fermo. Poi nella terza gara contro i Rangers da posizione non molto distante dalla bandierina: c’è un calcio di punizione, un compagno tocca la palla e lui riesce ad arcuare il destro fino a farlo arrivare esattamente nell’angolino alto più lontano. Gol ne vediamo a milioni: avere la possibilità di griffarne uno… Quand’è che nasce la griffe? Quando nei rifai tanti, in fila, sempre uguali, sempre bellissimi. E allora sai che si tratta di un colpo che hai nei piedi”.

La parola torna a Longhi: “Dei palloni pennellati, messi là proprio all’incrocio dei pali, dove il portiere non poteva arrivare”. Sulla stessa lunghezza d’onda Pastorin: “Quando la palla arriva in quel metro quadrato, ci aspettiamo tutti il gol di Alex: veniva dato per scontato, come un colpo di testa di Bettega, una rovesciata di Riva o Anastasi. A quel punto Del Piero diventa non più un campione particolare, ma universale”. Così Marianella: “Il gol alla Del Piero è stato l’inizio che ha permesso a quelli meno attenti di accorgersi di quanto fosse forte questo ragazzo. Poi è stato un timbro, una firma, un marchio, che lo ha accompagnato per sempre. C’era poco altro da aggiungere: era un ragazzo forte, giovane, che segnava gol così”. 

Un qualcosa di iconico

Altro balzo nel passato, quando proprio Bruno Longhi chiese al 10 bianconero in un’intervista come nascesse nella sua mente il gol ‘Alla Del Piero’: “Nasce senz’altro dopo averlo visto fare, occasionalmente, anche da altra gente. Provato molte volte in allenamento, fin da quando giocavo nelle giovanili: non è una cosa ultima. Diciamo che ultimamente proprio mi sta riuscendo abbastanza bene, soprattutto nelle gare ufficiali”.

Dal Del Piero del passato a quello del presente: “È quel ‘abbastanza bene’ racchiude in me quel che sono strafelice, orgoglioso di una cosa del genere, che è grande. Però l’abbastanza è proprio per dire ‘Sono immerso in quello che sto facendo, c’è una missione molto più grande di questa’. Il gol più iconico è ovviamente quello in Champions League, contro il Borussia Dortmund: torniamo in Champions dopo una vita, senza Ravanelli e Vialli davanti. C’era anche poca fiducia: Ravanelli e Vialli erano tanta roba per noi davanti, no?! L’esultanza che ho dopo quel gol, che eravamo in svantaggio, racchiude che… Bello fare dei gol stilisticamente così fantastici, bello bello. Una esultanza di cattiveria, per dire ‘Anche se siamo qui senza attacco, senza metà squadra, anche se ci segnano dopo un minuto, noi siamo qui e andiamo a vincere’. Quella è la mentalità che ti entra dentro e fa la differenza. Il ‘come’ chi se ne frega: fai gol di punta, di spalla, di culo. L’esultanza è quella che rappresenta il significato di quel gol. Ovviamente ora che lo rivedo dico ‘Sei stato bravo, dai!’”. 

L'arrivo di Lippi

Il focus si sposta su Marcello Lippi, allenatore di quella Juventus. Bruno Longhi: “Quando la Juve scelse Lippi io dissi ‘Prendere un allenatore giovane dopo Trapattoni, che ha fatto quello che ha fatto, che impronta potrà dare?’. Rimasti un pochi incredulo: avevo visto come giocavano le sue squadre come Atalanta, Napoli e Cesena. Alla Juve andava via Trapattoni, un monumento, e arrivava un Lippi 46enne. Per cui avevo dubbi potesse mettere un marchio diverso di quella che era la juventinità”.

Salto all’indietro, ad un’intervista rilasciata da Lippi: “Ho avuto la sensazione di non essere allenatore della squadra di una città, ma di una Nazione, tanti sono i tifosi. In qualsiasi posto li incontravo e mi dicevano ‘Mister, bisogna vincere perché è troppo tempo che non vinciamo e che soffriamo’. Quest’entusiasmo l’ho ritrovato oggi, nella voglia di festeggiare di tutta questa gente”. Marianella: “Del Piero ha trovato in Lippi un allenatore simpatico, scanzonato, e quindi andava bene con un giovane. Ma anche come dicono in Inghilterra ‘demanding’, cioè un allenatore che al contempo chiedeva tanto”. Pastorin racconta: “L’ho sempre considerato un grande allenatore dal punto di vista tecnico e tattico, ma anche un grande preparatore di teste”.

