Angelo Di Livio, partiamo dalla sua celebre finta? «Tutti la conoscevano, nessuno mi prendeva. Frenata e cross immediato: il più bello in un Juve-Milan, Baggio in gol di testa. E pensare che Vialli s’arrabbiava… Voleva la palla subito, di prima».
Arriva alla Juventus nel 1993, insieme a Del Piero.
«Un’emozione unica. Ma anche un pieno di responsabilità, perché indossare la maglia della Juve ti dà forza, antipatia. Ed è uno stimolo in più».
E Alex?
«La prima volta l’ho visto in una partitina del giovedì: prima squadra contro Primavera. Era già fortissimo, e infatti il direttore Aggradi continuava a chiederci di non entrare in maniera dura. A volte gli facevo da autista. La mamma mi chiedeva di tenerlo d’occhio, ma era così educato…».
Chissà che orgoglio vederlo segnare subito al Dortmund.
«È stato incredibile, quel Borussia era davvero forte. Allora nessuno pensava che avremmo fatto così tanta strada in quel cammino».
La sua prima parte è monstre: colleziona 7 in pagella.
«Pure poco! Poi c’è il gol con lo Steaua, quello che sblocca la partita. Sono onesto: ho fatto la gavetta vera, la Champions era un sogno. Però partita dopo partita mi sono sentito fortissimo, volevo recuperare il tempo perduto. Alla fine degli allenamenti ero sempre lì a crossare. Poi a crossare. E ancora a crossare».
"Vialli unico, manca tanto"
È stato parte fondamentale di quel gruppo.
«Quando si dice che il gruppo è importante, fidatevi: lo è davvero. Ancora oggi spesso ci ritroviamo, a volte a Viareggio con mister Lippi. Stiamo insieme e ricordiamo quei momenti. E quanti scherzi…».
Ce ne racconta uno?
«Al solito, quello dei calzini bianchi. Chi portava le calze così veniva castigato: tagliavano la punta, quando poi s’infilavano il piede usciva fuori. Spesso lo facevo a Ferrara».
Vialli, il leader.
«Un capitano. Ci ha preso per mano e ci ha portato veramente alla mentalità vincente. E poi era un rompiscatole: se gli davi la palla bassa, la voleva alta. E viceversa. Sa quante volte mi ha mandato a quel paese per quella finta? Lo ringrazierò per sempre, se n’è andato troppo presto».
Quanto manca?
«Tanto. E in tutto. Dall’aiuto pratico al consiglio: fuori dal campo era un generoso. Noi tornavamo dalle trasferte europee e a Torino non c’era un ristorante aperto: andavamo in 15 a casa di Luca, spaghettata alle tre di notte e alle quattro si tornava a casa».
