Zoff: "Stimo Yildiz anche come uomo: va blindato. Critiche a Di Gregorio? Alla Juve è normale"

La leggenda azzurra celebra il talento turco: "È la ciliegina sulla torta di un gruppo forte. Spalletti ha riportato la squadra sulla retta via. Scudetto? Si può fare"

TORINO - La telefonata si apre con semplicità, tra gli eccessi delle feste natalizie e l’imprevedibilità del nostro campionato. Il file rouge sta tutto nel suo modo di fare, inconfondibile: equilibrio, misura e rigore prima di tutto. Anche nelle parole. Forse è anche per questo che Dino Zoff, al di là delle gioie che ci ha regalato tra trofei e successi memorabili, occupa tuttora uno spazio speciale nei cuori dei tifosi di tutto il mondo. "Mi arrivano ogni settimana lettere da ogni dove - racconta la leggenda bianconera -. Fotografie, soprattutto, da autografare e rispedire indietro. Non so spiegarmi il perché. Probabilmente mi sono comportato sempre bene. Sono stato semplicemente me stesso".

E ai suoi nipoti, che non hanno mai avuto modo di vederla in campo dal vivo, cosa racconta di Dino Zoff? "Mi chiedono spesso della parata sul colpo di testa di Oscar all’ultimo minuto di Italia-Brasile. Ripenso al terrore che provai in quegli attimi. Temevo che l’arbitro avesse visto la palla entrare. L’ho schiacciata lì sulla linea e non ho fatto nessun altro movimento".

Ha mai sognato quel momento all’inversa? La palla che entra, e l’arbitro che assegna il gol al Brasile… "Ora non più, ma non le nascondo che negli anni successivi mi è capitato più e più volte. Poi, però, riaprivo gli occhi e tiravo un sospiro di sollievo".

Quando si parla con grandi campioni come lei ci si sofferma sempre sui successi, sulle gioie. Ma c’è qualcosa che il calcio le ha tolto nel corso della sua vita? "Assolutamente nulla. Ho sempre vissuto lo sport in maniera viscerale, con passione. E le passioni non ti privano di niente, semmai arricchiscono la tua vita".

Però impongono sacrifici… "Non li definirei così: spendersi per fare ciò che si ama per me è sempre stato solo un piacere".

Zoff sul ruolo del portiere

C’è stato un episodio che l’ha spinta a diventare un portiere? "In realtà no. Ho iniziato a giocare tra i pali a 4 anni. Nessuno mi ci ha messo. È stata una cosa naturale. Parliamo di un ruolo particolare: il portiere, per definizione, è diverso per una questione di responsabilità. È più solo rispetto ai suoi compagni. Ma a me andava bene".

Eppure da ragazzino non era un gigante… "Vero, sono cresciuto tanto nel corso dell’adolescenza, a 16 anni. Merito delle uova di mia nonna. Me ne preparava almeno tre al giorno".

E dei suoi genitori che mi dice? Che ruolo hanno avuto nella sua crescita come uomo e come calciatore? "Mi hanno educato con una ricetta semplicissima: quando si fa una cosa la si deve fare bene, senza se e senza ma. Nel calcio come nella vita".

Cosa cercava negli occhi di suo padre dopo le partite? Approvazione, orgoglio? "Non saprei. Avevo solo il timore di non aver fatto abbastanza".

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Zoff e il legame con Tuttosport

Lo scorso luglio il nostro giornale ha compiuto 80 anni. Suo padre lo leggeva? Qual è il primo ricordo che ha di Tuttosport? "A Mariano leggevamo “Lo Sport illustrato”. A Udine ho iniziato poi a sfogliare i primi quotidiani sportivi, ma Tuttosport, ovviamente, mi fa tornare ai miei anni alla Juventus".

Cosa catturava di più la sua attenzione? "Le pagelle: non mi trovavo quasi mai d’accordo con i voti (ride ndr)".