Il rapporto Lippi-Del Piero

E così altra intervista passata, di Lippi, su Del Piero: “Per me è un ragazzo eccezionale, un ragazzo di una maturità incredibile per i suoi 20 anni: difficilmente ho conosciuto ragazzi di 20 anni così maturi e completi. Parto dall’uomo: senza queste caratteristiche non può diventare neanche un grande calciatore”.

E così si torna al narratore, Del Piero, che parla di Lippi: “Grande Marcello. Lui è stato il nostro condottiero. Quella sua descrizione nasce dalla mia famiglia, dal senso di rispetto per gli altri, dal fatto che ascoltare è meglio che parlare, dal fatto che chiunque ti può dare un consiglio e anche una critica può essere produttiva. Dal fatto che ci può essere uno più bravo di te in qualche parte del mondo. Il tutto fuso nella mia figura di ragazzino, catapultato in un mondo assurdo: già andare da San Vendemiano a Padova per me era come andare a New York. Stiamo parlando di un paesino di 4500 abitanti all’epoca, con Padova che ne aveva 200-250.000 con strade, pullman pubblici, filobus, con gente che non ti guarda quando passi. Al paese è diverso, ti conosci con tutti: la timidezza che hai nell’affrontare certe cose, che già è tua, cresce di più perché dici ‘Boh, sto zitto e ascolto. Qui c’è gente che ha giocato 9-10-15 campionati, che ha vinto campionati e coppe, che ogni giorno è sul giornale per le gesta fatte. Devi solo ascoltare, che già è importantissimo. Ovviamente da quelli giusti devi ascoltare”.

 

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Maniaco delle punizioni

Dopo aver parlato del gol ‘Alla Del Piero’ si passa ad un altro marchio di fabbrica del 10, ovvero le punizioni. Longhi racconta: “Del Piero era un maniaco dei calci di punizione. Prima le calciava a giro, con gli anni si era intestardito di volerle calciare con le 3 dita, schiacciava giù il pallone per far sì che poi scendesse. Me lo diceva Pezzotti, il vice di Lippi, che lui era un maniaco con le punizioni, che le provava e riprovava per mezz’ora dopo l’allenamento, trovando poi un nuovo sistema anche produttivo”. A proposito delle punizioni, Lippi di lui disse: “Come calciatore ha qualità e giocate incredibili, calcia la palla in una maniera… Ogni tanto lo sorprendo sul campo a provare una posizione diversa del piede. Gli domando ‘Hai una posizione diversa del piede per calciare il pallone?’. E lui risponde ‘Ma sì, vorrei provare a mettere il piede in un altro modo’. Una continua evoluzione col cervello: fantasia, creatività del fuoriclasse. E infatti le giocate che fa in campo sono imprevedibili: sorprende tutti i portieri, anche i più bravi”.

Una nuova arma

Del Piero, ascoltando queste vecchie parole di Lippi, afferma: “Mi fa piacere che abbia detto due cose a cui tengo in particolare modo. Ovviamente mi sentivo un giocatore di fantasia, però per me era fondamentale non mollare mai, essere sempre sul pezzo. Se non c’è la fantasia che ti può aiutare fai qualche altra cosa. E poi ricordo questo episodio: cercavo qualcosa di diverso nelle punizioni, non riuscivi a calciarle durante il giorno perché con le 3 partite in una settimana era complicato. Il mister mi vide dopo diversi allenamenti, quando c’erano gli spezzoni giusti, a calciare. E uno di questi giorni, dopo 1 mese e mezzo-2, mi disse ‘Perché tiri da così lontano, cosa stai facendo?’. E io gli spiegai l’idea che avevo maturato all’epoca, tipo come si vedeva nei campionati brasiliani. Lì c’era la punizione battuta a due, uno la alzava e l’altro calciava al volo: tirando al volo era facile dargli quella traiettoria, che scendeva, e io volevo ricrearlo da fermo. Lui mi guardò come a dire ‘Ma che stai dicendo?!’. Così provavo, iniziavo a mettere la palla un pochino più in alto dove c’era più erba, e provavo anche in partita. Capitava che tirassi fuori, in alto, ma da lì a poco sono entrate punizioni. A Bologna la prima, dove la palla ha fatto un effetto strano. Ed è questo il succo, la ricerca continua di qualcosa di nuovo, di diverso: come avere della armi in più da poter usare”.

