La Juve è tornata Juve: ora servono campioni

L'editoriale del direttore Guido Vaciago dopo il 3-0 della squadra di Spalletti al Napoli di Conte

Adesso ha il diritto di chiamarsi Juve senza abusare del nome. Non è la squadra dei nove scudetti, questo no, ma possiede nuovamente uno spirito, una determinazione agonistica, un’identità e una solidità caratteriale tali da riaffermarsi al livello che le compete. Erano diversi anni che ciò non accadeva. La meritata vittoria contro il Napoli (il 3-0 è fotografia fedelissima di quanto visto in campo) suggella un periodo di transizione in cui la Juve è passata dall’essere una confusa e, talvolta anche timida, accozzaglia di giocatori a diventare una squadra di rango. Questo non significa scudetto e non significa neanche quarto posto garantito (che anche per la qualificazione in Champions ce n’è di strada da fare), ma significa che la Juventus può ripartire da qui; da questo periodo, da questo successo, cercato con una feroce, ma lucida, aggressione dell’avversario fin dal primo minuto (altra roba che non si vedeva da un po’). Le vittorie non sono tutte uguali e battere il Napoli in modo così perentorio porta con sé una forte spinta psicoemotiva, visto che negli ultimi anni era spesso finita male per la Juve, a volte anche malissimo.

Il lavoro di Spalletti

Sì, vero, anzi verissimo, ieri si trattava di un Napoli disastrato dalle assenze, ma era pur sempre una creatura di Conte, di quelle che possono fare male anche se ferite. Dopo il Bologna e la Roma, è il terzo scontro diretto che vince Spalletti ed è proprio battendo le dirette concorrenti che si edifica l’autostima agonistica e il carattere collettivo di una squadra. L’impressione, negli ultimi tempi, è di rivedere un gruppo che funziona a ogni livello; certo, i risultati aiutano e lo smalto dell’ottimismo, talvolta, nasconde qualche magagna all’osservatore più felice. E la Juve, questa Juve, ha ancora più di una magagna da risolvere, tuttavia la serie di risultati e la modalità con cui li ha ottenuti, forniscono una base solida su cui iniziare con ottimismo il finale di stagione, proprio in un periodo (la fine di gennaio, l’inizio di febbraio) in cui, nelle scorse stagioni, tutto era già finito e nel peggiore dei modi. Ciò è frutto del lavoro di Luciano Spalletti, che da quando è arrivato ha lavorato per gradi. Ha prima restituito la sicurezza che i singoli giocatori avevano perso nelle tempeste delle ultime stagioni; poi ha dato delle basilari linee di gioco sulle quali appoggiarsi, senza dover mai improvvisare nei momenti di difficoltà; poi ha dato le chiavi della squadra ai giocatori più forti come Yildiz creando una leadership tecnica che ha dato ulteriore consapevolezza alla squadra; infine ha trovato del talento dove neanche i giocatori sapevano di averlo come, giusto per citare alcuni casi, McKennie, Miretti e perfino Kostic, l’ultimo marcatore di ieri pomeriggio.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Il caso En Nesyri

La piattaforma sulla quale costruire il futuro, dunque, è stata costruita. Il futuro della Juve ora dipende dalla qualità e dalla quantità di campioni che la società sarà in grado di inserire nella rosa da qui all’estate. Le ultime ore di trattative non danno segnali confortanti quanto il campo. La Juve non esce benissimo dal caso En Nesyri. È legittimo che il marocchino abbia frenato, non sentendo la fiducia di una società che non voleva impegnarsi nell’acquisto a titolo definitivo, ma solo in un prestito con diritto. Ed è altrettanto legittimo che la Juventus non avesse abbastanza fiducia in En Nesyri per impegnarsi in un riscatto (considerato quanto il budget di mercato è stato impiccato dai riscatti dei flop precedenti). Però, che per scoprire questo intoppo siano serviti quattro giorni di missione a Istanbul, durante i quali - tra l’altro - l’operazione era stata data per chiusa, non è il massimo per l’immagine del club. Se non altro perché il messaggio mediatico che passa è quello della Juventus snobbata da En Nesyri. Bruttino...

