Bonucci: "Conte ci ha fatto capire la Juve, se pareggia non dorme. Come creò la BBC in due giorni"

L'ex bianconero ripercorre diverse tappe della sua carriera, dall'esordio agli anni vissuti da leader a Torino: "Lasciare per il Milan? In quel momento lì..."

A tutto Leonardo Bonucci. A "Storie di Serie A", sul canale YouTube proprio della Serie A, l'ex difensore si è raccontato in una lunga intervista. Il suo percorso attuale, da membro dello staff dell'Italia di Gattuso, e i sogni futuri per la sua carriera da allenatore. Ma ovviamente anche tanto passato: gli inizi, la Juventus, Conte, i tanti successi targati BBC ma anche i momenti di difficoltà, il suo rapporto con la Nazionale e quello con l'indimenticato e indimenticabile Gianluca Vialli. Una chiacchierata a 360° tra anedotti e curiosità.

Gli esempi Peruzzi e Del Piero

L'intervista di Bonucci inizia con una domanda: come si vede nel 2036? "Io tra dieci anni vorrei stare in giacca e cravatta al di là della linea in una grande squadra o in Nazionale, sicuramente in questi 10 anni ci sarà tanto da lavorare ma anche tanto da vincere". Dal futuro si fa un lungo balzo temporale all'indietro, ai suoi inizi: "Il calcio è sempre stato parte della mia vita, prima dal corridoio della cameretta con mio fratello, poi dalle scale della palazzina dove vivevamo, per strada e infine nell'oratorio di Pianoscarano. Da lì è nato questo amore trasmesso da mio padre e da mio fratello".

"Da bambino non mi ricordo se sognassi o meno di diventare un calciatore -racconta- ma sicuramente l'ispirazione ce l'avevo vicino casa: Angelo Peruzzi, che per noi viterbesi è sempre stato un esempio da emulare. Da piccolo quando sotto Natale le squadre dilettantistiche organizzavano degli incontri con Angelo io cercavo sempre di esserci per stringerli la mano. Avevo anche una foto con lui, assieme al poster di Del Piero, in cameretta". Bonucci ha cominciato da portiere, poiché giocava con i più grandi che decidevano di metterlo sempre in porta. Successivamente "ho iniziato da difensore, per poi passare a centrocampista, esterno, attaccante e infine a 16 anni alla Viterbese di nuovo difensore".

Gli anni di gavetta

"Diciamo - spiega Bonucci - che ho fatto tutti i ruoli possibili. Ho giocato tanti anni da play davanti alla difesa e infatti la visione di gioco e il tocco di palla mi sono rimasti anche quando ho cominciato a fare il centrale e tutto ciò mi ha permesso di essere un difensore diverso da quelli che mi hanno accompagnato all'inizio della mia carriera". Il salto da Viterbo all'Inter, nel settore giovanile nerazzurro: "Non è stato troppo difficile per me lasciare casa perché comunque era necessario per seguire il sogno che avevo. Forse lo è stato di più per mia mamma: i miei genitori erano dipendenti e quindi non potevano venirmi a trovare quando volevano. Ai tempi erano appena usciti i primi telefoni con la videochiamata e quello un po' ha aiutato. Al di là dei momenti di sconforto iniziali, avevo ben chiaro il mio obiettivo, passare da Viterbo a Milano è stato sì traumatico, ma mai al punto di farmi pensare di mollare".

Anni di gavetta, che si sono rivelati fondamentali: "Io ringrazio quei passaggi -dice riferendosi a Treviso, Pisa- perché comunque mi hanno fatto affacciare al calcio professionistico: fino a quel momento avevo giocato solamente nelle giovanili dell'Inter, una presenza in Serie A e un paio in Coppa Italia con Mancini. Quelle esperienze mi hanno permesso di andare a misurarmi con il professionismo vero. La B mi ha permesso di crescere moltissimo sia a livello umano che a livello tattico: a 19 anni mi allenavo con ragazzi di 36 anni e in quel momento essere giovane in un gruppo di esperti non era così facile come adesso. Dovevi filare dritto, dovevi avere una mentalità forte e una grande disciplina".