Un talento straordinario

Il focus torna sul rapporto Lippi-Del Piero, con Longhi esclama: “La Juventus di Lippi ha dato qualcosa di diverso rispetto alla Juve conosciuta negli anni precedenti: pressing forsennato, 3 attaccanti che lavoravano come pazzi. Ravanelli a destra, Vialli in mezzo, Baggio e poi soprattutto Del Piero”. Pastorin racconta: “Lippi ha sempre avuto sempre una grande ammirazione per Del Piero. Sempre per quel doppio aspetto: il professionista che in campo dava il massimo, ma sapendo uscire dal canone”.

Marianella: “Lippi si è trovato per le mani un talento straordinario, ma un talento ancora giovane, da aiutare. Quando tu hai un diamante, il diamante è sempre un filo grezzo: devi soffiarci un attimo sopra, levarci un po’ di polvere. Lui ha reso Del Piero più brillante, più splendente. Aveva tanti talenti Marcello Lippi, e li ha messi al servizio anche di Alex Del Piero”.  Si ritorna nel passato, sempre con l’ex tecnico che parlava del 10: “Oltre a queste caratteristiche di creatività, questo ragazzo, calcisticamente parlando, dà un contributo su cui può contare sempre, su cui un allenatore può fare dei programmi, al di là delle giocate che lui sa fare”.

Le cose vanno guadagnate

Si ritorna nel presente, parola a Del Piero: “Ovvio che una parte importante dei nostri successi è anche l’attitudine che avevamo al gioco offensivo, alla fame di vittorie, ma anche al sacrificio. Su questo non mi sono mai tirato indietro, specie in quell’anno in cui ero giovane, sano e pensavo solamente a giocare a calcio. Niente ti può dire di non correre, è la nostra testa che viene immersa da cose. Ambiente fantastico: dal mister ai compagni, tutti sono stati veramente meravigliosi. Li ho avuti ugualmente a Padova, e sicuramente è una combinazione di cose: dai compagni che sono predisposti ad aiutare un ragazzo giovane, ma anche il giovane deve mettersi nelle condizioni di aiutare e deve essere il primo a fare certe cose. Un sano nonnismo non è male secondo me, perché le cose vanno sudate, guadagnate, vanno imparate. Te le puoi permettere quando le hai dimostrate”.

 

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Tutti pensavano alla Champions

A questo punto del racconto si comincia a sviscerare l’andamento della stagione 1995/96 della squadra bianconera. Un racconto che inizia con un’intervista a Del Piero di quel periodo: “Purtroppo gli altri vincono, non riusciamo ancora a tenere il passo quindi giornata negativa, si stanno allontanando il Milan e le altre squadre”. Condò spiega la trama: “Il campionato è dominato dall’ultimo Milan vincente di Capello. Quel Milan, che vince il campionato 95/96, era molto distante”. Longhi: “Il Milan aveva preso Baggio e Weah in quell’anno, era un Milan forte”. La parola torna a Condò, che spiega: “La Juventus era giustamente concentrata sulla vittoria in Champions League”.

A contestualizzare a questo punto è Del Piero: “Quell’anno è stato un anno decisamente particolare. Nessuno aveva previsto, pensato, impostato la stagione sulla Champions. Ma tutti ci pensavamo! Perché la Champions League la giocavi una volta ogni tanto, a differenza di oggi che anche arrivano quarto o quinti poi la giochi: una volta era diverso. Quindi molti giocatori, non dico che avevano l’ultima possibilità di approcciarsi, ma per molti era nuova. Forse solo Luca (Vialli) aveva giocato fino alla fine, gli altri no. Sì, la Coppa Uefa, però la Champions era la Champions. Quindi secondo me inconsciamente tutti pensavamo a questa grande opportunità, ma ci rifiutavamo di cadere nel tranello. Il Milan quell’anno in campionato si è dimostrato più concentrato, più tosto, noi abbiamo avuto troppe battute d’arresto. Quando in Champions arrivò il sorteggio col Real Madrid nei quarti di finale, quelle due partite hanno assunto un’importanza vitale durante quelle settimane. E una volta passati c’era la semifinale col Nantes, che era sulla carta una squadra abbordabile. E allora dici ‘Ao, aspetta un attimo: qui possiamo arrivare anche alla finale di Roma. E poi quando arrivi a Roma che fai? Un’occasione unica, di conseguenza nel corso della stagione ci sono dei momenti che ti portano a pensare alla Champions invece che al campionato”. 

