Quindi, riassumiamo: Kalulu, l’unico che non ha combinato niente di male, oggi non può giocare; Bastoni, che ha simulato e poi si è bullato della cosa esultando, oggi gioca regolarmente; La Penna, vittima della sua distrazione, certamente, ma anche della trappola che Bastoni gli ha teso, non arbitrerà nessuna partita per un mesetto e, probabilmente, ha smesso di fischiare ad alto livello per un bel po’. Se, unendo i puntini delle ultime vicende, vi apparirà uno scarabocchio brutto e incomprensibile, non avete sbagliato niente. È il sistema calcio che sta sbagliando tutto (o quasi). C’è qualcosa che non funziona se l’ammissione di colpa di Bastoni e il riconoscimento dell’errore da parte degli arbitri non bastano a sanare un’ingiustizia di tale portata e nessuno, dal presidente federale in giù, sente il bisogno di affacciarsi un attimo a spiegare il perché. Secondo un iter di diritto medievale, la Juve ha, infatti, chiesto la “grazia” al presidente Gabriele Gravina, evidenziando «l’acclarata ingiustizia» che si era perpetrata nei confronti di Kalulu. Ma la grazia non è stata concessa. Nei corridoi federali si sussurra che, altrimenti, si sarebbe creato un precedente e, quindi, decine di richieste di grazia ogni settimana. Il che è quantomeno discutibile, perché quanti, fra i potenziali ricorrenti, potrebbero allegare l’ammissione di colpa del simulatore e l’ammissione dell’errore da parte dell’arbitro? Questi sono due elementi che rendono il caso di Kalulu se non proprio unico, almeno difficilmente ripetibile.
Niente da fare
Ma niente, Gravina ha girato implacabilmente all’ingiù il suo pollice. Così l’ingiustizia continua, il buon senso soffoca. È da sabato scorso che si polemizza sull’argomento: sono volate sciocchezze ad altezza molto bassa e qualche scienziato ha pure lanciato minacce di morte via social, così il nostro campionato ha migliorato la sua immagine all’estero, tra l’altro nella settimana in cui tre italiane su tre prendono sberle in Champions League. Insomma, è passata una settimana dalla disonesta simulazione di Bastoni e dalla sciagurata decisione di Lapenna, ma il calcio italiano nelle sue molteplici componenti non è riuscito a metterci una pezza. Nè il Var con il suo cervellotico protocollo, né il giudice sportivo, né il presidente federale. Tutti hanno visto, tutti hanno capito, tutti concordano nel biasimare, nessuno muove un dito per rimediare a una clamorosa ingiustizia per la quale paga l’unico che non ha commesso niente di irregolare, ma è stato fregato due volte in campo e una fuori. In compenso ci siamo sorbiti prediche infinite sulla simulazione e abbiamo assistito alla demonizzazione di Bastoni, che non è esattamente candidabile al Nobel per la Pace (neppure quello di Infantino), ma - a tratti - è stato trattato come Satana. Perché siamo un Paese senza equilibrio e povero di lungimiranza. La guerra santa contro le simulazioni la combattiamo sui media e a seconda del tifo, invece di punirla seriamente sul campo.
Questione di cultura
Quindici ammonizioni per simulazione sono state comminate in Italia dal 2023-24 a oggi, cioè in due stagioni e mezzo. Lo stesso identico numero di ammonizioni per simulazione è stato comminato in Premier League dall’inizio della stagione in corso. Questione di cultura, senza dubbio: in Inghilterra il simulatore è schifato dai suoi stessi tifosi, qui in Italia si grida “buttati” dagli spalti. Ma è anche l’esempio di come si risolvono i problemi: meno chiacchiere e più fatti. La certezza della pena (e delle sue conseguenze) è un efficace arma per disincentivare i tuffi gratuiti. Il povero La Penna, minacciato e distrutto, si lamentava giustamente dell’inganno di Bastoni, ma quante volte ha estratto il giallo per simulazione negli ultimi due anni e mezzo? Quanto ha fatto, insieme alla sua categoria, per contrastare una pessima abitudine di cui ora paga lui stesso le ripercussioni?
