Pagina 4 | “Firmai sul cofano di un’auto. Massacrati da Ventrone, Ronaldo vergognoso”: Torricelli, il falegname Juve

Moreno Torricelli, quando giocava in Interregionale, guardava la Champions League? «Ma scherziamo? Sono sempre stato appassionato di calcio. Vedevo i miei idoli, i grandi campioni: sono cresciuto così». E le veniva in mente che un giorno l’avrebbe giocata? «Ma sì, sognare non costa niente. Quando sono partito per il militare giocavo nella Caratese. C’era il mio più grande amico, Alfredo, eravamo i centrali di difesa titolari: gli mandavo le cartoline scrivendo la Nazionale degli anni Novanta. Mettevo il portiere, il terzino destro e poi c’erano i nostri nomi». Ci racconta il provino? Cos’ha provato quando è arrivata la chiamata della Juventus? «Incredulità. Mi hanno chiamato per fare quest’amichevole contro la Pro Vercelli, era una partita di fine stagione. Ho chiesto a chi mi aveva segnalato: ma devo giocare con la Juve o contro? Avevo fatto qualche amichevole del giovedì, anche col Milan di Sacchi, ma mai insieme ai grandi campioni...». Poi? «Mi han detto: no, devi giocare con la Juve. Ho attaccato il telefono e lì per lì mi sono detto: davvero han bisogno di me? Mi sono convinto ad andare: mi sarei tolto una soddisfazione. E poi avrei potuto fregarmi una maglietta, così da fare il figo al paese». 

Baggio, il primo contratto e Boniperti

Ripensando alla notte di Roma, cos’avrebbe detto il Moreno del 1991? «Che ero pazzo. Che sarei andato su Scherzi a Parte! Insomma, arrivare sul tetto del mondo dopo quattro anni da aver lasciato la falegnameria, sono cose impensabili. Vero, sognare è gratis, ma queste qui non le sogni nemmeno». Un’immagine potente: lei tra Vialli e Baggio, sul prato di San Siro. «Questa è stata la mia grande fortuna, perché quando sono arrivato ho trovato un gruppo di ragazzi. Le dinamiche di spogliatoio sono uguali: Carate Brianza o Juventus, si ride e si scherza, ci si diverte e ci si prende in giro. La mia fortuna è stata confrontarmi però con talenti incredibili. Ho imparato da Roby, un Pallone d’Oro. E con un numero uno come Vialli tutto diventa più facile». Ma è vero che si fermava ad ammirare Baggio? «Finito l’allenamento, lui si metteva a calciare le punizioni e provava a insegnarmi. Ma cosa dovevo fare? Io ero uno da corsa, lì dovevo essere il numero uno». TuttoSport nel 1991 scrive: è stato Gentile a consigliarla a Trapattoni. «Ai tempi Gentile era l’allenatore del Lecco, in C1. Io volevo provare a fare il professionista perché in Interregionale avevo fatto per tre anni la Nazionale dilettanti. Tutti mi dicevano: sei bravo, vedrai, ce la farai. Però l’occasione non arrivava». E quando è arrivata? «Sono partito in ritiro con la Juventus ancora in prova: mi era arrivato il telegramma solamente il giorno prima, perché mi sbagliavano l’indirizzo. Poi è iniziato il viaggio». Il primo contratto. «In bianco. Non pensavo di rimanere, magari di partire in prestito. Pensare dall’Interregionale alla Serie A... Anzi: alla Juventus, che è tutta un’altra cosa». Ci sono leggende incredibili su quel colloquio con Boniperti. «Non si poteva discutere con lui: io avevo il mio procuratore, ma li faceva accomodare in un’altra stanza. Ha fatto tutto lui, io ho salutato e ringraziato. Il primo accordo? 80 milioni. Prima ne guadagnavo 1,2. Erano perfetti».

 

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Il significato della Juve

Cos’ha significato la Juventus per lei? «Ci sono 3 o 4 squadre che hanno una storia importante quanto quella della Juventus. Sono Real Madrid, Barcellona, forse Bayern Monaco. Potrei aggiungere il Manchester United a livello europeo. La Juventus è la squadra che mi ha preso dalla falegnameria, mi ha fatto diventare uomo, un giocatore importante. Mi ha permesso di entrare nella storia del calcio». In cosa era diversa? «Nella tradizione. Quando l’Avvocato ti apre le porte di casa propria, a Villar Perosa, ti fa sentire partecipe di quel mondo: una cosa pazzesca. La Juve ti mette a disposizione tutto per rendere al meglio, devi solo pensare a fare». La Coppa dei Campioni del 1996 inizia da Borussia-Juve. «E il gol di Del Piero. Per tanti di noi era il debutto in Champions: ci mancavano due centravanti, Vialli e Ravanelli, e prendiamo subito gol su una stupidata di noi difensori. Siamo riusciti a ribaltarla e lì Alex ha iniziato la sua storia». Poi le vittorie iniziano a sommarsi. A Ibrox Park fa un gol bellissimo e 8 in pagella. «In quelle competizioni l’appetito vien mangiando: vai, vinci, ti gasi. Noi sapevamo che potevamo fare una buona Champions, l’anno prima avevamo avuto sensazioni buonissime. In campionato c’era il Milan a farla da padrone, però in Champions riuscivamo a tirar fuori delle prestazioni super».