Il Real Madrid

Si ritorna al 1996, con il calciatore della Juve Giancarlo Marocchi che spiega: “Ora arrivano per noi queste due partite importantissime contro il Real Madrid, che per noi significato tantissimo. Per quello che mi riguarda, visto che sono un po’ la storia recente, c’è questa Coppa dei Campioni, la Champions League, che ha un’importanza enorme per questa società e soprattutto per noi giocatori”. La gara di andata a Madrid terminò 1-0 per il Real, col decisivo di Raul, che a fine partita sentenziò: “Tutto il gruppo era felice pur sapendo che soffriremo tantissimo in Italia. Ma cercheremo di andare a vincere anche lì, perché credo che oggi abbiamo dimostrato di essere superiori alla Juventus”.

Così invece parlò Lippi: “Nel primo tempo non abbiamo fatto quello che dovevamo fare, quello che sapevamo di dover fare. Quanto poteva contare Vialli? Lasciamo perdere, c’è poca fantasia in queste domande”.  Il Del Piero del presente racconta: “Il mio alter ego Raul ci punisce a Madrid. Giocare per la prima volta al Bernabeu è tosta: è un muro umano, diritto rispetto agli altri stadi, lo senti, senti il fiato della gente. Fu complicato, ma avevamo una sicurezza in noi quell’anno che era incredibile”.

La partita più bella

E così si arriva al match di ritorno, a Torino: Del Piero pareggia i conti con una splendida punizione che passa in mezzo alla barriera, nella ripresa Padovano sigla la rete del 2-0 che vale l’accesso alle semifinali. Del Piero: “E’ stata la consacrazione di una squadra che ha fatto quello che abitualmente faceva il Real Madrid, che ribaltava le partite in casa. Essere riusciti a far gol subito nel primo tempo ci ha dato subito convinzione di essere sulla strada giusta. Eravamo un tutt’uno: stadio pieno, il Delle Alpi era raro vederlo pieno per varie ragioni. Quando facevo venire la mia famiglia dovevo usare il binocolo per guardarli in tribuna dal campo, perché era lontano. Ma stadio pieno e un entusiasmo, una forza che la senti arrivare da ogni angolo: la cosa bella di quella squadra è che tutti ci credevamo. Giocatori, staff, dirigenti, magazzinieri, dottori, tifosi: tutti! E penso che anche chi è venuto a lavorare come polizia o altro, ovviamente da tifosi juventini, era lì con una carica speciale. Quindi al 2-0 di Padovano si è concretizzato il sogno, con gli ultimi momenti davvero vibranti perché loro hanno avuto un paio di occasioni per farci gol, dove noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Partita storica di quella Champions, e forse anche la più bella”. 

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Che figata di anno!”: così esordisce Alessandro Del Piero all’inizio della prima puntata di “1996, L’anno di Del Piero”, uno speciale realizzato da SkySport sull’annata vissuta da Pinturicchio e dalla Juventus. Un anno magico, in cui il 10 si consacrò, dopo aver ricevuto la pesante eredità lasciata da Roberto Baggio. Un racconto che viene sviscerato consultando interviste di archivio, con aneddoti dei giornalisti che hanno seguito la nascita di Del Piero come stella del calcio italiano e mondiale. E un narratore al centro dello studio, lo stesso Alex. 

1996, lo speciale su Del Piero

Massimo Marianella, telecronista della finale Intercontinentale del 1996 tra la Juve e il River Plate, racconta dell'inizio di Del Piero a Torino. Un'esperienza cominciata potendo apprendere da un numero 1 come Roberto Baggio: “Non poteva Del Piero avere una cattedra migliore che abbeverarsi alla fonte di Baggio. Perché Baggio è stato uno dei giocatori più straordinari della storia del calcio secondo me”. Darwin Pastorin, giornalista ed inviato della Juve per Tuttosport nel 1996: “Roberto Baggio è il numero 10 imprevedibile, numero 10 che come i poeti ermetici non lo puoi spiegare”. A questo punto viene mostrata una intervista a Del Piero di quell’anno, chiedendogli se si allena molto sui calci piazzati e se Baggio gli insegna qualcosa in merito: “Lui le fa vedere, poi… Le calcia in un modo fantastica. Io, come altri miei compagni, ci alleniamo su tante cose e proviamo ad emularlo”.

Marianella: “Il fatto che Del Piero potesse respirare quella grandezza, quella capacità di essere campione senza eccessi ha reso Del Piero… Del Piero!”. Ancora un estratto di Del Piero sul Divin Codino, di un’altra intervista dell'epoca: “Quanto si impara a giocare con Baggio? Si impara sempre. Si impara perché lui, nel momento in cui è in condizione, diventa il più forte giocatore al mondo”.