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

L'esplosione a Bari

Un percorso formativo per l'ex difensore: "Devo dire che ho apprezzato tantissimo quegli anni perché mi hanno formato ancora di più il carattere e poi perché a Pisa ho conosciuto Ventura che è stato un allenatore che ha avuto un ruolo molto significativo nella mia carriera". Dalle stagioni di formazione alla vera e propria esplosione, a Bari: "All'inizio di quella stagione avevamo tanto scetticismo attorno ma il ruolo di mister Ventura e quello che ci ha insegnato è stato molto importante. All'esordio giocammo subito a San Siro contro l'Inter del Triplete e facemmo una grande partita. Quell'anno ricordo che ne giocai 38 su 38: per me è stato un grande salto di carriera".

Il trasferimento alla Juve

Un grande salto nella sua carriera, che infatti portò all'interessamento della Juve nei suoi confronti, approdando così a Torino: "Nel periodo del trasferimento vivevo un sogno ad occhi aperti: avevo terminato il Mondiale in Sudafrica dove non avevo messo piede in campo e allora chiesi di arrivare qualche giorno prima a Torino per ambientarmi in modo da essere subito in condizione. Arrivare lì e vedere quel tipo di organizzazione e migliaia di tifosi in ritiro a sostenere la squadra mi sembrava un sogno. Passare dal Bari alla Juve è stato un salto importante ma ho avuto la fortuna di ambientarmi subito nello spogliatoio e di entrare presto in sintonia con i senatori, con il mister e con la dirigenza. Anche se fu un anno complicato a livello di risultati, a me ha dato delle risposte importanti per restare in bianconero e giocarmi le mie carte l'anno successivo, il primo di Conte".

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"Conte ci ha fatto capire..."

Bonucci alla Juve, così come poi in Nazionale, è riuscito a diventare uno dei leader dello spogliatoio: "Penso che sia una parte del carattere, non è una qualità che si trova in giro. Nel corso degli anni impari tante cose dai punti di riferimento che incontri nello spogliatoio poi provi a farle tue e anche a modellarle a seconda della tua personalità. E' un lavoro sicuramente difficile, devi capire quali sono le cose giuste da apprendere. Io in questo senso sono stato fortunato perché alla Juve ho avuto due modelli, Buffon e Del Piero: diversi tra di loro ma che erano le incarnazioni perfette di cosa significa essere un leader. Anche Conte in quanto a leadership non è secondo a nessuno: quando è arrivato ha stravolto la mentalità di tutti. Ero arrivato in una Juve reduce da due settimi posti e prima ancora dalla Serie B, con Conte abbiamo capito cosa vuol dire essere Juventus e vincere con la Juve: ci ha trasmesso una mentalità ben precisa dove come dice la famosa frase vincere è l'unica cosa che conta. Il mister ne è l'esempio perfetto: ancora oggi per un pareggio non ci dorme due notti".

L'esplosione della (B)BBC

Alla Juve, e successivamente in Nazionale, si impose la BBC con Barzagli e Chiellini, un'idea venuta proprio a Conte: "La prima partita che abbiamo giocato tutti insieme è stata un po' una sorpresa per noi. Avevamo giocato pochi giorni prima e andavamo a Napoli con il 3-5-2 ideato dal mister in appena due giorni. Successivamente, a mano a mano che continuavamo a scendere in campo insieme, tra di noi si sono creati sempre più automatismi. Io arrivavo da mesi dove avevo giocato poco e di colpo mi sono ritrovato titolare in una partita così importante e in un ruolo nuovo - avevo sempre giocato a 4 o terzino - e quella fu una scoperta incredibile del mister ma questo ti fa capire la sua attenzione ai dettagli per far rendere al meglio la squadra". Quella scelta di Conte fece poi la fortuna della Juventus e dell'Italia. Senza dimenticare chi c'era in porta, ovvero Buffon, che portò spesso a parlare di BBBC più che di BBC: "Lì è nata la nostra fortuna, poi va detto che dietro di noi c'era il portiere più forte del mondo. Ci sentiamo spesso, abbiamo addirittura un gruppo Whatsapp chiamato 'I Fantastici 4'".

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"Abbiamo segnato un'era"

Bonucci prosegue nel racconto: "A parte Gigi che era già il numero uno noi tre ci siamo un po' completati a vicenda: quello che mancava a uno veniva compensato dall'altro, ci siamo studiati a vicenda conoscendoci anche fuori dal campo e questo ci ha aiutato tantissimo nella carriera come si è visto dai risultati. Abbiamo sicuramente segnato un'era". A proposito dei trofei conquistati in bianconeri, Bonucci spiega: "Al di là degli scudetti che rimangono nella bacheca penso sia stato importante l'inizio. La vittoria dello scudetto a Trieste ci ha lasciato dentro tante emozioni, quel genere di emozioni che vuoi continuare a vivere. Abbiamo sempre pensato che non bastasse mai, ogni volta che vincevamo volevamo vincere di più. Questa è una cosa che ci ha trasmesso Conte e che noi abbiamo fatto nostra e poi abbiamo cercato di tramandare alle nuove generazioni".

