"Agnelli mi tagliò le gambe. Spalletti, ci speravo! Yildiz-Del Piero...": la Juve con Tacchinardi

L'intervista esclusiva all'ex bianconero, da quel contratto firmato con Boniperti all'importanza di Vialli: "La prima partitella..."

Alessio Tacchinardi, lei era il bambino prodigio nella Juventus del 1996. «Avrò festeggiato i 20 anni a Chatillon, in ritiro. Per me indossare quella maglia è stato tutto: volevo diventare come Platini, da piccolo andavo con mio padre al vecchio Comunale». Le sue origini? «Venivo da una famiglia povera: mio padre faceva sacrifici per portare avanti la famiglia. Ci ha inculcato lo spirito, il sacrificio. Senza fare i fenomeni, bisognava essere costanti e umili nel lavoro. Poi ossessionati dalla vittoria. Com’era l’ambiente Juve prima, oggi non so...». Ha giocato con campioni incredibili. «Avevano una tempra superiore, una volontà e una ferocia indescrivibili. Come si poteva non essere affamati con quei compagni? Se ti staccavi di un centimetro da una semplice barriera, ti mettevano le mani addosso».

"Quella firma con Boniperti..."

Ma è vero che si aspettava di andare in prestito alla Samp? «Succede che vado a firmare il contratto, tassativamente in bianco, con Boniperti. Che poi mi fa: “Comunque, Tacchinardi, stia tranquillo: rimane con noi in ritiro e poi andrà alla Samp”. Aveva detto che avrei dovuto farmi le ossa. Ho vissuto quell’estate solamente per lavorare: credevo di poter rimanere lì e ce l’ho fatta».

Sa che il primo a segnalarla a Tuttosport è stato Antognoni? «No, ma mi sentivo in rampa di lancio. Avevo vissuto e vinto in un settore giovanile importante come quello dell’Atalanta. Poi, già coi grandi della Dea, avevo affrontato Roby Baggio. In 20 minuti ci fa due gol, e lì ho capito che per il salto sarebbe servito qualcosa di speciale».

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"Yildiz, in una cosa è andato oltre"

Si sentiva all’altezza? «Sì, anche mentalmente pronto. E lo vediamo in questa Juve: non è una squadra per tutti. Si può essere bravi tecnicamente, ma non basta. Ho giocato con Del Piero: quando ci siamo conosciuti aveva 19 anni e già delle pressioni enormi. Quando va via Baggio, gli danno la 10 e la squadra in mano».

Com’è accaduto a Yildiz. «E Alex aveva comunque delle guide formidabili insieme a lui. Kenan è andato pure oltre».

Su Del Piero: lei è stato il compagno di stanza di mille ritiri. «Un mito. Una fonte di ispirazione unica. Abbiamo sempre avuto una grande stima reciproca: a lui piaceva molto la mia fame, la mia voglia di mordere. Sa come ci siamo conosciuti?».

Racconti pure. «Giocavo all’Atalanta ed ero allenato da Prandelli. Il mister mi segnala che nei pari età del Padova c’era un tale Del Piero. L’ho riconosciuto dalle movenze, dalla corsa: un’eleganza... A Prandelli ho detto: ci penso io. L’ho randellato. Ed è stata l’unica volta in cui mi è dispiaciuto».

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"Del Piero, ho visto la Gioconda"

La vostra Champions si apre a Dortmund con una meraviglia del 10. Che ricordi ha? «Ero andato a scaldarmi. Quando ho visto il tiro mi sono detto: ma non è possibile! Ho portato la mano alla bocca e poi sono corso a esultare. Ho visto la Gioconda. Senza pagare il biglietto».

Verso Roma, lei super a Ibrox Park. Nella pagella è definito “Tacchirea”: giocò libero. «Scrissero “nuovo Baresi”, ma anche “nuovo Rijkaard”. C’era il tema del ruolo. Ma ho sempre capito la mia dimensione, umilmente: nelle formazioni di inizio stagione non c’ero mai, però questa cosa mi stimolava ancora di più. Andavo a correre da solo, mi davo delle sfide».