Nel corso della sua carriera ha attraversato diverse epoche del calcio. Oggi quando sin siede davanti alla tv si diverte ancora come un tempo? "Purtroppo no, a essere sincero. Il calcio moderno è esasperato da una fiscalità arbitrale che non mi piace per nulla. Troppi fischi su mezzi interventucci, interruzioni… Quando vedo certe sceneggiate o simulazioni mi viene solo rabbia".

Zoff dice la sua sul Var

Del Var che ne pensa? Negli ultimi giorni abbiamo assistito a episodi contraddittori… "Ma in realtà a me non hanno sorpreso per nulla: è tutto in linea con questa filosofia di cui parlavo prima".

C’è chi dice che con il Var lo status arbitrale sia scomparso del tutto. Ogni settimana vediamo sempre più direttori azzeccare in tempo reale delle scelte per poi sconfessarsi un attimo dopo davanti al monitor. "Per me la tecnologia dovrebbe essere determinante per i fatti eclatanti e inoppugnabili. Vale a dire: gol o non gol, fuorigioco… Se interviene sempre diventa un caos, e allora assistiamo di domenica in domenica a rigori dati e non dati, ecc ecc… Ma ormai mi sono rassegnato".

Ha lasciato il calcio da giovane, a 62 anni, dopo l’esperienza in panchina con la Fiorentina. Posso chiederle il perché? C’entra in parte la deriva che ha preso il calcio? Sentiva di non appartenere più a quel mondo? "In realtà no, ho sempre combattuto per difendere le mie idee. Semplicemente ritenevo che dopo 20 anni di calcio giocato e diversi in panchina quel capitolo della mia vita si fosse chiuso da sé".

A proposito di Fiorentina: che effetto le fa vedere una piazza simile in questa situazione? Se lo aspettava? "Mi spiace moltissimo, ovviamente, ma nello sport può capitare. Io, tra l’altro, quando fui chiamato alla Viola fu proprio per salvarla e alla fine ci sono riuscito. Penso che questi ragazzi con Vanoli abbiano tutte le carte in regola per fare altrettanto. Staremo a vedere".

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Zoff sulla Juve di Spalletti

Che mi dice invece dei suoi anni alla Juventus? C’è stato un momento in cui ha capito che in quel club albergava una cultura del lavoro differente? Tardelli racconta spesso delle collanine che gli fece togliere Boniperti al primo colloquio… "Per me è stato più facile, non portavo gioielli addosso (ride ndr.). È chiaro che le grandi squadre ti mettano più pressione. Ma la Juve non ha cambiato il mio modo di essere. Mi ci trovavo bene perché ero un lavoratore serio e ambizioso. Poi avevamo un gruppo meraviglioso, ben allenato e conscio di quelli he erano i doveri e le responsabilità".

Che idea si è fatto sulla Juve di Spalletti? "Luciano ha riportato la squadra sulla retta via. Con lui i bianconeri sono tornati in corsa per un piazzamento in Champions, che è il minimo per la storia di quel club. E penso che ci riusciranno".

In cosa la vede diversa, al di là dei risultati? "Da fuori è difficile dirlo con precisione, ma mi pare che abbia trovato la quadra a livello tattico. Sono più spigliati".

Lo scudetto per come stanno le cose è utopia? "Vedo l’Inter favorita, ma Spalletti ha a disposizione una squadra competitiva che lotterà fino alla fine. Nulla è impossibile: possono iscriversi alla corsa per il titolo".

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Zoff incensa Yildiz

Nella sua carriera ha avuto modo di condividere il campo con grandissimi numeri 10. Cosa ne pensa di Kenan Yildiz? "Ecco, il turco è la ciliegina sulla torta di un gruppo forte. Di lui mi piace tutto. Non solo l’estro, la fantasia, i gesti tecnici: stimo l’uomo che è. Di questi tempi è roba rara…".

