“Spiazzato e senza parole, la Juve è tutta da cambiare. E penso proprio che succederà…”

Walter Sabatini sulla situazione in casa bianconera: "Sono mancate struttura e mentalità. L'ad dovrà spiegare alla proprità gli errori commessi sul mercato"

Ripartire. Sarà un verbo necessario dopo l’ultima partita di campionato in casa Juve. La sfida col Toro segnerà una linea di demarcazione tra passato e futuro. Palla a John Elkann, che dovrà capire quale corrente seguire: se dare maggiore forza a Luciano Spalletti oppure se rinvigorire la linea di comando di Damien Comolli, amministratore delegato scelto poco meno di un anno fa. La lettura di Walter Sabatini, dirigente abituato anche a navigare in mari in tempesta, è complessa.

Walter Sabatini, si aspettava un weekend di campionato del genere? Il crollo della Juve era oggettivamente complicato da immaginare. «No, assolutamente no, sono rimasto spiazzato. Mi aspettavo un avvio di partita folgorante della squadra, in linea col rendimento degli ultimi mesi. Sono ancora senza parole: un crollo nel momento più importante della stagione fa indubbiamente riflettere. Alla Juve è mancato qualcosa: struttura, qualità e mentalità. Penso che in questo momento siano venuti meno i giocatori più importanti, ma certo non puoi pensare che Yildiz e Conceiçao risolvano ogni singola partita. Loro da soli riescono a cambiare la staticità di una sfida, ma sono arrivati col fiato corto».

 

 

Al fischio finale, poi, è andata in scena un’altra partita. Come va interpretato Luciano Spalletti che fa subito riferimento ad un confronto con John Elkann senza citare l’ad Damien Comolli? «In parte per la delusione del momento. C’era tanta frustrazione in quelle considerazioni, non credo che volesse colpire Comolli. Si è attribuito tante colpe, ma per lui nominare Elkann è stato il modo più naturale per invocare una Juve che in futuro dovrà essere vincente. Penso abbia voluto richiamare il senso della tradizione col suo grido d’allarme. Il riferimento alla famiglia per me va letto così, poi è chiaro che l’allenatore voglia mettere le cose in chiaro sul progetto e sulla direzione da prendere per far tornare i bianconeri competitivi. Ricordo, per esempio, che la prima persona che ho voluto ascoltare quando scelsi l’Inter fu Massimo Moratti: se non ti senti coinvolto con la tradizione del tuo club parti svantaggiato nella comprensione dell’ambiente».

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Similitudini con la Roma e Gasperini?

Trova qualche somiglianza con la situazione Gasperini-Ranieri alla Roma? «No, assolutamente no. Lo stato d’animo di Spalletti era transitorio, figlio del dopo partita. Infatti non ha mai parlato così alla vigilia».

I rapporti tra Spalletti e Comolli, però, sembrano essere giunti ad un punto di non ritorno. «No, nel calcio non esistono punti di non ritorno, ma compromessi. Anche complessi, per carità, però bisogna essere chiari. Poi sarà il club a fare le sue valutazioni, ma mi sembra che sul conto di Spalletti non ci siano dubbi: ha rinnovato il contratto poco più di un mese fa. La sconfitta impone sì delle esigenze nuove, ma l’allenatore non può essere messo in discussione per una sola partita». 

Dunque le valutazioni debbono riguardare il solo Comolli? «Per me Spalletti, a prescindere dalla Champions League mancata, non va messo in alcun modo in dubbio. Di sicuro il mercato estivo della Juve è stato sbagliato in larga parte: è normale che la proprietà bussi alla porta di chi ha speso i soldi chiedendo spiegazioni, mi sembra una dinamica accettabile. Anche perché non va dimenticato il lavoro del tecnico da quando ha preso le redini della Juve».

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«L’Inter vince perché...»

In Italia tra le big solo all’Inter, tra società e allenatore, regna una totale armonia. Si è chiesto il motivo? «Si è chiesto il motivo per cui sono primi in classifica e vincono il campionato?». 

Dunque, il manico conta. «Ma certamente: quando una società sa come muoversi, ha ruoli e compiti ben definiti e persone di valore al comando il resto viene di conseguenza. Il compito di un allenatore, a quel punto, è quello di saper interpretare le idee della società mettendole in pratica sul campo. Chivu, in questo senso, all’Inter è stato bravissimo a capire il contesto con pragmatismo e naturalezza. Ma la forza del club e la capacità dei dirigenti nella gestione quotidiana fanno ovviamente la differenza. Infatti i nerazzurri vincono». 

Perché società e allenatore, nel calcio di oggi, faticano così tanto a trovare punti d’incontro? «Per due motivi: per alcuni intermediari ai quali i club si affidano e anche per la perdita di peso dei direttori sportivi, sembra che questa figura nel calcio di oggi sia sparita. Le proprietà faticano a credere a questa professionalità, soprattutto i fondi stranieri: il ds non deve solo occuparsi di acquisti e cessioni, ma anche di sentimenti tra varie componenti di una squadra».

Tornando alla Juve, dunque, una dirigenza come fa a ripartire dopo una sessione di mercato estivo completamente sbagliata? «Cambiando tutto. Se hai sbagliato tutto, cambi. Penso che lo faranno anche alla Juve. Luciano lo sa, magari daranno anche il tempo a Comolli di rimettere mano a tutto, ma non voglio dare suggerimenti a nessuno. Elkann saprà benissimo cosa fare». 

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Ripartire. Sarà un verbo necessario dopo l’ultima partita di campionato in casa Juve. La sfida col Toro segnerà una linea di demarcazione tra passato e futuro. Palla a John Elkann, che dovrà capire quale corrente seguire: se dare maggiore forza a Luciano Spalletti oppure se rinvigorire la linea di comando di Damien Comolli, amministratore delegato scelto poco meno di un anno fa. La lettura di Walter Sabatini, dirigente abituato anche a navigare in mari in tempesta, è complessa.

Walter Sabatini, si aspettava un weekend di campionato del genere? Il crollo della Juve era oggettivamente complicato da immaginare. «No, assolutamente no, sono rimasto spiazzato. Mi aspettavo un avvio di partita folgorante della squadra, in linea col rendimento degli ultimi mesi. Sono ancora senza parole: un crollo nel momento più importante della stagione fa indubbiamente riflettere. Alla Juve è mancato qualcosa: struttura, qualità e mentalità. Penso che in questo momento siano venuti meno i giocatori più importanti, ma certo non puoi pensare che Yildiz e Conceiçao risolvano ogni singola partita. Loro da soli riescono a cambiare la staticità di una sfida, ma sono arrivati col fiato corto».

 

 

Al fischio finale, poi, è andata in scena un’altra partita. Come va interpretato Luciano Spalletti che fa subito riferimento ad un confronto con John Elkann senza citare l’ad Damien Comolli? «In parte per la delusione del momento. C’era tanta frustrazione in quelle considerazioni, non credo che volesse colpire Comolli. Si è attribuito tante colpe, ma per lui nominare Elkann è stato il modo più naturale per invocare una Juve che in futuro dovrà essere vincente. Penso abbia voluto richiamare il senso della tradizione col suo grido d’allarme. Il riferimento alla famiglia per me va letto così, poi è chiaro che l’allenatore voglia mettere le cose in chiaro sul progetto e sulla direzione da prendere per far tornare i bianconeri competitivi. Ricordo, per esempio, che la prima persona che ho voluto ascoltare quando scelsi l’Inter fu Massimo Moratti: se non ti senti coinvolto con la tradizione del tuo club parti svantaggiato nella comprensione dell’ambiente».

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