Vergogna calendario: accuse, leggerezze e soldi in fumo. I tifosi pronti a querelare

In bilico una buona fetta di appassionati bianconeri: molti arrivano dal sud Italia, molti altri dall’estero. E c’è chi ha già rinunciato al match

Sarebbe bastato molto poco e molto prima. Sarebbe bastato, in un universo di algoritmi, eliminare la possibilità di disputare il derby a Roma nei giorni in cui gli occhi sono solo sul tennis. Sarebbe bastato pensare ai tifosi, ai quali nessuno si è rivolto neanche ieri - nonostante le telefonate, le richieste di spiegazioni, le mail e la rabbia esplicitata in ogni formato -, perché nel gioco al rimbalzo tra vertici di Serie A e prefettura alla fine si è dato per scontato che gli stadi si riempiranno, che le squadre eseguiranno.

Nessuno ci mette la faccia

È questo, il messaggio arrivato da chi comanda il campionato. Ed è questo, soprattutto, il lascito di una stagione in cui i dubbi si sono annidati su qualsiasi cosa, a partire dalla classe arbitrale e proseguendo sul gioco dei potenti. Sarebbe bastato molto poco e molto prima, sì. E sarebbe bastato metterci la faccia, una voce che rassicurasse, per avere una direzione o comunque una linea comunicativa efficace. E invece: società in attesa, squadre costrette a modificare il lavoro sul campo, il tutto mentre si giocano il mondo. Milioni in palio. Il sogno di andare oltre il cortile di casa. La sensazione di doversi preparare in un clima d’incertezza, che per nulla aiuta in un contesto già di forte pressione. Come se non bastasse, aumentano i decibel di chi ha fatto di tutto per essere lì, a supporto della propria passione, e che invece deve districarsi tra le incertezze dopo aver pagato centinaia di euro tra biglietto partita, volo aereo e pernottamento in città.

© RIPRODUZIONE RISERVATATutte le news di Juventus

Nessuno si sente tutelato

È la situazione di tanti supporters bianconeri, che della contemporaneità farebbero pure a meno, che avrebbero preferito una decisione definitiva quando andava presa. E che adesso pretendono rispetto. C’è chi arriva dalla Sicilia, chi ha organizzato il viaggio dalla Germania, chi la segue appena può e deve attraversare mezzo mondo. C’è il cuore pulsante di chi muove ancora il calcio e che si è fermato - stizzito, ferito, appesantito ulteriormente - davanti alle spiegazioni così formali e perciò così fredde, che tengono conto solamente delle proprie lotte interne e nient’affatto delle tasche delle persone. O anche solo dei loro desideri. Sui social piove di tutto e per una volta nessuno tende o cerca di abbassare i toni: la certezza è che quest’ultima pagina abbia davvero sfilacciato definitivamente i rapporti tra il tifo juventino (e non solo) e i governanti del pallone. Nessuno si sente tutelato. Nessuno si sente rispettato. E non c’è nemmeno l’opportunità di correggersi, per chi potrebbe: la decisione definitiva arriverà solamente giovedì, entro le 48 ore dall’inizio (previsto) della partita. Si resta pertanto tra i punti interrogativi, nell’indecisione che ristagna.

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Il baraccone della delusione

E che aumenta l’ira di tutti, dei tifosi in particolare. Molti sono stati infatti già costretti a rinunciare, con perdite pronte a riflettersi anche sulle casse delle società implicate. Molti altri hanno provato a modificare voli e alberghi, piani e previsioni. Salvo magari dover rifare tutto daccapo tra un po’. Si sta così. E lo si farà pure oggi, persino domani. Facendo finta di nulla mentre l’ennesima umiliazione colpisce chi, questo sport, lo paga con le proprie tasche, tra abbonamenti e spostamenti, tra una sciarpa e una maglia, tra una notte alla ricerca di un ricordo per la vita pur contemplando la possibilità di rimanere deluso. Deluso, di sicuro, il tifoso juventino lo è da tutto questo baraccone. Anche da tempo. E il rischio è che la stessa arrabbiatura di oggi diventi prima o poi l’indifferenza di domani: sarebbe il punto di non ritorno.

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Sarebbe bastato molto poco e molto prima. Sarebbe bastato, in un universo di algoritmi, eliminare la possibilità di disputare il derby a Roma nei giorni in cui gli occhi sono solo sul tennis. Sarebbe bastato pensare ai tifosi, ai quali nessuno si è rivolto neanche ieri - nonostante le telefonate, le richieste di spiegazioni, le mail e la rabbia esplicitata in ogni formato -, perché nel gioco al rimbalzo tra vertici di Serie A e prefettura alla fine si è dato per scontato che gli stadi si riempiranno, che le squadre eseguiranno.

Nessuno ci mette la faccia

È questo, il messaggio arrivato da chi comanda il campionato. Ed è questo, soprattutto, il lascito di una stagione in cui i dubbi si sono annidati su qualsiasi cosa, a partire dalla classe arbitrale e proseguendo sul gioco dei potenti. Sarebbe bastato molto poco e molto prima, sì. E sarebbe bastato metterci la faccia, una voce che rassicurasse, per avere una direzione o comunque una linea comunicativa efficace. E invece: società in attesa, squadre costrette a modificare il lavoro sul campo, il tutto mentre si giocano il mondo. Milioni in palio. Il sogno di andare oltre il cortile di casa. La sensazione di doversi preparare in un clima d’incertezza, che per nulla aiuta in un contesto già di forte pressione. Come se non bastasse, aumentano i decibel di chi ha fatto di tutto per essere lì, a supporto della propria passione, e che invece deve districarsi tra le incertezze dopo aver pagato centinaia di euro tra biglietto partita, volo aereo e pernottamento in città.

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