Ottima direzione di Mariani

Per carità, sono inciampi di calciomercato capitati anche a club più potenti e prestigiosi, ma chi opera la campagna acquisti bianconera lo fa in uno dei momenti più delicati della storia del club. Dopo anni di tentativi di rilancio falliti, il margine di errore si è assottigliato e, paradossalmente, proprio il grande lavoro di Spalletti alza l’asticella, dando l’impressione che il ritorno di un trofeo possa davvero essere vicino. Un carpe diem calcistico che alza la temperatura in tutto l’ambiente bianconero. Ultima riflessione, visto il timido ma puntigolioso germogliare di polemiche arbitrali. Mariani e il Var Doveri hanno fatto benissimo a non decretare rigori per gli svenimenti di Hojlund, Vergara e Jonathan David, tutti e tre colpiti da calo di zuccheri nel finale di primo tempo (un po’ di maltodestrine in più la prossima volta). Viviamo in Paese con libertà di polemica, per fortuna, e ognuno può pensarla e spiegarla come vuole, ma è calcio, non trasformiamolo in qualcos’altro , per il bene di tutti.

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Adesso ha il diritto di chiamarsi Juve senza abusare del nome. Non è la squadra dei nove scudetti, questo no, ma possiede nuovamente uno spirito, una determinazione agonistica, un’identità e una solidità caratteriale tali da riaffermarsi al livello che le compete. Erano diversi anni che ciò non accadeva. La meritata vittoria contro il Napoli (il 3-0 è fotografia fedelissima di quanto visto in campo) suggella un periodo di transizione in cui la Juve è passata dall’essere una confusa e, talvolta anche timida, accozzaglia di giocatori a diventare una squadra di rango. Questo non significa scudetto e non significa neanche quarto posto garantito (che anche per la qualificazione in Champions ce n’è di strada da fare), ma significa che la Juventus può ripartire da qui; da questo periodo, da questo successo, cercato con una feroce, ma lucida, aggressione dell’avversario fin dal primo minuto (altra roba che non si vedeva da un po’). Le vittorie non sono tutte uguali e battere il Napoli in modo così perentorio porta con sé una forte spinta psicoemotiva, visto che negli ultimi anni era spesso finita male per la Juve, a volte anche malissimo.

Il lavoro di Spalletti

Sì, vero, anzi verissimo, ieri si trattava di un Napoli disastrato dalle assenze, ma era pur sempre una creatura di Conte, di quelle che possono fare male anche se ferite. Dopo il Bologna e la Roma, è il terzo scontro diretto che vince Spalletti ed è proprio battendo le dirette concorrenti che si edifica l’autostima agonistica e il carattere collettivo di una squadra. L’impressione, negli ultimi tempi, è di rivedere un gruppo che funziona a ogni livello; certo, i risultati aiutano e lo smalto dell’ottimismo, talvolta, nasconde qualche magagna all’osservatore più felice. E la Juve, questa Juve, ha ancora più di una magagna da risolvere, tuttavia la serie di risultati e la modalità con cui li ha ottenuti, forniscono una base solida su cui iniziare con ottimismo il finale di stagione, proprio in un periodo (la fine di gennaio, l’inizio di febbraio) in cui, nelle scorse stagioni, tutto era già finito e nel peggiore dei modi. Ciò è frutto del lavoro di Luciano Spalletti, che da quando è arrivato ha lavorato per gradi. Ha prima restituito la sicurezza che i singoli giocatori avevano perso nelle tempeste delle ultime stagioni; poi ha dato delle basilari linee di gioco sulle quali appoggiarsi, senza dover mai improvvisare nei momenti di difficoltà; poi ha dato le chiavi della squadra ai giocatori più forti come Yildiz creando una leadership tecnica che ha dato ulteriore consapevolezza alla squadra; infine ha trovato del talento dove neanche i giocatori sapevano di averlo come, giusto per citare alcuni casi, McKennie, Miretti e perfino Kostic, l’ultimo marcatore di ieri pomeriggio.

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