TORINO - No, non è il Napoli del terzo scudetto. Manca ancora qualcosa per completare l’opera. Perché ai tempi Luciano Spalletti viveva una sensazione per ora solo accarezzata: ogni volta che superava la metacampo la sua creatura dava costantemente la sensazione di poter segnare da un momento all’altro. La Juve no. C’è ancora un tassello da completare: manca la cattiveria per indirizzare le partite. Per mettere un sigillo già nel primo tempo. Quello che è mancato contro il Lecce, quello che col Sassuolo è arrivato nell’azione meno pericolosa di tutte con il fortuito autogol di Muharemovic. Spalletti finora aveva inciso su vari aspetti. Innanzitutto sotto il profilo psicologico: responsabilità e protezione, carezze e bastonate, avvisi ai naviganti, ma anche coccole diffuse.
David, capolavoro Spalletti
Il capolavoro con Jonathan David, risollevato a poco più di 48 ore dallo sciagurato rigore calciato contro il Lecce, è un chiaro esempio di quanto abbia dato priorità alla testa. Poi ha insistito sulla ricerca del controllo del pallone. Lavorando tantissimo sul fraseggio, su un possesso palla finalizzato ad una maggiore pericolosità: la crescita di Locatelli e Thuram si tocca con mano. Adesso nella rivoluzione bianconera ha aggiunto un altro particolare. Non proprio un dettaglio: il passaggio al 4-2-3-1. Immaginato, pensato, pianificato, ma perennemente rimandato a data da destinarsi. Per mancanza di risorse a disposizione: prima di effettuare questo scatto ha atteso il miglior Bremer. O comunque una versione sufficientemente affidabile e in condizioni fisiche buone.