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La rimonta sul Real

Sempre a Glasgow, è di culto la pedata a Salenko dopo 5’. «A noi il contatto fisico era ancora permesso, con le regole di oggi sarebbe stato un po’ più difficile. Infatti non concepisco tutto questo perbenismo: io sono palla o piede. In quella squadra c’era pure Gascoigne». Che ci riporta alla Lazio, da cui prendete un 4-0 doloroso pochi giorni prima. Ha sempre dovuto dimostrare qualcosa? «Il bello del calcio è che hai sempre la partita dopo. Puoi sbagliare palla o azione, ma non siamo macchine: devi essere bravo a pensare alla situazione successiva, lavorare e testa bassa». Real Madrid ai quarti, andata complicata e ritorno supersonico. L’espulsione nel finale con Zamorano e voi che guardate gli ultimi minuti insieme. «Ho vissuto quei minuti con tanta agitazione: hanno espulso me per doppia ammonizione e lui qualche minuto più tardi. Eravamo 2-0, ho lasciato la squadra in 10. Raul ha sfiorato il palo nel finale. Ma quelle sono le partite: basta veramente niente per vincerla o perderla. E quella palla è uscita: ci ha fatto capire che stavamo andando forte. Poi quel video fantastico di Vialli... Una serata bellissima, con rissa inclusa. Appena toccavano un compagno, io ero pronto ad andare a difenderlo». Avevate però la consapevolezza di poter rimontare il Real. «Perché alla base c’era un gruppo pronto ad andare oltre. Giocavamo nel campionato più bello del mondo, il livello era altissimo e a fare la differenza erano i dettagli. Come una squadra compatta. Se è il Real o la Caratese, poco importa: sono sempre 11 contro 11. E devi fare 90 minuti. Non prepari una partita con l’idea di non vincere».

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Del Piero, Trap e Lippi

Guardava anche Del Piero calciare le punizioni? «Rubi tanto con gli occhi. Non tanto per imparare a calciare, perché lì è anche una questione di doni, però per capire l’atteggiamento che ha un numero uno. Il mio obiettivo è limare i difetti, mi trovavo però a marcare Gullit, Van Basten, Careca, Giggs, Beckham. Come ne uscivo? La mettevo sulla corsa. Se c’era da fare 100 volte la fascia, la facevo 101 volte». Trapattoni? «A lui devo tutto. Non so quanti allenatori avrebbero rischiato la propria faccia per lanciare un falegname alla Juventus. Lui ha avuto coraggio e poi abbiamo vinto». Lippi? «Con lui abbiamo creato: 4 anni e siamo arrivati sul tetto del mondo. Se ce l’abbiamo fatta, è perché c’era un’alchimia pazzesca. Ha cambiato la mentalità rispetto al Trap, ci ha tirato fuori veramente tutto. Insieme a Gianluca Vialli ha creato qualcosa di speciale». Un altro dei segreti era il metodo Ventrone. «Ci ha massacrato. Quando è arrivato ha cambiato il metodo di lavoro, era tanta palestra e tanta corsa. Sfido chiunque a fare 15 minuti di fila di addominali: significa 1500-1600 addominali. Tutti i santi giorni». Avrà aneddoti infiniti. «Ci alzavamo alle 7.30 del mattino ed entravamo in palestra, lì fino alle 12.30. Pressa di 400-500 kg. Però ti responsabilizzava. E ti diceva: se non hai voglia, non ti allenare. Però se lo fai, devi farlo così. Quando mi sono rotto il ginocchio mi ha mandato in over training, avevo superato il limite». Aver lavorato prima le ha fatto apprezzare di più le fortune successive da calciatore? «A 13 anni ho deciso di non andare più a scuola perché mi piaceva l’idea di guadagnare per essere più indipendente. Il primo posto di lavoro è stato il falegname. Ho imparato un mestiere e facevo sport. Ai miei figli dico: dal cielo arriva solo pioggia e neve. Ho sempre cercato di far bene le cose».

