La Juve, la battaglia con l'Ajax e Ravanelli
Per lei cos’è stata la Juventus?
«La Juve è quella squadra che, quando la lasci, capisci dov’eri e che posto magnifico sia. Quando ho firmato il rinnovo di contratto ero felice, avevo già vinto la mia Champions».
A proposito: ha alzato la coppa più di tutti.
«Ma va! Quello era Rampulla: ancora oggi viene massacrato. Gli diciamo: “Però dovevi lasciarla un po’ pure agli altri…”. Comunque, che effetto viverla nella mia Roma: era il mio stadio, la squadra per cui ho iniziato a seguire il calcio».
Juve-Ajax: una battaglia?
«Il rammarico è stato non chiuderla nei 90 minuti di gioco. Sono entrato a 18’ dal termine. Lippi mi aveva detto: “Lo vedi quello con le treccine? Stagli attaccato, non farlo ripartire”. Era Davids. Due minuti dopo, mi sfugge e vengo ammonito».
Il pensiero al gol di Ravanelli?
«Gol? Ah il cross! Scherzo! Anche se lo prendevamo in giro! Che giocatore, Rava: io faccio sempre il paragone con Mandzukic, calciatore da tenerlo stretto. Lippi ci aveva detto di andare in pressing, Fabrizio ci ha creduto. Rete meravigliosa».
Non finiva mai, quella partita.
«No, mai. Poi i rigori: io sarei stato il sesto. Ringraziando Dio non siamo arrivati lì: non ha calciato Del Piero, non l’ha fatto Vialli. E poteva toccare a me. Van der Sar era un armadio e io vedevo Pessotto: ha calciato con una tranquillità che mi faceva rosicare. Abbracciavo Torricelli e mi mangiavo le mani».
