Poco da aggiungere: l’abbraccio, a una manciata di minuti da Juventus-Genoa, sarà fraterno. Caloroso. Vero, e perché vissuto. Luciano Spalletti sfiderà il suo allievo prediletto, Daniele De Rossi sfiderà invece uno degli allenatori diventati (per lui) di culto, che l’han portato esattamente lì dove siede oggi: su una panchina. E nemmeno una banale, ma una che scottava tantissimo fino a qualche mese fa. De Rossi però ha preso il Grifone di petto ed è volato altissimo, raggiungendo quello che sostanzialmente mancava da un po’: la continuità dei risultati. Tre vittorie nelle ultime cinque partite, su tutte quella alla Roma dell’8 marzo.
Il destino in comune, che pure s’intreccia con gli obiettivi: con il successo contro i giallorossi, la strada verso la salvezza s’è fatta praticamente in discesa, mentre la Juve ne ha beneficiato per restare aggrappata all’obiettivo quarto posto. Necessario. Fondamentale. Vitale. E ogni aggettivo che sia “finale” può essere piazzato ad hoc. Anche per questo Lucio teme più di altri chi lo conosce benissimo. Gli ha insegnato i trucchi del mestiere. È perfettamente consapevole di alcuni sentieri di ragionamento. Li ha apprezzati sin dall’inizio. “Spalletti è stato l’allenatore che mi ha condizionato di più” - aveva raccontato poco meno di dieci anni fa, Daniele ne aveva appena 33 -. “Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo tecnico: ed è un bel vedere. Al di là di che cosa farò io, al di là che a volte ha un carattere difficile, la Roma dovrebbe fare di tutto per trattenerlo perché sarà più forte”.
"Spalletti per me è geniale"
Ecco, più del primo Spalletti, la seconda era per l’ex centrocampista è stata fondamentale, a tal punto da spendersi in maniera diretta con la dirigenza per la conferma a fine anno. Arrivò l’addio. Quindi l’Inter, l’apoteosi Napoli e l’avventura in Nazionale. Fino alla Juventus, pronta a farsi la chiusura di un cerchio di carriera - comunque vada - straordinario. Ordinaria, invece, De Rossi si augura possa essere la Juve allo Stadium tra un paio di giorni: l’idea è quella di dare ritmo, di andare forte sull’avversario, di sfruttare la stanchezza accumulata dai tanti (15) nazionali in giro per il mondo e rientrati solamente a ridosso di Pasqua.
Se troverà il modo di attaccare, lo farà in maniera ordinata e feroce. Proprio come gli ha insegnato Lucio a Trigoria. Lui che è stato di mille parole, e però spesso erano quelle giuste, o comunque aiutavano a comprendere i perché naturalmente posti. Alle volte pure per orgoglio. “Per me è geniale, Luciano è tra gli allenatori che mi ha dato una spiegazione per quello che mi chiedeva di fare, proprio come Conte. Magari non era la soluzione migliore, ma nulla era lasciato al caso”.