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Il ricordo di Vialli e dell'Avvocato

Nella finale di Roma è stato il migliore. Come se lo spiega? «Ho cavalcato l’onda. Sapevo di star bene fisicamente e quando entri in campo e giochi la prima palla, magari ti riesce pure il colpo. Allora provi e riprovi. Ecco, lì mi è uscito veramente di tutto». TuttoSport aveva un inviato a Villa Romanò, il suo paese d’origine: un racconto d’orgoglio. «A quei tempi Villa Romanò avrà avuto 800-900 abitanti. I miei genitori avevano il bar trattoria del paese, era il contro della domenica sportiva, delle partite a scopa. Lì ho imparato i vizi...». C’è una foto della finale con lei e Vialli, vi abbracciate prima dei rigori. Ricorda cosa vi stavate dicendo? «Era molto provato: questa partita gli era pesata tanto e sapeva che sarebbe stata l’ultima. Era legato al ricordo della Samp, aveva sbagliato anche un paio di gol a Roma, non ha calciato neanche i rigori. Gli ho detto: tranquillo, la portiamo a casa. Ma non ci speravo, solitamente chi sbaglia poi paga. Per fortuna c’era San Peruzzi, si era riposato per tutta la partita». Cos’ha rappresentato Vialli per lei? «A Luca faticavo addirittura a parlare i primi giorni, tanto grande il carisma. Un ragazzo eccezionale, di un’intelligenza superiore. Andavamo insieme in macchina agli allenamenti». E l’Avvocato Agnelli? «Mai scontato. La prima volta ero con i nuovi acquisti stranieri e parlò a me. Mi chiese del mio ambientamento a Torino. Gli risposi “bene”, balbettando». L’aneddoto più divertente? «Baggio chiese uno sconto di gruppo per l’acquisto di una Ferrari: ci eravamo detti che, se avessimo vinto lo scudetto, avremmo voluto prenderne una. L’Avvocato parlò coi suoi uomini e tornò da Roby: l’avrebbe data a chi avrebbe vinto il Pallone d’Oro. Allora ho detto: vabbè, ci vediamo...». Immagina una Juve senza la famiglia Agnelli? «Sono molto romantico e mi auguro di no: è una storia unica ed è pura tradizione. Spero rimangano il più a lungo possibile». Chi scherzava di più in quel gruppo? «Ciro Ferrara, ma a turno un po’ tutti. Di Livio, ad esempio. Sempre a prenderci in giro».

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Il Fenomeno, la personalità e il paragone con Gatti

Il più forte affrontato? «Ronaldo il Fenomeno: una marcia in più. Vergognoso!». E il più forte con cui ha giocato? «Sono cresciuto con Del Piero. Con lui, Baggio e Zidane». Questa Juve le piace? «Da quando è arrivato Spalletti, ha cambiato passo e ha tirato fuori il massimo. Speriamo per la Champions». Si rivede un po’ in Gatti? «Sono per l’unicità del giocatore. Ma capisco: lui muratore, io falegname. Fare questi accostamenti è sempre un po’ azzardato. Però è un giocatore di personalità». E la personalità manca a questa squadra? «Sì, vedo giocatori con poco carattere, che si perdono in un bicchiere d’acqua. Quando non sei sereno fai fatica a tirare fuori il meglio». Ma cos’ha significato per lei passare dai campi di periferia a vivere il sogno bianconero? «Ho realizzato un desiderio enorme. Vedere lo sguardo dei tifosi, ancora oggi, significa tutto: senza di loro non saremmo nulla. Anche quella notte all’Olimpico ce l’hanno ricordato». 

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Del Piero, Trap e Lippi

Guardava anche Del Piero calciare le punizioni? «Rubi tanto con gli occhi. Non tanto per imparare a calciare, perché lì è anche una questione di doni, però per capire l’atteggiamento che ha un numero uno. Il mio obiettivo è limare i difetti, mi trovavo però a marcare Gullit, Van Basten, Careca, Giggs, Beckham. Come ne uscivo? La mettevo sulla corsa. Se c’era da fare 100 volte la fascia, la facevo 101 volte». Trapattoni? «A lui devo tutto. Non so quanti allenatori avrebbero rischiato la propria faccia per lanciare un falegname alla Juventus. Lui ha avuto coraggio e poi abbiamo vinto». Lippi? «Con lui abbiamo creato: 4 anni e siamo arrivati sul tetto del mondo. Se ce l’abbiamo fatta, è perché c’era un’alchimia pazzesca. Ha cambiato la mentalità rispetto al Trap, ci ha tirato fuori veramente tutto. Insieme a Gianluca Vialli ha creato qualcosa di speciale». Un altro dei segreti era il metodo Ventrone. «Ci ha massacrato. Quando è arrivato ha cambiato il metodo di lavoro, era tanta palestra e tanta corsa. Sfido chiunque a fare 15 minuti di fila di addominali: significa 1500-1600 addominali. Tutti i santi giorni». Avrà aneddoti infiniti. «Ci alzavamo alle 7.30 del mattino ed entravamo in palestra, lì fino alle 12.30. Pressa di 400-500 kg. Però ti responsabilizzava. E ti diceva: se non hai voglia, non ti allenare. Però se lo fai, devi farlo così. Quando mi sono rotto il ginocchio mi ha mandato in over training, avevo superato il limite». Aver lavorato prima le ha fatto apprezzare di più le fortune successive da calciatore? «A 13 anni ho deciso di non andare più a scuola perché mi piaceva l’idea di guadagnare per essere più indipendente. Il primo posto di lavoro è stato il falegname. Ho imparato un mestiere e facevo sport. Ai miei figli dico: dal cielo arriva solo pioggia e neve. Ho sempre cercato di far bene le cose».

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