Dare la colpa a un regolamento, scritto effettivamente male, assolve gli arbitri più o meno quanto gli studenti che si rifugiano nel classico «Prof, ma questo non c’è su libro». Perché, è vero, da una decina d’anni a questa parte, gli scienziati dell’International Board hanno pasticciato il regolamento che neanche la pizza con l’ananas, tuttavia gli arbitri italiani, soprattutto in questa stagione, ci mettono del loro. Anzi “tolgono” del loro: il buon senso. E, nella bufera in cui sono finiti non solo per colpa loro, mancano dell’indispensabile fiducia che richiedere il loro compito. Mai creduto e mai crederò ai complotti o alla malafede, piuttosto alla mancanza di serenità, che è la peggiore nemica di chi deve prendere una decisione in pochi secondi.
Guida, quella serenità che può mancare
E se uno come il napoletano Marco Guida chiede - in modo lecito e comprensibile - di non arbitrare il Napoli proprio perché non sarebbe «sereno», innesca il dubbio che quella stessa serenità d’animo venga meno anche in altre circostanze. È solo un dubbio, ma un importante giurista come Nicolò Zanon, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale ha illustrato un principio illuminante anche per il calcio (lui parlava d’altro, ieri, in un’intervista a Libero): «Agli occhi delle persone, l’apparenza di imparzialità di un giudice ha la stessa importanza della sua imparzialità reale». E, in questo momento, agli occhi della gente (e dei giocatori e degli allenatori) appare tutto molto confuso. E, pur condividendo in pieno il giudizio scatologico di Daniele De Rossi sul regolamento, non penso che sia l’unico problema che abbiamo in Serie A.
