Juve a nudo, a Cagliari annaspa nel mare di cross: il gioco c'è ma a Spalletti serve un bomber vero

I numeri raccontano quella che non è stata una partita stregata, ma il manifesto di cosa manca ai bianconeri per fare il grande salto

Quante virtù, ha creato Spalletti. Quante ne ha ancora da creare. Però vale pure il vecchio adagio di ogni allenatore: guai a immaginarlo con la bacchetta magica, con il camice bianco da inventore, con conigli in arrivo dal cilindro e con le possibilità di cambiare i destini. No, quelli la Juve deve affrontarli, farli propri. Se arriva un'onda anomala? Surfarla. E mai affrontarla allo stesso modo. Sembrava una lezione imparata e invece Cagliari val bene un esame di coscienza, che certamente riguarderà la squadra, ma che vede pure uno sguardo fisso e diretto in tribuna: c'era la dirigenza, c'erano Ottolini e Chiellini, per cui un'ulteriore prova delle mancanze di questa squadra non serviva mica. Eppure l'hanno avuta. Come uno schiaffo diretto. Doloroso. E però, magari, in grado di svegliare.

Obiettivo Mateta

Non è un caso che la Juve negli ultimi giorni abbia accelerato per un nove vero, addossandosi la possibilità di metterne cinque a libro paga (considerando anche Milik, oltre a Vlahovic): è un bisogno così chiaro da non richiedere appelli, che deve nutrirsi solamente di nomi. O forse di uno soltanto: è Mateta, il prescelto. E ancor prima di Mateta, sono le sue caratteristiche a sposarsi perfettamente con le richieste juventine, esplicitate all'ennesima potenza dall'inespressiva versione di ieri sera. Un dato, più degli altri, fa riflettere: i bianconeri hanno calciato 18 angoli - e 1 per gli avversari -, hanno provato 34 cross (contro i 6 del Cagliari) e hanno fatto 239 passaggi nel terzo di campo avversario. Anche qui: i ragazzi di Pisacane ne hanno totalizzati appena 29.
Nel weekend che torna a inaugurare il dibattito tra giochisti e risultatisti, la Juventus prova a portarsi a casa una consapevolezza che sa tanto di magrissima consolazione: la strada è giusta e lo si può dire addirittura dopo una sconfitta così cocente. Però buttarla dentro non è mai un'opzione. Figuriamoci in un momento cruciale del campionato, nello snodo potenzialmente decisivo per Spalletti e le sue ambizioni, spesso al di là del quarto posto.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Assenza di cinismo

Rimettersi in carreggiata non sarà un'operazione complicata e in virtù di quanto "acchiappato" in queste settimane, ma se c'è un pensiero, solo uno, intercettato dai letterali grattacapi del tecnico a bordocampo, era quello che esprimeva il dolore fisico e mentale per l'incapacità di concludere la mole di gioco, di accompagnare perfettamente l'azione, di non sciogliersi come neve sotto i raggi di sole e neanche con un caldo atroce. Di atroce, semmai, c'è la sensazione che un centravanti vero, uno fisico e strutturato, un Vlahovic e magari pure un Mateta, avrebbero dato orizzonti diversi e più banalmente soluzioni.
Pragmaticamente occasioni. Statisticamente gol. Perché no, non è stata una partita stregata, e nemmeno una maledizione da scontare o quintali di karma in qualche modo da espiare: è stata una signora difesa contro un attacco piccolo. E mai pungente. Mai davvero. Mai totalmente. Che si è aggrappato alle giocate di Yildiz, senza ricavarne il colpo del campione. Che ha provato a stuzzicare Miretti, però dimenticando di quanto gli manchi la «scocca». E la scocca serve, e tantissimo in queste partite. Perché sono quelle in grado di mostrare limiti, di mettere a nudo. Che ti raccontano i passi da compiere per non inciampare più. Il primo: un uomo d'area, per riempirla di possibilità. 

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Quante virtù, ha creato Spalletti. Quante ne ha ancora da creare. Però vale pure il vecchio adagio di ogni allenatore: guai a immaginarlo con la bacchetta magica, con il camice bianco da inventore, con conigli in arrivo dal cilindro e con le possibilità di cambiare i destini. No, quelli la Juve deve affrontarli, farli propri. Se arriva un'onda anomala? Surfarla. E mai affrontarla allo stesso modo. Sembrava una lezione imparata e invece Cagliari val bene un esame di coscienza, che certamente riguarderà la squadra, ma che vede pure uno sguardo fisso e diretto in tribuna: c'era la dirigenza, c'erano Ottolini e Chiellini, per cui un'ulteriore prova delle mancanze di questa squadra non serviva mica. Eppure l'hanno avuta. Come uno schiaffo diretto. Doloroso. E però, magari, in grado di svegliare.

Obiettivo Mateta

Non è un caso che la Juve negli ultimi giorni abbia accelerato per un nove vero, addossandosi la possibilità di metterne cinque a libro paga (considerando anche Milik, oltre a Vlahovic): è un bisogno così chiaro da non richiedere appelli, che deve nutrirsi solamente di nomi. O forse di uno soltanto: è Mateta, il prescelto. E ancor prima di Mateta, sono le sue caratteristiche a sposarsi perfettamente con le richieste juventine, esplicitate all'ennesima potenza dall'inespressiva versione di ieri sera. Un dato, più degli altri, fa riflettere: i bianconeri hanno calciato 18 angoli - e 1 per gli avversari -, hanno provato 34 cross (contro i 6 del Cagliari) e hanno fatto 239 passaggi nel terzo di campo avversario. Anche qui: i ragazzi di Pisacane ne hanno totalizzati appena 29.
Nel weekend che torna a inaugurare il dibattito tra giochisti e risultatisti, la Juventus prova a portarsi a casa una consapevolezza che sa tanto di magrissima consolazione: la strada è giusta e lo si può dire addirittura dopo una sconfitta così cocente. Però buttarla dentro non è mai un'opzione. Figuriamoci in un momento cruciale del campionato, nello snodo potenzialmente decisivo per Spalletti e le sue ambizioni, spesso al di là del quarto posto.

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