Il suo amico ed ex compagno Michel Platini di recente ne ha parlato benissimo. "Vorrei ben vedere. Mi auguro che la Juve chiuda in fretta il suo rinnovo di contratto".

E di Di Gregorio che ne pensa? Nelle ultime due stagioni le critiche non sono mancate… "Quando sei in un club come la Juventus è normale. Penso sia un buon portiere e che stia facendo la sua parte alla grande. Non ha bisogno dei miei consigli".

A breve, i playoff per i prossimi Mondiali negli Stati Uniti. Pensa che la visceralità e la passione di Gattuso fossero quello di cui aveva bisogno l’Italia? "Lo vedremo. Ma sono molto fiducioso per i Mondiali. Abbiamo qualcosa in più rispetto ai nostri avversari. Saltare un’altra Coppa del Mondo sarebbe una tragedia, non voglio neanche pensarci".

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TORINO - La telefonata si apre con semplicità, tra gli eccessi delle feste natalizie e l’imprevedibilità del nostro campionato. Il file rouge sta tutto nel suo modo di fare, inconfondibile: equilibrio, misura e rigore prima di tutto. Anche nelle parole. Forse è anche per questo che Dino Zoff, al di là delle gioie che ci ha regalato tra trofei e successi memorabili, occupa tuttora uno spazio speciale nei cuori dei tifosi di tutto il mondo. "Mi arrivano ogni settimana lettere da ogni dove - racconta la leggenda bianconera -. Fotografie, soprattutto, da autografare e rispedire indietro. Non so spiegarmi il perché. Probabilmente mi sono comportato sempre bene. Sono stato semplicemente me stesso".

E ai suoi nipoti, che non hanno mai avuto modo di vederla in campo dal vivo, cosa racconta di Dino Zoff? "Mi chiedono spesso della parata sul colpo di testa di Oscar all’ultimo minuto di Italia-Brasile. Ripenso al terrore che provai in quegli attimi. Temevo che l’arbitro avesse visto la palla entrare. L’ho schiacciata lì sulla linea e non ho fatto nessun altro movimento".

Ha mai sognato quel momento all’inversa? La palla che entra, e l’arbitro che assegna il gol al Brasile… "Ora non più, ma non le nascondo che negli anni successivi mi è capitato più e più volte. Poi, però, riaprivo gli occhi e tiravo un sospiro di sollievo".

Quando si parla con grandi campioni come lei ci si sofferma sempre sui successi, sulle gioie. Ma c’è qualcosa che il calcio le ha tolto nel corso della sua vita? "Assolutamente nulla. Ho sempre vissuto lo sport in maniera viscerale, con passione. E le passioni non ti privano di niente, semmai arricchiscono la tua vita".

Però impongono sacrifici… "Non li definirei così: spendersi per fare ciò che si ama per me è sempre stato solo un piacere".

Zoff sul ruolo del portiere

C’è stato un episodio che l’ha spinta a diventare un portiere? "In realtà no. Ho iniziato a giocare tra i pali a 4 anni. Nessuno mi ci ha messo. È stata una cosa naturale. Parliamo di un ruolo particolare: il portiere, per definizione, è diverso per una questione di responsabilità. È più solo rispetto ai suoi compagni. Ma a me andava bene".

Eppure da ragazzino non era un gigante… "Vero, sono cresciuto tanto nel corso dell’adolescenza, a 16 anni. Merito delle uova di mia nonna. Me ne preparava almeno tre al giorno".

E dei suoi genitori che mi dice? Che ruolo hanno avuto nella sua crescita come uomo e come calciatore? "Mi hanno educato con una ricetta semplicissima: quando si fa una cosa la si deve fare bene, senza se e senza ma. Nel calcio come nella vita".

Cosa cercava negli occhi di suo padre dopo le partite? Approvazione, orgoglio? "Non saprei. Avevo solo il timore di non aver fatto abbastanza".

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