"Victory Through Harmony", vittoria attraverso l’armonia. È il motto dell’Arsenal, ma per ventidue anni è sembrato quasi una reliquia romantica del passato. Troppi "secondi posti", troppi progetti incompiuti e fantasmi lasciati in eredità dall’era di Wenger. Poi, all’improvviso, il Nord di Londra è tornato a respirare il profumo del titolo. Premier League conquistata, finale di Champions raggiunta, uno spogliatoio trasformato in una famiglia feroce e affamata. Dietro il capolavoro tecnico di Arteta e la solidità della proprietà, però, c’è soprattutto la mano di un dirigente italiano che ha cambiato il DNA del club in pochi mesi: Andrea Berta. Un bresciano silenzioso e lontano dai riflettori, ma centrale come pochi altri nel calcio europeo contemporaneo.
E pensare che sarebbe potuto diventare l'uomo della rinascita juventina post-caos Prisma e plusvalenze, mentre ora è uomo simbolo dell’Arsenal campione d’Inghilterra. Infatti il suo nome era finito nella lista dei candidati prima di puntare su Giuntoli per rifondare la Vecchia Signora dopo il crollo della dirigenza targata Agnelli. E oggi, mentre i bianconeri continuano a rincorrere una nuova identità societaria, lui festeggia in mezzo ai giocatori Gunners, lanciato in aria nello spogliatoio come uno di loro.

Berta, dai tornei bresciani al calcio europeo
Prima dei trofei, dei milioni e delle finali di Champions, Berta era un ragazzo della provincia bresciana che lavorava in banca e organizzava tornei serali. Una gavetta vera, sporca di chilometri e telefonate, fatta di intuizioni e campi di periferia. Il calcio lo conquista definitivamente nel 2002, quando diventa direttore sportivo del Carpenedolo. È lì che inizia a costruire la sua reputazione: poche parole, grande fiuto. Da Carpenedolo al Parma il passo è breve. Tommaso Ghirardi lo porta con sé nel grande calcio nel gennaio 2007. Poi arriva il Genoa, altra tappa fondamentale per consolidare il suo profilo da dirigente moderno.
Ma la vera svolta arriva nel 2013, quando l’Atletico Madrid lo sceglie come direttore tecnico. È la prima vera sfida in una big europea. E Berta non sbaglia. A Madrid diventa il cervello operativo della rivoluzione colchonera. Lavora sul mercato con lucidità, costruisce squadre competitive senza il potere economico di Real Madrid e Barcellona (almeno all'inizio della sua avventura), valorizza talenti e crea plusvalenze gigantesche. Arrivano giocatori come Griezmann, Oblak, Rodri, De Paul. Soprattutto, arriva una mentalità nuova: l'Atletico smette di sentirsi una vittima del potere madridista e diventa una potenza europea.