Dove preferiva giocare? «A me piaceva fare il centrocampista. Poi Lippi aveva avuto problemi e mi ha reso libero, anche per far partire l’azione da dietro. Non ero un difensore puro, quindi lo facevo a modo mio».

Da libero debutta pure in Nazionale. «Ho fatto delle buonissime partite, ma mai avrei pensato all’azzurro. Vado il primo giorno a Coverciano, con Sacchi: un’ora e mezza di martellamento sulla linea difensiva, il cosiddetto elastico. Guardavo Costacurta e gli chiedevo: ma tutto a posto? Poi Sacchi arrivò a mezzanotte in camera, e nonostante il suggerimento di Billy, aprii la porta, convinto che fosse Del Piero per giocare alla Play. Mi ha tenuto due ore nel suo studio».

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"Inter-Juve, neanche lo ricordavo"

Ma perché quell’anno non ha più visto il campo? «Tutto inizia da una polmonite. Giochiamo una partita al freddo e io, bagnato fradicio, bevo una bibita ghiacciata. Ho vissuto con questa condizione per un mese e mezzo, non riuscivo ad allenarmi perché avevo i polmoni chiusi e non potevo respirare».

Come l’ha vissuta? «Arrabbiato. Perché non riuscivo a guarire. Andavo a vedere gli allenamenti, però quando correvo non riuscivo a respirare. E intanto vedevo i miei compagni vincere».

Aveva la sensazione di assistere a qualcosa di diverso? «Sì, che si potesse aprire proprio un ciclo. Soffrivo a non essere con loro, ma imparavo solo a guardarli. Tanti uomini che a me e ad Alex hanno insegnato tantissimo».

Rientra, e alla grande, in Inter-Juventus. La sua partita.  «Neanche lo ricordavo. Ma qui c’è una storia dietro: papà juventino, mamma milanista, i miei fratelli interisti. Oggi mia madre è il primo ultras bianconero: in macchina ha una sciarpa della Juve, le dico sempre di toglierla, magari le spaccano il vetro. Lei nulla».

Sente la rivalità, insomma.  «L’ho battuta anche con il Villarreal: ho tritato Veron, una prestazione super. E non pensavo che ce l’avremmo fatta: a Vila-Real vita e calcio erano molto diversi, temevo l’approccio soft dei miei compagni. Si allenavano con i fantasmini per non rovinare l’abbronzatura! Ma li ho caricati, Riquelme per primo».

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"Agnelli, aura particolare"

Battere il Real nel ’96 vi ha dato le certezze definitive? «Per me, sì. Quella partita ti mette a petto nudo contro una super squadra con una grande storia: lì abbiamo capito che si poteva fare».

E l’Avvocato Agnelli spronava. «Ho conosciuto tante persone, ma quando arrivava lui c’era qualcosa di diverso. Un’aura particolare. Ricordo a Villar Perosa in mezzo ai nuovi acquisti. Mi tagliò subito le gambe: “Tacchinardi - disse -, ultimamente dall’Atalanta non siamo stati fortunati”. Risposi: “Speriamo bene, Avvocato”. Si lamentava dell’acquisto di Magrin, di cui poi ho rivisto un caro amico il giorno dopo. Non ce l’ho fatta a dirglielo».

E Umberto Agnelli? «Un secondo papà. Ho la stessa età di Andrea: abbiamo avuto un rapporto speciale».

La finale del 22 maggio: lei partecipa alla festa. «Mi ero infortunato, poi ricomincio ad allenarmi. Mi ricordo che Lippi mi ha chiamato, da persona molto corretta, e me lo ha detto in faccia: “Mi spiace, c’è chi sta meglio”. Come me, Marocchi, Lombardo, Carrera. L’abbiamo vista dietro la porta di Peruzzi, sotto la curva della Juve».

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"Vialli, c'è una foto..."

