TORINO - Le cose, Luciano Spalletti, le ha sempre dette. La sostanza non è mai cambiata: dal primo momento in cui ha messo piede alla Continassa fino allo sfogo di Lecce, dopo una vittoria che la Juve ha ottenuto con tutte le forze di cui al momento dispone. È cambiato, semmai, il modo in cui esprime certi concetti. Il tono, la perentorietà, la decisione con la quale fa scorrere il flusso di pensieri. Ultimo capitolo: Dusan Vlahovic, se non altro il più fresco, il più attuale, il più legato agli eventi del campionato e a ciò che sta raccontando il campo. Gol da subentrato contro il Verona su punizione, seguito dal sigillo di Lecce: 12 secondi, nella sua prima partita da titolare dopo 161 giorni, per lasciare il segno. Lucio, a proposito di Dusan, non ci gira intorno: «La mancanza di Vlahovic l’abbiamo sofferta come il pane. Non si può giocare a calcio senza uno con le sue caratteristiche, senza un terminale fisico, forte, che fa gol. Anche David fa gol, ma la palla addosso non puoi dargliela».
Spalletti, l'urlo di dolore
Se possibile, in conferenza stampa, Spalletti ha rincarato la dose: «Quando sono venuto ad allenare qui chiedevo solo una cosa: il centravanti fisico. Poi non si è riusciti a trovarlo, io non faccio il mercato, quello lo fanno gli altri. Vlahovic è un calciatore forte, ben definito. Ci sono calciatori che sanno fare tante cose, poi ci sono calciatori precisi, con caratteristiche centrate. Lui è uno di questi, il centravanti lo fa bene perché è la sua qualità». Più chiaro di così non si può.
Non è un messaggio: è un urlo. Di dolore, pensando alla stagione che verrà: Spalletti sa benissimo che i rinforzi per la sua Juve dovranno essere consistenti. E dovranno necessariamente investire più reparti, non soltanto l’attacco, a cui un tassello manca ancora vista e considerata l’incertezza sul futuro di Jonathan David e la necessità di piazzare Lois Openda.