Il rapporto con Baggio

Dal passato al presente, le immagini tornano sull’Alex di oggi: “Per me era un punto di riferimento come lo erano altri calciatori per altre caratteristiche. Ad esempio Gianluca Vialli per il suo carisma e il suo essere attaccante. Ovviamente io mi rivedevo più in Roberto perché è un ruolo che mi piaceva di più: il sogno del numero 10 era quello: era partito con Platini prima, con Zico e Maradona tutti in Serie A nella mia infanzia, è il plus che avevamo in quegli anni. La vicinanza della nostra terra di origine (entrambi veneti, ndr) ci ha consentito di esprimerci in dialetto quando eravamo da soli, sempre. Lui mi ha sempre trattato da adulto, come tutti i ragazzi in quella Juventus: mi hanno sempre trattato da adulto, ma proteggendomi da ragazzo".

E ancora: "Questo è stato stupendo: per me, catapultato a 18 anni senza aver mai lasciato il Veneto e ritrovarmi nella squadra più blasonata d’Italia, con un campione di questo genere, io che ero un ragazzino della campagna che doveva confrontarsi con responsabilità molto grandi, più di quello che uno può immaginare. Il mondo Juve è molto più importante di quello che poi si legge, si sente o si dice. Solamente vivendolo riesci a capire la grandezza e la responsabilità che ci sono dietro a questa squadra. Quindi devo dire che sono stati attimi di familiarità per me: parlare in dialetto con il mio compagno… Succedeva anche con qualche compagno della Primavera dove andavo a giocare delle volte, per me era sentire casa: a 18 anni da solo a Torino era un po’ così, non semplice”.

Da Lippi a Conte

Altro salto temporale all’indietro, intervista a Marcello Lippi, tecnico della Juventus, in cui gli viene ricordato come nell’estate precedente avesse detto di non volere una squadra Baggio Dipendente: “L’ho detto perché nel caso in cui Baggio fosse stato male, nessuno si sarebbe messo le mani nei capelli”. Altra intervista passata, stavolta dell’ex centrocampista bianconero Antonio Conte: “Penso che tutti vorrebbero avere il problema che abbiamo noi, quello dell’inserimento di Baggio. Perché Baggio secondo me è il calciatore italiano, il talento, più forte che possa esprimersi”.

Si torna al presente, a raccontare cosa stesse succedendo in quel momento il giornalista Paolo Condò: “Marcello Lippi comincia, anche dal punto di vista dialettico, a congedare Roberto Baggio. Il suo lavoro era indirizzato a dirimere la questione del doppio campione, del doppio grande campione, con il numero 10”. Ancora un passo all’indietro, ancora una intervista. A Del Piero viene chiesto quanto pesasse, senza Baggio, la maglia numero 10 in vista di una sfida importante: “Non è che pesa più delle altre. Sappiamo l’importanza della squadra, pesa per quello”.

L'addio di Baggio

Nuovo balzo temporale in avanti, stavolta a raccontare è il giornalista e telecronista Bruno Longhi: “Io fui complice di una sparata di Roberto Baggio. Intervista piatta, a un certo punto lui disse ‘C’è qualcuno fuori, lontano da qui, che mi stima e che mi vuole a differenza di quello che sta accadendo qui’. Chiaramente capimmo tutti che la Juventus aveva virato in un’altra direzione”. La parola torna a Condò: “Ci si rende conto rapidamente che c’è un nuovo sceriffo in città”. Si ritorna proprio a quel periodo, ancora con un’intervista realizzata a Del Piero: “I miei successi in qualche modo potevano togliergli un po’ di luce”.

Si ritorna al ‘Pinturicchio’ del presente: “Sì, quello che è stato l’ultimo anno di Roberto è stato un anno molto travagliato. Non ero neanche molto coinvolto in quella discussione rispetto a come poi lo sono stato alla fine. Alla fine, dopo un campionato dove ho giocato spesso titolare anche a causa di altre situazioni, allora lì si è detto ‘Ma sì, c’è anche il ragazzino, c’è anche Del Piero’. Le cause iniziali erano diverse, penso non sia stato semplice per lui lasciar la Juve, anche perché voleva tanto aver successo con la Juve. Ma aver vinto il campionato insieme, aver vinto lo Scudetto dopo tanto… Roby è Roby, indipendentemente da Juve, Milan, Inter o chicchessia: quello che ha fatto nel calcio italiano e che ha continuato fare brilla di luce propria”.

 

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Del Piero, il 1996 Juve: “Il nuovo sceriffo in città, l’urlo di Lippi e… nessuno lo aveva previsto”
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La maglia numero 10
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La griffe Del Piero
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Maniaco delle punizioni
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Tutti pensavano alla Champions