I momenti di difficoltà

Non tutte le fasi della carriera sono però state facili, tanto da decidere di affidarsi ad un mental coach: "Ho iniziato questo percorso nel 2008, al tempo non era una cosa così comune. Alle volte ho ricevuto critiche ma sono contento che adesso sia visto come un valore aggiunto per tanti atleti: la testa ti aiuta ancor prima delle gambe e se hai la testa libera si performa meglio. E' stato un percorso che mi ha aiutato molto: farsi aiutare non dev'essere visto come una vergogna ma come un valore aggiunto. Ho attraversato momenti difficili sia a livello di carriera sia a livello familiare ma non ho mai perso di vista l'obiettivo che nel caso di mio figlio era la sua salute, ero sicuro sarebbe guarito. Poi una volta finito quel momento devi lavorare sul dramma che hai vissuto: io e mia moglie ci abbiamo lavorato molto sia con psicologi sia con mental coach. Questo va a creare un legame molto più forte e ti aiuta sia sul lavoro che nella vita privata. Ricordo che avevo abbandonato il pensiero del calcio per tre settimane ma poi l'evolversi e il miglioramento della situazione mi ha permesso di tornare a fare il mio lavoro".

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Il Milan e l'esclusione dal Mondiale

Tra i momenti non semplici da gestire anche il trasferimento dalla Juve al Milan, durato appena un anno: "In quel momento per me era giusto lasciare il posto che consideravo casa, ovvero la Juve. Non è stato certo facile ma senza quella decisione non sarei l'uomo che sono oggi e non avrei incontrato una persona così importante come Gattuso. Nelle scelte che ho fatto io ho sempre cercato di portare le soluzioni mai problemi". Una delle situazioni più difficili da gestire fa capo all'esclusione dal Mondiale nel 2018, con l'Italia estromessa dopo lo scontro con la Svezia: "Nello spogliatoio non riuscivamo nemmeno a guardarci in faccia, è stato un momento difficile ma come sempre le cose che ti deludono maggiormente sono quelle che poi ti aiutano ad andarti a prendere delle rivincite. Da quel momento infatti abbiamo reagito e abbiamo conquistato l'Europeo dopo 60 anni".

Il rapporto con la Nazionale

Eppure il capitolo della maglia azzurra merita ampio spazio, perché fatto di cadute ma anche di momenti indelebili, tra cui ovviamente il successo dell'Europeo: "Quello con la Nazionale è stato un rapporto viscerale, essere lì e indossare quella maglia per me è sempre stato un motivo di grande orgoglio, responsabilità, attaccamento e voglia. Sono state 121 bellissime presenze culminate con la vittoria dell'Europeo, mi manca soltanto la parte relativa ai Mondiali: ho giocato infatti solo una partita ad un campionato del mondo, è un po' il rammarico della mia carriera. Giocare un Mondiale è diverso, ha vibrazioni e pressioni diverse, però a parte questo se all'inizio della mia carriera mi avessero detto che sarei stato il quarto azzurro per presenze non ci avrei mai creduto. Nessuno mi ha mai regalato nulla, tutto quello che ho ottenuto me lo sono andato a prendere con i denti nonostante i tanti detrattori che mi dicevano che non ero all'altezza. Ogni giorno avevo qualcosa da dimostrare, ogni giorno dovevo rispondere a qualcuno di loro e questo mi ha tenuto acceso, una volta che non ho avuto più quella fiamma dentro ho messo un punto alla mia carriera nel modo giusto e sono contento di averlo fatto. Ora sono pieno di quella vita e pronto a cominciarne un'altra".