Il suo mentore, Luca Vialli, alza la coppa al cielo. «Cosa dire di Luca? Il primo giorno alla Juve mi prende da parte e mi fa: stai tranquillo, ho già parlato col mister, sei uno dei nostri. In partitella mi fa giocare con lui. Prima palla da gestire, ma non gliela passo. Inizia a inveire contro di me. Per fortuna che dovevo star tranquillo...».

Che leader è stato? «C’è una foto in cui mi si vede appiccicato a lui, mentre corriamo. Potevo superarlo di 5 metri, ma non l’ho mai fatto. Per rispetto e stima. Perché non mollava mai, neanche durante la malattia».

Giocavate a golf insieme. «Una volta mi ha chiamato da Londra: voleva svagarsi. Era molto dimagrito, avrà avuto quattro maglioni addosso. Iniziamo a giocare e vedo che non arretra di un centimetro. Avevo le lacrime agli occhi, le ho lasciate scorrere dopo l’abbraccio finale, in auto, di ritorno a casa».

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"Lippi mi ha dato l'ossessione"

Ha avuto grandissimi allenatori: il preferito è Lippi? «Mi ha lanciato. E mi ha dato l’ossessione di vincere. Ancelotti e Sacchi avevano un’impostazione diversa, poi Zidane un po’ ha cambiato Carletto. Mi aveva chiamato pure al Milan quando ero al Villarreal, ma in testa avevo solo il ritorno alla Juve, che non si è concretizzato. Capello? No comment».

Cioè? «Sarei tornato in B, ma non mi è stato possibile: la dirigenza di allora non l’ha voluto e la cosa mi è stata comunicata da Alessio Secco, poco prima team manager».

Un accenno di attualità: Spalletti è l’uomo giusto? «In lui ho sempre visto qualcosa di speciale, e gliel’ho anche detto. Abbiamo fatto una cena io, lui, Del Piero e Ferrara: speravo che non se lo facessero scappare».

Ma il paragone Yildiz-Del Piero non rischia di farsi ingombrante? «Perché? Lo sarebbe stato già, se fosse stato così. In Kenan ho visto 6 o 7 salti di qualità. Mia madre sostiene che diventerà più bravo di Alex, che aveva visto Baggio come obiettivo da superare. Anche Yildiz si è attaccato a qualcosa. E non sente la pressione, è un grande!».

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Alessio Tacchinardi, lei era il bambino prodigio nella Juventus del 1996. «Avrò festeggiato i 20 anni a Chatillon, in ritiro. Per me indossare quella maglia è stato tutto: volevo diventare come Platini, da piccolo andavo con mio padre al vecchio Comunale». Le sue origini? «Venivo da una famiglia povera: mio padre faceva sacrifici per portare avanti la famiglia. Ci ha inculcato lo spirito, il sacrificio. Senza fare i fenomeni, bisognava essere costanti e umili nel lavoro. Poi ossessionati dalla vittoria. Com’era l’ambiente Juve prima, oggi non so...». Ha giocato con campioni incredibili. «Avevano una tempra superiore, una volontà e una ferocia indescrivibili. Come si poteva non essere affamati con quei compagni? Se ti staccavi di un centimetro da una semplice barriera, ti mettevano le mani addosso».

"Quella firma con Boniperti..."

Ma è vero che si aspettava di andare in prestito alla Samp? «Succede che vado a firmare il contratto, tassativamente in bianco, con Boniperti. Che poi mi fa: “Comunque, Tacchinardi, stia tranquillo: rimane con noi in ritiro e poi andrà alla Samp”. Aveva detto che avrei dovuto farmi le ossa. Ho vissuto quell’estate solamente per lavorare: credevo di poter rimanere lì e ce l’ho fatta».

Sa che il primo a segnalarla a Tuttosport è stato Antognoni? «No, ma mi sentivo in rampa di lancio. Avevo vissuto e vinto in un settore giovanile importante come quello dell’Atalanta. Poi, già coi grandi della Dea, avevo affrontato Roby Baggio. In 20 minuti ci fa due gol, e lì ho capito che per il salto sarebbe servito qualcosa di speciale».

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