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Il ricordo di Vialli

Si parla di Italia e si parla, ovviamente, di Gianluca Vialli: "Lui c'è sempre, chi non ha avuto la fortuna di incontrarlo non può capire l'immensità e lo spessore della persona che era al di là del ruolo in campo. Quando passava lui sentivi proprio l'energia che cambiava: era un grande esempio anche se di poche parole, ma quei discorsi che faceva ti lasciavano tanto dentro. Ricordo che la mattina dopo la sconfitta con la Macedonia eravamo seduti insieme a Coverciano, lui si era allenato nonostante quello che stava passando e mi disse: 'Tu che sei uno dei più vecchi qui devi essere da esempio e far ripartire subito questa macchina'. Faceva sempre il paragone con quello che stava passando e diceva che nonostante il suo tempo fosse ancora poco, lui viveva ogni giorno come se dovesse viverne 100. Mi fece capire che la cosa che dovevamo fare era prendere e ripartire già dalla partita con la Turchia pochi giorni dopo, anche se di fatto era un'amichevole, non c'era tempo per aspettare. Questo ti fa capire lo spessore della persona".

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A tutto Leonardo Bonucci. A "Storie di Serie A", sul canale YouTube proprio della Serie A, l'ex difensore si è raccontato in una lunga intervista. Il suo percorso attuale, da membro dello staff dell'Italia di Gattuso, e i sogni futuri per la sua carriera da allenatore. Ma ovviamente anche tanto passato: gli inizi, la Juventus, Conte, i tanti successi targati BBC ma anche i momenti di difficoltà, il suo rapporto con la Nazionale e quello con l'indimenticato e indimenticabile Gianluca Vialli. Una chiacchierata a 360° tra anedotti e curiosità.

Gli esempi Peruzzi e Del Piero

L'intervista di Bonucci inizia con una domanda: come si vede nel 2036? "Io tra dieci anni vorrei stare in giacca e cravatta al di là della linea in una grande squadra o in Nazionale, sicuramente in questi 10 anni ci sarà tanto da lavorare ma anche tanto da vincere". Dal futuro si fa un lungo balzo temporale all'indietro, ai suoi inizi: "Il calcio è sempre stato parte della mia vita, prima dal corridoio della cameretta con mio fratello, poi dalle scale della palazzina dove vivevamo, per strada e infine nell'oratorio di Pianoscarano. Da lì è nato questo amore trasmesso da mio padre e da mio fratello".

"Da bambino non mi ricordo se sognassi o meno di diventare un calciatore -racconta- ma sicuramente l'ispirazione ce l'avevo vicino casa: Angelo Peruzzi, che per noi viterbesi è sempre stato un esempio da emulare. Da piccolo quando sotto Natale le squadre dilettantistiche organizzavano degli incontri con Angelo io cercavo sempre di esserci per stringerli la mano. Avevo anche una foto con lui, assieme al poster di Del Piero, in cameretta". Bonucci ha cominciato da portiere, poiché giocava con i più grandi che decidevano di metterlo sempre in porta. Successivamente "ho iniziato da difensore, per poi passare a centrocampista, esterno, attaccante e infine a 16 anni alla Viterbese di nuovo difensore".

Gli anni di gavetta

"Diciamo - spiega Bonucci - che ho fatto tutti i ruoli possibili. Ho giocato tanti anni da play davanti alla difesa e infatti la visione di gioco e il tocco di palla mi sono rimasti anche quando ho cominciato a fare il centrale e tutto ciò mi ha permesso di essere un difensore diverso da quelli che mi hanno accompagnato all'inizio della mia carriera". Il salto da Viterbo all'Inter, nel settore giovanile nerazzurro: "Non è stato troppo difficile per me lasciare casa perché comunque era necessario per seguire il sogno che avevo. Forse lo è stato di più per mia mamma: i miei genitori erano dipendenti e quindi non potevano venirmi a trovare quando volevano. Ai tempi erano appena usciti i primi telefoni con la videochiamata e quello un po' ha aiutato. Al di là dei momenti di sconforto iniziali, avevo ben chiaro il mio obiettivo, passare da Viterbo a Milano è stato sì traumatico, ma mai al punto di farmi pensare di mollare".

Anni di gavetta, che si sono rivelati fondamentali: "Io ringrazio quei passaggi -dice riferendosi a Treviso, Pisa- perché comunque mi hanno fatto affacciare al calcio professionistico: fino a quel momento avevo giocato solamente nelle giovanili dell'Inter, una presenza in Serie A e un paio in Coppa Italia con Mancini. Quelle esperienze mi hanno permesso di andare a misurarmi con il professionismo vero. La B mi ha permesso di crescere moltissimo sia a livello umano che a livello tattico: a 19 anni mi allenavo con ragazzi di 36 anni e in quel momento essere giovane in un gruppo di esperti non era così facile come adesso. Dovevi filare dritto, dovevi avere una mentalità forte e una grande disciplina".

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